LO SCORRERE DEL TEMPO E DELLA VITA

Nei versi di Claudio Damiani, e a maggior ragione in quelli della nuova raccolta “Cieli celesti” (Fazi Editore), c’è una costante ricorrente, che è anche la cifra inconfondibile della sua poesia: un’interferenza continua del pensiero sull’immagine, che si traduce formalmente nell’andamento piano, nel tono discorsivo, dentro l’intenzione lirica. E si potrebbe dire, in altre parole, che c’è un’attitudine in Damiani a tradurre il dato filosofico-riflessivo in immagine poetica, se ciò non rendesse in qualche modo spicciativa e dunque non esauriente l’indicazione.

Vero è che la vena riflessiva e quella filosofica della poesia di Damiani determinano un tessuto poetico che, oltre l’immagine di cui è fatto minutamente, fonda il proprio retroterra di idee che generano parole. E la pregiudiziale di pensiero si fa, in maniera attiva,  sostanza di poesia con grande naturalezza. Un esempio tra i tanti che si possono citare: “Ma se tutte le vite che sono state e che sono / e anche quelle che saranno / fossero come una palla / tutte attaccate e insieme fossero una vita sola / come la palla di Parmenide / e non ci fosse distinzione tra una parte e un’altra / né spazi vuoti né movimento / ma tutto fosse una sola cosa nell’essere / e ognuno di noi le vivesse tutte / le vivesse tutte le vite e, stanco / fosse pronto per morire?”

La disposizione di Damiani alla poesia nasce da una visione insieme di distacco e di coinvolgimento, di misura laica. Il far poesia è per lui, ironicamente quanto basta, l’occasione per catturare qualche segno e imprigionarlo come in una ragnatela di parole, che si tratti di uno qualsiasi dei battiti della quotidianità o di qualche brandello dell’accensione del cosmo. Nella visuale illusoria (o anche no, chissà) dell’egocentrismo, con il rischio di cadere nell’inganno dell’autoliturgia (Damiani se ne rende conto), ma anche nella consapevolezza materializzata della parola, traduzione sensibile di un rinobilitato impero dei sensi pronunciato a piene lettere.

Sul nastro a scorrere delle immagini, continuamente esercita il suo controllo l’occhio vigile di un testimone del nostro tempo, attento a cogliere comunque e a registrare sulla cartina di tornasole perfino le vibrazioni di una vicenda comune e generale, oltre che generazionale. Così, sullo specchio delle personali reazioni e inclinazioni, si disegna anche la radiografia dell’altro da sé, al passo di un’originale matrice illuministica, della poesia come parola dell’uomo. Damiani, infatti, è ben consapevole della particolare condizione di chi vuol farsi poeta, portatore di parole e di messaggi, pur riconoscendo appesantite ed esauste le risorse comunicative dell’uomo contemporaneo.

Lo specifico di questa poesia è la liquidità: insieme come riduzione allo stato liquido e scorrevole (nella forma e nel contenuto: “Sì, sono di quelli / che se ne vanno, è vero, / sono di quelli che non restano / (come tutto qui intorno…”) e come “liquidazione” (“Siamo caduchi, siamo quelli che cadono / sul campo di battaglia della vita. / Ci falcia il tempo, che ci insegue in ogni momento…”). C’è tutto l’effetto analogico dell’acqua in questi versi, come elemento che altera, corrode, disgrega, inabissa, ma anche come flusso che scivolando si infiltra, raggiunge, avvolge, riporta a galla. Oltre e al di là della musicalità sciabordante, della sonorità onomatopeica liquida, della consistenza fisica dell’acqua che dominano lo scorrere delle parole.

 

                                                                                             Paolo Ruffilli

 

“Cieli celesti”, di Claudio Damiani, Fazi Editore, pp. 176, € 18

 

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