“L’indifferenza del cinghiale” di Pietro Berra

di Nicoletta Bortolotti

Pietro Berra, L’indifferenza del cinghiale, Edizioni Il Bardo

Del vincolo che salda poesia e scienza e del metodo che le dissocia è stato scritto. L’oggetto su cui incardinano lo sguardo è la conoscenza del reale, della natura e del soggetto che guarda. La poesia potrebbe definirsi anche come scienza dell’impossibilità, e la scienza come poesia della possibilità? Secondo Flaubert “la poesia è una scienza esatta come la geometria”. E Goethe nel 1817, a proposito del suo saggio di botanica La metamorfosi delle piante del 1790, scrive: “Credetti di riconoscere chiaramente che Linneo e gli studiosi venuti dopo di lui si erano comportati come legislatori i quali, preoccupandosi più di quel che dovrebbe essere, che non di ciò che è, non tengono nessun conto della natura e dei bisogni dei cittadini”. Tale opera anticiperà alcune intuizioni della scienza evoluzionistica in un rapporto dialettico, come accade sovente, fra scienza e poesia.

La “natura e i bisogni del cittadino” parrebbero altresì innervare la radice profonda della poesia di Pietro Berra, che si dispiega potente durante il tempo “roccioso” della quarantena, nell’assorto “camminare il buio” di Dorsale, con moto ondulatorio dalla concentrazione del seme, per citare ancora Goethe e la sua unitaria concezione di entelechìa, all’espansione della foglia e degli stami: “E arriveremo alla punta spartivento / in tempo per vederci sorgere / soli”.

Il poeta contadino, immagine cara a Neruda, con cui Berra condivide l’amorosa affinità per le “abbandonate coste e cordigliere” del Cile, semina, irriga, trebbia un intimo “tripudio di metafore” in un giardino fisico e metafisico, luogo che abita e che lo abita. La poesia vegetale che, lungo il sentiero di Brunate a picco sui mulinelli del Sé, si nutre della carne verde del tiglio, dell’ulivo, della viola mammola, della robinia stramazzata a terra come il cavallo montaliano, della calendula, del noce, del ciliegio, e trae senso, forma, direzione dal lago di Como “grande magnete di questa / altrimenti umile landa”, trasmuta in un orto segreto dove esercitare una botanica dello sguardo e classificare l’erbario delle proprie immagini. Gli scatti mirabili in bianco e nero di Mirna Ortiz Lopez ne mettono a fuoco i chiaroscuri, ne ampliano il corpo. A un giocatore di biliardino il compito di contemplare, con la fissa eternità dei simboli, il luogo più insicuro, l’anima, da un muro a secco, da una “torre di avvistamento” sulla sponda di un finito lacustre che infinisce.

È il giardino immateriale e perduto di Hillmann come metafora della psiche: “In quel giardino io ero nella Psiche, mi accorgevo che tutto era psicologia intorno a me, tutto parlava psicologicamente. Il mondo è come un giardino in quanto si manifesta; è un mondo di cose come alberi, sentieri, ponti; è anche un mondo di intuizioni, di metafore, di insegnamenti – a disposizione di ogni anima che passa – dati con la facilità dei riflessi sul lago: il giardino rende più intellegibile e più bella l’interiorità dell’anima”. Nei versi magistrali di Castagni l’autore ravvisa la medesima porosa, permeabile corrispondenza tra la polpa psichica e il midollo striato di vita concentrica del legno: “I castagni [...] sono la nostra coscienza inascoltata”.

Il giardino di Pietro Berra marca un paradiso laico eppure imbibito di una spiritualità diffusa dove le pietre sono “acquasantiere”, il bosco “profuma come un santo” e vi risuona il sacro. Alto e basso, cielo e terra, nuvole e radici sfumano in un continuum che replica il reale come un caleidoscopio di frattali: “Il mio dio ha la pelle verde eppure viene dalla terra più di chiunque altro”. “Solo quando manca la terra sotto i piedi spicchi il volo”. Fino ai versi intensi, lignei, rarefatti e altissimi di Io non abbraccio gli alberi, preghiera arborea dove il dettato poetico tocca vette di un nitore che abbacina.

L’autore intaglia sillabe irrequiete sulle giunture delle ossa, le impasta nell’humus in un’ansia, smania, frenesia di vero, con materiali scabri, ruvidi, quali il legno, il “linguaggio asciutto delle pietre”, la “lingua dei poeti e degli insetti”, i sassi che l’onda spoglia. Così scrive Neruda: “Ma non dimentichiamo le pietre! Non dimentichiamo i taciti castelli, gli irti, rotondi regali del pianeta. […] Io venni a vivere a Isla Negro nell’anno 1939; la costa era seminata di portentose presenze di pietra e queste hanno conversato con me in un linguaggio roco e bagnato”. La scelta di una materia linguistica terrosa si configura, per Berra, come scelta di campo, presa di posizione, rivoluzione politica attuata prima di tutto nello stile. Si ravvisa una continuità ideale, ma in un salto d’epoca, in un contesto stravolto, con la poetica minimale della linea lombarda di Giampiero Neri, Milo de Angelis, Maurizio Cucchi... “Il sentiero che collega il cuneo dei Sumeri al tuo T9”.

L’autore inventaria ombre, parvenze d’umanità in un bestiario universale di creature umane alienate più che di animali. La razza umana portatrice insana di quei morbi che si accinge a combattere, globalizzando comunicazione e pestilenze, ha prodotto i marcatori geologici, indicativi di una nuova era, l’Antropocene. C’è Thoreau, ma anche il Tesson di Nelle foreste siberiane nell’inesorabile affondo alla “civiltà dell’assembramento” e del potere, la cui fragile e mostruosa filigrana è stata scintigrafata da un virus e il cui catechismo è consumare ed essere consumati. “Metropoli alveari... serve al re di turno per meglio possederli”. A creare una faglia di senso nella pirandelliana comunità di maschere è lo sguardo della moglie Mirna, del quotidiano che sbuca da una mascherina come un fiotto di sangue autentico. L’amore, “gancio interplanetario”, tiene insieme “due antipodi” come le radici arboree tengono insieme la terra e impedisce il franare dell’io.

Infine il cinghiale, che intitola questo viaggio poetico denso, stratificato, acceso di folgorazioni che spalancano su panorami di meraviglia, ha una valenza creaturale e metaforica: “Lei che si preoccupa solo dei suoi cuccioli” e “non scava buchi nel giardino”... La “divina indifferenza del cinghiale” riconvoca la divina indifferenza di Montale ma è diversa dall’indifferenza della natura leopardiana, perché è diverso il tempo.

L’indifferenza della vita che si preoccupa di vivere non si connota di ostilità, di noncuranza al dolere dell’uomo in una visione irrimediabilmente antropocentrica, ma appare di contro un estremo, struggente tentativo della vita di preservare se stessa. Come nella splendida citazione di Mary Shelley, non comune ed encomiabile tributo di un poeta a una scrittrice, “lasciamo la vita per poter vivere”.

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