L’Hotel di Irene, che ci umilia e dà gioia.

Ci sono libri che non sai come prendere. Sono creature d’altrove. Come se per strada vedessi camminare un bambino marziano, un lupo zannuto di seicentomila anni fa.

Irene Santori è piena di spavento e di bambinesca lallazione linguistica e di anima. Il suo “Hotel Dieu” libro concepito in dialogo – fin dalla premessa- con l’opera di un importante artista scomparso da poco, Vasco Bendini, è uno dei migliori apparsi di recente nella poesia italiana.

La Santori è personalità di cultura e di studio (recensii un suo importante lavoro di traduzioni da Inni sacri di Racine) e anche di condivisione, grazie alla sua attività radiofonica. Ma in questo libro per così dire si raccoglie in tutta la sua bambinesca energia, in tutta la sua scommessa di donna e scrittrice. E esce sulla strada della poesia come una bestia strana.

Libro di concepimenti di figli in mezzo ai delfini, di visioni del vuoto, e di campane create  da un bambino nella storia di Andrej Rublev, pittore d’icome dopo il massacro, e poi scene di amore e malattia, di insonnia. Di perdite e di carnevali.

Versi asciutti e incisi, a volte taglienti come ferite, come una che si gira, una che dice no, versi che si incidono come frecce.

Libro che si ha l’impressione sia uscito come una creatura dal grembo, un fiore dal terriccio, composto come è in modo inimmaginabile. Attraversato da un brivido di morte pari a un brivido di gioia. Cose tipiche insomma, di qualcosa che si aggira dalle parti della mistica e della maternità, che sono le due redini segrete e sofferte della poesia di Irene Santori, della sua “insopportabile” persona e poesia. E del suo incanto.

Riporto una poesia, o cosa è – giustamente lei se ne fotte, essendo pura scrittura antica e futura- che mi ha colpito molto e non solo per la allegria mista al dolore innocente, alla grande arte e al sacro.

 

“Il ciclo di Arezzo

 

Entrammo in chiesa per vederne il ciclo di Piero finalmente restaurato. Nicola non volle separarsi dal suo palloncino, che appena sotto gli affreschi, con raccapriccio vedemmo slegarsi dal suo polso e salire, salire, salire finché a Re Salomone e alla Regina di Saba apparve Gatto Silvestro.

Fuggimmo a testa bassa tra i custodi – le guardie- sonnecchianti.

 

Dolore di mio figlio.

 

l’avevo stretto, l’avevo stretto

 

Perdita del palloncino.

 

Sempre tremenda e vera croce.”

 

 

 

Testo dove la cultura ( citazione del titolo del ciclo di Pieto della Francesca, “vera croce”) il dolore, la maternità, il comico, la maestà – diventano una scena sola.

Ecco, forse è questa la forza rara e in controtendenza del libro della Santori – forse non se ne accorgono i suoi pur plaudenti critici. È un libro sulla unità del mondo, della vita. Sulla vita come un luogo.

Il libro prende titolo da Hotel Dieu, nome dell’ospedale antico di Parigi e di altri luoghi di assistenza. Nome magnetico. Il luogo vita e luogo libro della Santori è UNO, e in tale hotel che ha il nome di Dio e al tempo stesso, il nome della pietà per la condizione inferma  umana, ci sta l’arte di Bendini, la morte del padre, il palloncino del figlio, i delfini e la pressione del corpo dell’amato. E non ci stanno alla rinfusa. Ma in un misterioso, poetico se volete chiamarlo così, ordine. Parola oggi banalizzata, o rivalutata in modi spesso superficiali, censurando il dolore. Qui invece un ordine, una unità riconosciuta in quel nome di Dio associato a un luogo di pena, rende possibile alla Santori la poesia, e una poesia che – caso raro- non sia piccola decorazione, piccola letteratura, piccola vanità.

E noi gliene siamo grati, felici e umiliati.

 

Davide Rondoni su
Hotel Dieu, Edizioni Empiria

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