Mancanza-Inferno, cinema e poesia?

di Fabio Barone

Una donna dentro una grande gabbia in una foresta. Uomini e donne circondati da macerie, anche loro recintati, ma da una rete metallica. Le prime scene del film MANCANZA-INFERNO sono queste. Ma cosa vogliono dirci? Arriviamoci per gradi.

Stefano Odoardi è un regista abruzzese, ma prima di votarsi a scrivere con la luce della cinepresa Stefano mette piede nel mondo dell’arte come artista visivo. Durante un Master in Teatro e Arti Performative alla DasArts di Amsterdam, con maestri del calibro di Marina Abramovich, Peter Sellars, e il regista Peter Greenaway, a Stefano viene detto «prova a fare cinema». Lui lo fa, inizia a conoscere quella creatura chimerica composta di suoni, immagini, luce, movimento, tempo, cucendone le parti con l’artificio del suo sguardo. Dopo una serie di short film, approda nel 2007 al suo primo lungometraggio, UNA BALLATA BIANCA.
Siamo nel Duemila quattordici, MANCANZA-INFERNO è selezionato al 43° International Film Festival di Rotterdam. È la prima tappa di un viaggio sull’itinerario della trilogia “MANCANZA”, prodotta da Superotto Film Production, che vede Stefano nei panni di un ‘Dante contemporaneo’ attraversare gli emisferi interiori dell’essere umano. Ad INFERNO segue MANCANZA-PURGATORIO, nel 2016, e MANCANZA-PARADISO, ancora in fase di produzione.

Ma torniamo alle immagini da cui siamo partiti. Non è facile parlare di un film come questo, sarebbe come voler raccontare una poesia. Bisogna guardarlo il film, viverlo, farsi coinvolgere dalle immagini, dai suoni, dalle parole, dai gesti, essere altro.

Due gabbie, dicevo, metafore visive di una condizione interiore angusta, di uno spazio mentale chiuso, è ciò che vediamo nei primissimi minuti. Il contenuto delle due scene è in relazione, dialoga per analogia. Dopo un po’ la donna si alza in piedi, il suono fuori campo della sua voce ci avvisa che sta parlando a sé stessa:

Degli Angeli ciascuno è tremendo, e così mi rattengo, e il richiamo di oscuri
singhiozzi lo soffoco in gola. Tanto antichi dolori, non dovrebbero,
ormai, diventar più fecondi per noi? Non è tempo che amando ci liberiamo
dell’essere amato? Lo reggiamo fremendo, come la freccia regge la corda, tutta
raccolta nel balzo, per superarsi, ché non si può restare in nessun dove.

È l’inizio della liberazione. Quelle parole sussurrate lentamente, scandite con decisione quasi ad acquisirne l’energia che da esse emana, la mettono in movimento. L’attrice, che nel film vediamo nel ruolo dell’Angelo, è l’italofrancese Angélique Cavallari. L’Angelo si esprime esclusivamente per mezzo di versi, tratti dalle Elegie Duinesi di R. M. Rilke.

Siamo a L’Aquila, capoluogo d’Abruzzo, città distrutta dal terremoto nel 2009. La piazza è deserta, l’Angelo si guarda attorno tastando il terreno con il suo sguardo, trattiene a sé quel che c’è e non c’è. Di sottofondo sentiamo i suoi passi che battono sul cemento, il frullo delle ali di un piccione e l’acqua che gorgheggia da una fontana. In alcune scene del film la musica è assente, ma non c’è mai silenzio, l’assenza è solo apparente perché a destare l’attenzione è il suono delle note nell’ambiente, i vari stimoli della sua musica perpetua e multiforme, avvolgente, se ascoltata, quanto un’opera a teatro.

