L’Europa ha un verso?

Cara Europa che ci guardi è il titolo (ispirato ad alcuni versi di Vittorio Sereni)  di un libro di Gabriella Sica (ed. Cooper, Roma 2015) : “una mappa di un’Europa privata e insieme storica, guidata solo da qualcosa che potrei chiamare istinto e sorretta da un pensiero non strutturato e fluttuante, per frammenti, con un ritmo sbandato e spiazzante, come andando per scogli di un labirinto marino”. Europa come una “quercia maestosa e longeva” che con le sue radici, in parte tagliate ci tiene legati in un equilibrio malfermo, “un paese di meticci da sempre, fin dall’antica Roma”, un continente nato nella diversità e che con la differenza dei popoli e delle tante culture-“un paese di grandi bellezze e di grandi orrori, un immenso luogo di coabitazione di culture e diverse identità”- si trova ancora oggi a un bivio, sull’orlo forse di una imminente disgregazione, assediato dal pensiero stesso  della catastrofe.

Il segreto e al tempo stesso l’intralcio dello stare insieme, riconoscersi  in chi ci sta di fronte, oppure consolidare la propria identità per sottrazione, negazione dell’altro, dello straniero appunto, che poi è come farsi stranieri a se stessi. E i muri crescono, come è avvenuto nel passato antico e in quello più recente. Muri di cemento e muri interiori.

E il centro di tutto è lo sguardo, perché dagli occhi si arriva al cuore, che si tratti di amore (“voi che per gli occhi mi passaste il core”  sia per Cavalcanti,  per il quale l’amore è sofferenza sia per Dante, Petrarca e prima ancora i siciliani, i latini, i greci) oppure di odio.  Come  “il secolo breve”, attraversato da due conflitti mondiali, ci ha mostrato.

E il centro di questo sguardo sono i poeti, quelli che nel tempo, ma soprattutto nel dolore portano le bende del lutto. Le testimonianze. “Chi ha fatto il turno di notte, per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti!”, scrive Izet Sarajlic, durante l’assedio di Sarajevo, ci fa osservare l’autrice, nel capitolo dedicato alla guerra serbo-bosniaca; i poeti disegnano con la lieve ostinazione della scrittura, una cartografia differente da quella degli stati o dei fili spinati, reali o interiori che siano. E con un linguaggio altro, la coda ”arcuata dello scoiattolo “, essi piangono dai loro occhi appuntiti, ma al tempo stesso, nella grafia delle parole già progettano il ritorno delle farfalle (quelle stesse farfalle che sono scomparse a Fukushima). Solo per il fatto di scrivere tentano di aprire sentieri nuovi, con la voce diversa: “una promessa di futuro e un esercitarsi a morire”.

L’autrice ci mostra con grazia dolente il passaggio di artisti, poeti, scrittori, che hanno abitato l’Europa: piccole, ma brillanti bandiere, disseminate sopra il grande corpo del nostro continente. I poeti che portano “ la bisaccia viva della memoria”, ci appaiono, nell’ ipotesi di tante probabili mappe, delineate per “scorciatoie” con la stessa astuzia di uno scoiattolo, in cui tempo e spazio si confondono, fino ad annullare ogni distanza:  i moderni con gli antichi, i morti con i vivi, i sommersi con  i salvati; mappe come veli sottili,  l’uno sopra l’ altro, da sollevare di volta in volta a scoprire, indicare, testimoniare tracce e indizi, fino alle macroscopiche faglie della storia. Per il solo fatto di esserci stati, di avere “visto”.

Lo sguardo che si fa grande percorre i confini del dolore: Celan, Cvetaeva, Milosz, lo stesso Benjamin, più avanti la Weil, un dolore che scorre in superficie e scava nella vita di tutti: i due conflitti mondiali, la shoah come punto di non ritorno. Primo Levi, che pure “ immagina una salvezza attraverso la parola e si sforza di rammemorare i versi di Dante per sopravvivere”. Il taccuino di Ungaretti, custodito nelle tasche durante i giorni di trincea. Quello stesso Ungaretti che ormai anziano riflette amareggiato: “ (…) ci sembrava che fosse l’ultima guerra, che fosse la guerra per liberare l’uomo dalla guerra”…

Altre volte, si sa, i poeti fanno invece lo sguardo piccolo, mettono a fuoco le storie singole, quelle personali; l’autrice ci mostra ad esempio le foto ingiallite del nonno e del fratello di questi, partiti entrambi per le trincee. Il primo non farà ritorno, l’altro invece, salvo nel corpo e di nuovo a casa, sarà ormai smarrito e straniero a se stesso.

Nel frattempo è la macro-storia che fa da padrona, sulla quale la Sica si sofferma, riassumendone le tappe e la geografia dei nodi attuali, dei conflitti passati e odierni.

Ma ciò che colpisce in particolare è la capacità, con sguardo a sua volta di poetessa, di tracciare una cartografia delicata dei luoghi della sua infanzia: in una pagina disegnata  a matita, ci mostra  la mappa di Vallarte, il paese di sua madre, con le sue valli chiuse, le piante, gli alberi;  in un altro disegno,  quella dei Monti Cimini. Vallarte e Valchiusa, per assonanza affettiva, a  pieno diritto ci vengono incontro, lontane e vicine, come solo per i poeti è possibile: il Monte Ventoso, di Francesco, come il Monte Fogliano di Gabriella; “in cima, il mondo si vede dall’alto come da una certa distanza”.

“E il perno del luogo è pur sempre una donna, non la Laura di Petrarca , ma Felicetta”, la madre della poetessa; “ (…)  eppure entrambe belle presenti e assenti, con un nome-destino specifico che comprende la felicità e la poesia”.

Dunque, cartografie di affetti, ricordi personali, una pupilla che si dilata nell’umiltà del suo compito appartato, quello del poeta: c’è spazio (e tempo) anche solo per un oggetto, perché esso assuma un significato proprio e allo stesso tempo “altro”, nella sua concretezza materica. Perché un luogo è anche un uccellino di ottone sgraziato, che un ambulante regala all’autrice, bambina, a Pontassieve, un altro punto incantato su cui la lente del poeta ha voluto soffermarsi.

C’è spazio e tempo, se ad esempio il solitario scricchiolio di un solaio può d’improvviso risvegliare i fantasmi dell’infanzia della lontana e “sepolta” Lituania, come avviene non a caso, ne “La mia Europa” di Czelaw Milosz.; un passato in apparenza sommerso, che dunque si fa corpo, nel corpo stesso del poeta.

 

Rosalba de Filippis

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