L’onda maggiore di Elena Verzì

di Flaminia Colella

Elena Verzì, L’amore misurato, CartaCanta-Capire edizioni 2021

Nel mio nome c’è la corsa dei cavalli, e si viene investiti da un’immagine. Abbagliante. Potentissima. Da un orizzonte immenso sorgono cavalli al galoppo, stagliati sulla linea scura del cielo che attende l’alba. Questo verso da solo è in grado di evocare tutto il vento di cui la poesia della Verzì è nutrita e ci getta immediatamente in una dimensione amplissima, senza riferimenti spazio-temporali e contestuali. La poetessa chiede al suo lettore di accettare questa sfida da subito, senza alternative. Una volontà precisa ed efferata anima le poesie di questo libro che si mostra lucido e sfrontato e si muove in una direzione che supera le intenzioni stesse dell’autrice. Non chiede permesso. Lo sguardo che getta sulle cose è frontale, dominante, senza paura, “Bollente/di un nero assordante/il primo sorso di caffè.” La poesia diventa strada, una mappa che assiste persino la poetessa nel viaggio che non conosceva prima di iniziare a scrivere. Vuole menzionare ferite e graffi senza paura, così come la perdita e lo sconforto. Guarda in faccia il vuoto, spazio nero che anela il mare e il ritorno dell’onda maggiore.  “Arrivo/ col vento in bocca/ e un violino tra le mani.” Arriva, la poesia, si annuncia, dichiara di essere una creatura incontenibile, amante delle forze della natura e portatrice di musica. Ecco l’arte, che non protegge da niente ed anzi alimenta la giusta inquietudine. Ed infatti è il ritmo dei tamburi, come quelli che animano le danze tribali, ad accompagnare il suono dei versi che appaiono in questa raccolta. Accadono, come una freccia scagliata nella notte illuminata dalla luna, creatura enigmatica e perennemente invocata nella letteratura a cui invece la Verzì si appella con un diverso grado di confidenza. Con sguardo di sfida: “Ho una luna legata al dito/per chi muore e per chi nasce/offro un respiro/e un letto/per ricominciare.” La grammatica di questo libro è vasta e chiama a raccolta tutti gli elementi, li obbliga a partecipare alla danza che diligentemente orchestra come a dire ad ognuno “ti conosco, perché posso nominarti”. Con passo sicuro sfida le misure dello sguardo costringendoci a spostarlo di continuo verso soggetti che non ci aspetteremmo, la tana dei serpenti e il forno, il letto e la luna. Ma senza mai desiderio di possederli. “Schiacciata ogni richiesta/sparo al cartello del traguardo,/con trepidazione ai confini orizzontali/mi curvo in un punto di domanda/per dominare la gravità con un buco di luce.” La poesia rimane questo punto di domanda e un buco di luce nelle pieghe della quotidianità, testimonia col suo sforzo Elena Verzì. Una domanda profonda che chiede al mondo il suo posto e chiede di esplorarlo, ma senza sentimentalismo. Mentre dice “lasciatemi amare” spara al cartello del traguardo.

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