L’ultima fatica di G.G.

Giuseppe Goffredo: Nessuna solitudine è più vera dell’azzurro dopo ogni spavento, (Poiesis Editrice, Alberobello 2016, pp.92)

di

Anita Piscazzi

 

Ripartire da niente perché tutto ti è stato tolto: “[…] un tempo sono partito/e mi sono sentito solo in un’altra terra[…]Dio dei naufragi/ogni mio passo è una frontiera./Aria che non devo respirare./Acqua che non devo bere./Terra che non devo calpestare./Io sono chi non ha riva./Io sono chi non deve arrivare”. Essere civili significa accogliere una moltitudine di bocche e di occhi di fronte al bisogno? Non basta quando in faccia ti scoppia la morte e galoppano paura, conflitti si accende la: “Menzogna dietro menzogna./Noi siamo. A noi succede./A noi tocca metterci in piedi./Dopo ogni morte, dopo ogni attentato,/dopo ogni esecuzione”.

È questo l’assioma che Giuseppe Goffredo, poeta e scrittore pugliese, premio Pasolini nell’88, lancia nell’ultima fatica poetica Nessuna solitudine è più vera dell’azzurro dopo ogni spavento per i tipi Poiesis Editrice, Alberobello 2016, non a caso con una dedica a Valeria Solesin, giovane ricercatrice vittima nel 2015 dell’attentato terroristico parigino. L’autore ed editore, voce mediterranea potente unisce da anni il sud della costa al mondo arabo e al Vicino Oriente condannando a muso duro l’islamofobia che attacca gente in fuga da quegli stessi terroristi che colpiscono Parigi, Tunisi, Instanbul, Londra.

La raccolta è divisa in cinque sezioni: Con un’ala sola, Nelle voci del mare perdute, Alberi fratelli, La sola luce, Nessuna cosa è vera. Verrebbe da dire, com’è profondo il mare… intonando una celebre canzone per i  martiri di quello stesso mare che fa da basso continuo all’opera, il Mediterraneo, il mare nostrum che tutto ci ha portato: l’ospitalità, l’arte, la filosofia, il pensiero del bello, la matematica diventato ora un mare monstrum:  “La mia testa gira. Gira forte. […] Mentre l’acqua ruggisce nel gorgo freddo. Senza fine. […] Strappa i nostri vestiti […] Soli su questo guscio di legno. Come migliaia di foglie su un albero storto, respinti dalla nostra terra. Risucchiati nell’abisso. Uccisi dall’odio delle rive. Mentre il mare con le sue lame affilate taglia le nostre carni. In questo pozzo immondo.” E dunque, un mar Moloch che toglie, divora la sua stessa prole inghiottita nelle viscere del suo ventre: “A chi ha potere in fine dico:/rispondete a quei morti, ditegli/perché essi sono morti. Quale/ragione vera li ha sacrificati.”

E allora si solleva il canto, la supplica come una preghiera alla Madre delle acque: “Madre santa delle acque/La barca come può galleggia/rema le speranze in terra./Sono tanti sopra. Tanti echi/dal mare risuonano”. Accade, come in un’antica cerimonia che la dea del mare venga in soccorso al figlio appena nato su un nuovo approdo: “Madre. Come un pesce a riva./Arrivato. Spiaggiato con altri pesci. /Le braccia stese. Aperte./Crocifisse. Di nuovo sento tutto./Ma non so dove sono”. Pesci affamati, spaventati dalla loro stessa rete abboccano al primo respiro: “Animali/in fuga che non accettano/altri fuggiaschi esuli di terra/mentre la loro terra brucia”. Moto di massa liquida senza essenza: “io senza io. Fuori dalla specie./Non più terra, mare”.

Come in un Requiem c’è spazio anche per gli ulivi della sua terra che il poeta sente fratelli di morte degli immigrati: “Pietà ho sentito/persino degli ulivi sradicati./Quel che ho potuto l’ho fatto./Umanità è la risposta./E non basta”. Per questo intona all’albero sacro un agnus dei: “Ecco l’albero./Ecco l’agnello di dio./Il cielo che viene./Le foglie colme./L’uno per uno./Amore. Amore voglio./Non altro so chiedermi./Dov’è il male?/L’albero è un albero./Non può essere altro”.

Ma Goffredo non distoglie il suo animo da chi fugge dai conflitti e dalla miseria per un azzurro migliore: “Non ti far crocifiggere dal maligno. /Tu resta. Tu stai in piedi /tu guarda l’orizzonte come / l’azzurro produce il suo sì”. Lo stupore e lo spavento degli ultimi in movimento che quasi sempre incrocia il nero della morte e poche volte l’azzurro della libertà: “So che domani non sarà così. So che domani ci sarà il sole. […] Domani potrò rivedere il sorriso di mio figlio. […] So. So bene che domani dovrò fare molte cose. Domani potrò accompagnare mio figlio a scuola. So che domani dimenticherò tutto questo. Andremo a passeggio con un vestito nuovo. Devo proprio saperlo che domani sarò salvo. Che ce la potrò fare”.

È la ballata del cielo, della speranza, di un vento più buono… e sì, perché Goffredo ha sempre  pensato che “Loro sono Noi” e ci crede davvero scrivendo quasi a mo’ di preghiera: “Credo sì, a chi arriva, anzi / a chi torna, a chi naufrago / approda alla mia riva. / È lui che aspettavo […] / Con lui posso spezzare il pane / in nome di Dio”.

 

 

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