Lei è seduta sul bordo della fontana, continua a guardarsi attorno e dice:

Voci… voci... ma lo spirito ascolta l’ininterrotto messaggio che
dal silenzio si crea. Ecco, fruscia qualcosa da quei giovani morti
e viene a te. Che vogliono da me? […] Certo è strano non abitare più
sulla terra, non più seguir costumi appena appresi, strano non desiderare
quel che desideravi! Ma noi che abbiam bisogno di sì tanti misteri, quante
volte da lutto sboccia un progresso beato! Potremmo mai essere noi
senza i morti?

Attraverso una soggettiva entriamo nello sguardo dell’Angelo, che ruotando la testa ci mostra resti di macerie, fontane spente, case con ferite a pezzi d’intonaco, cime degli alberi. Cerca qualcosa o qualcuno, lo chiama con i suoi versi.

La scena cambia, conosciamo i dannati, anime senza macchia che sia di colpe particolari o di vizi abusati, costretti al grigio della loro condizione da un assassino senz’alibi: il terremoto. Madre Natura può senza preavviso togliere all’essere umano tutto ciò che lui con fatica e ingegno ha edificato, la realtà creata dentro e attorno a sé. La vicenda fa da sfondo all’interno del film, ma quel che interessa a Odoardi non è raccontare di una città distrutta da una catastrofe naturale. Ad interessarlo è l’ancestrale rapporto fra Uomo e Natura.

Cosa succede quando una Forza più grande di te, un ambiente che ti accoglie e si dona, fagocita senza intenzioni quel che si porta addosso?

La libertà che accompagna l’Angelo nell’attraversare la città si alterna, nel film, alla ‘punizione’ dei dannati, privati di parole e quindi di ali. I loro stati d’animo filtrano dai volti bassi e rassegnati, dai brevi spostamenti all’interno della recinzione, dai gesti privi di senso.

Con un climax lento e alternato da picchi d’estasi e vuoti d’abisso, attraverso ‘tempi morti’ che sono del polso di Stefano una cifra stilistica, un preciso espediente del suo lavoro utile a porgli dei limiti da cui far germogliare l’intuizione per proseguire, arriviamo ad uno snodo: l’Angelo è sdraiato terra, ha la testa rivolta verso il cielo e con gli occhi chiusi annuncia:

Qui è il tempo del dicibile. Qui è la sua patria. Loda all’Angelo il mondo […]
con lui non puoi sfoggiare splendore di sentimento. Nell’universo dove egli sente
più sensibilmente tu sei novizio, allora mostragli quello che è semplice, digli le cose,
mostragli quanto una cosa può essere felice. E queste cose che vivon di morire
loro lo sanno che tu le celebri.

Bisogna trasfigurare la morte. Ma come? Attraverso l’arte. L’Angelo lo sa, sorride di quelle parole che sembrano riportare le pietre alla forma a cui erano legate, ridare linfa anche all’edera sotto le macerie:

Terra! Non è forse questo che vuoi? Invisibile risorgere in noi.
Non è forse questo il tuo sogno?

Ma c’è di più. Accade un incontro, l’Angelo raggiunge il recinto dei dannati. Il suo viaggio iniziato da una gabbia dentro una foresta, topos letterario antico e simbolo di perdizione, ha una conclusione: liberare nell’abbraccio il vuoto di coloro che da soli ne portano il peso, fare silenzio per accoglierli ricostruendo, insieme, un terreno su cui rinascere:

Che il mio volto bagnato di lacrime brilli,
e il pianto che non si vede fiorisca.

[Così Odoardi cerca, cerca continuamente quel che Bufalino chiama, nell’introduzione a un’edizione de I Fiori del Male di Baudelaire, «minuti eccezionali», e quando li trova «il petto gli s’allarga e un entusiasmo lo assale, che somiglia abbastanza a quello dei mistici […] ora verso l’aria rarefatta delle altezze e dei silenzi, ora verso l’interno di sé, luogo deputato alla costruzione di un cielo incredibile; infine verso l’al di là, la verità nascosta dietro le maschere della Natura».]

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