“L’ora stabilita” di Francesco Filia

Nota di lettura di Melania Panico

Francesco Filia, L’ora stabilita, Fara editore, 2019

La poesia di Francesco Filia fa sempre i conti con il fallimento, lo racconta, per dire fino in fondo il segreto del mondo. Al centro è l’uomo alla ricerca del verbo “restare” o meglio sarebbe dire l’uomo nel passaggio verbo/azione: “l’ordine delle strade e dei visi, è questo/ che ci farà impazzire: come riconoscere/ la regola degli elementi”. Cercare la regola che mette in ordine le cose. Curioso notare che per Filia la libertà coincide con la resa: “nello sfrondarsi di rami/ e parole, nel muto bagliore/ di ogni sillaba, appare/ il filo spinato di un’altra vita, / di questa”. Ma la domanda è proprio con cosa dobbiamo confrontarci? Con qualcosa che non trova spazio nelle parole? Oppure con qualcosa che si acquatta nel silenzio e proprio nella parola trova il suo compimento?

L’ora stabilita a cui fa riferimento il titolo è l’ora cruciale, il momento in cui si ha visione della radice del tutto: “l’ora/ dei piedi interrati/ e dell’azzurro del cielo/ di questa gioia/ ben riposta” e ancora: “giuro/ su questa vita/ di parole e passi sospesi”.

Da una parte quello che è variabile, dall’altro tutto quello che non può cambiare ma senza una netta linea di separazione perché il discorso sulla vita non dà spazio a muri troppo alti.

“Giuro/ su quel che non può/ cambiare”. Come se ci fosse sempre una certezza. La poesia di Francesco è questa: fa mancare la terra sotto i piedi. È la mancanza che si prova quando non speri più da molto tempo e all’improvviso speri di nuovo. Qualcosa arriva ma non da fuori. Siamo di fronte a un lungo discorso sulla verità, ovvero un discorso sul reale: pronunciare il fallimento non lo rimuove affatto ma fa in modo che la poesia diventi riflessione sulla radice.

“Niente è una parola/ l’inizio/ di questo disperato/ benedire”.

Buio, caduta e poi “una favilla, un luccichio/ lo squarcio aperto delle stelle/ atroce”.

Restituiscono
i secondi un ultimo
respiro che rallenta

- pianissimo -

fino al balenare
di svolte e fanali, fino
a questo zero.
Ora, lo sai, non serve sommare
un gesto
al suo intento.
*

Ora
la scena
è muta e non
ci dà più tregua.
*

Dicono: ‘non troverai
niente
alla fine’.
Ma
niente è una parola
l’inizio
di questo disperato
benedire.
*

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