Il grido di un uomo che cade

Il grido di un uomo che cade, CartaCanta 2017

Come in un lento dondolio spezzato da lance fiorite,  Il grido di un uomo che cade di Alessandro Alfieri con la delicatezza dell’eternità afferra il lettore, obbligandolo a fermarsi, a interrogarsi. Sono petali di seta questi versi, poggiati con mani sanguinanti sul marmo degli affetti, sussurrati balbettando dentro uno storto pianto.

La dedica del libro fin dall’inizio permette di cogliere lo sguardo con cui Alfieri scruta e loda il mondo: la riconoscenza e la gratitudine per gli incontri, le amicizie, gli amori che interrompendo l’infuocato e muto scivolare del dolore si oppongono alla morte (Annina tu che mi hai salvato dalla morte; Giovanna occasionalmente ti ho conosciuta/ vagavo in un mare di guai;/ amorevolmente mi hai soccorso:/ non penserò più alla morte), scoprendo nel mistero che è la vita che essa «continua anche dopo la morte».

Solo nell’amore «il fantasma dell’ora del lupo» può tacere e solo in esso può ogni questione, ogni movimento essere compreso, svelato.

Il principio di casualità

e Dio, anima, mondo sono

modi di funzionare dell’intelletto

che non dimostrano niente.

Ma i miracoli di Dio esistono e sono evidenti.

Lo dissi ad un mio amico sacerdote e lui mi rispose:

«queste cose si capiscono con il cuore non con la mente».

 

Un amore nutrito e tessuto con grazia, con la forza di chi non teme di dire «ho bisogno d’amore sotto ogni forma», un «amore senza secondi fini», che possa lenire le ferite dell’altro, consegnandole supplice alla preghiera. Il grido di un uomo che cade è la luce che discende la sera per risalire nuova al mattino. È il canto di chi da un cavallo a dondolo riesce davvero a guardare il mondo.

 

Carola D’Andrea

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