L’inquieta luce contro le convenzioni

Filippo Davoli, La luce, a volte, Liberilibri, 2016

di Davide Rondoni

La poesia di Filippo Davoli ha acquistato nel tempo una autorevolezza che viene dalla vita, da una acquisita naturalezza con cui la esperienza diviene voce poetica condivisa senza pagare pegno o chiedere autorizzazione alle idee correnti di letteratura e poesia. Le traversa, con libertà e disincanto. Tutta protesa a cogliere un nucleo di verità – di luce- nella sua esperienza e nel vivente, drammatico e feriale, che la tocca e abita.

Questo libro, abitato da una lingua italiana pulita da ogni ridondanza, povera e ricca, ci porta al seguito del suo sguardo vivo e inquieto sulle memorie e sui segni del presente. Il paesaggio – luoghi, animali – non è mai un tema ma, interiorizzato e pur vivido, quasi un tono musicale, inconfondibile, di una marca tra mare e cittadina di provincia.

Tutt’altro che un libro quieto e pacificato. La stessa sconnessione drammatica del titolo, che riprende – come nota Massimo Raffaeli nella esperta e acuta prefazione- un tema ricorrente fin dal principio di questa vocazione poetica, la presenza della luce. Che qui, appunto, si fa movimentata, spezzata, nel tempo e nello spazio di incontri, di presenze riemergenti, di visite, di segni artistici – altri poeti, musicisti- e di quella Presenza che della luce è volto e richiamo. Ma in queste pagine di versi, tra i migliori oggi in circolazione, mi pare si aggiri uno degli spettri della nostra epoca. Qualcosa che rende un libro, che tende in molti momenti alla elegia personale e memoriale, un chiodo piantato nella carne viva della nostra epoca. Poiché la luce, che a volte tocca e si mostra nelle piccole grandi rivelazioni del vivente, qui sembra a mio avviso concentrarsi su due elementi: la coscienza della appartenenza, ovvero, come si vede nelle belle poesie sulla figura materna e in quella struggente dell’ultimo saluto al padre, la consapevolezza di una necessaria riappropriazione di una figliolanza senza la quale all’individuo (parola sterile ormai) nessuna generatività può accadere. Il libro, non a caso, procede in una sorta di verifica sulla strada compiuta, rimirando anche possibili alternative sfiorate, altre figure che il poeta avrebbe potuto essere. In questa sorta di certificazione del presente, conta anche – non casualmente- l’interrogazione radicale intorno alla realtà di amici suicidi, di scelte avvolte in una ombra incancellabile. Sembra quasi che Davoli in questo libro debba regolare dei conti – quelli che non tornano mai- intorno al tema della sua speciale vocazione di poeta e padre senza legami carnali. Conti serrati e tesi, dove la protagonista torna a essere lei, la innegabile luce, la sua presenza drammatica e movimentante destini. Inutile rievocare la triade di poeti marchigiani maggiori recenti (Piersanti, Pagnanelli, Santori) che per vie diverse ma vicine proseguono la ultramoderna ricerca leopardiana del punto di connessione tra la natura e il destino (quella “intersezione” occupazione da santi, diceva Eliot – e forse sarebbe ora di scandagliare la non casuale compresenza in una unica terra di tanta santità e di tanta poesia). Inutile rievocare perché Davoli porta il suo percorso a un punto di radicalità che appunto appartiene solo alle maggiori esperienze di poesia del Secondo Novecento italiano e del presente. Lo fa nella libertà delle acquisizioni e degli interessi mai slegati da una concentrazione potente. Così si può in queste pagine trovare un piccolo capolavoro intorno alla vocazione artistica (nel breve dialogo tra Chet Beker e un giovane sassofonista virtuoso) come una pennellata sugli aperitivi in una piazzetta di provincia, o versi sospesi tra storia e mistica dedicati a un approdo a San Fruttuoso. Il mare, certo, torna, e porta sempre più in là la quiete e inquietudine dell’animo del poeta. E,  come già aveva visto Baudelaire, il mare è specchio di abissi, di salinità, di ondosità. Libro di assoluta sincerità, non al livello poco interessante, della biografia, ma a quello più ardente e drammatico della vocazione. Con questo autoritratto senza concessione alcuna alla esposizione narcisa di se stessi, il poeta Davoli offre un contributo rilevantissimo alla natura della voce poetica contemporanea. E, per questo, va contro una serie di luoghi comuni del nostro tempo. All’epoca narcisa infatti oppone la diminuzione di sé, alla vacuità sul contenuto della propria personalità oppone una ferialità pensosa circa la vocazione e la appartenenza, e infine, la castità di una relazione con il mondo invece che una ansia di possesso e di prestazione.

Di questo gesto, fervido e radiante, la comunità segreta, sparsa e varia dei poeti e dei lettori è grata.

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