”Lettera a Milo” di DAVIDE RONDONI

Lettera a Milo

dopo la lettura del suo libro recente.

Caro M

so che la stima e, direi,  la amicizia tra noi è così forte e lunga che non abbiamo timore di dirci nulla. E io voglio dirti bravo, il tuo ultimo libro è forte e intenso. Ma anche: sta attento, stai diventando il nostro Mallarmé. Intendo, e chi legge le tue cose lo sa, che la tua adamantina, fiera e laboriosissima fede nella poesia, mentre offre frutti alti di visione e di apparizione del reale (anche in questo libro) e delle sue figure più inconsolabili e luminose, pare – vorrei sbagliarmi- chiudersi in un sacerdozio della poesia che finisce per fottere la poesia stessa. Lo so bene che tale espressione “sacerdozio della poesia” ti è stata buttata addosso, più o meno così formulata, fin dai tuoi esordi da chi non capiva, o meglio non voleva capire, la concentrazione verticale e assoluta di certi tuoi lavori. Ma se assoluta è e deve essere la concentrazione e la tensione del poeta – hai lavorato su Pavese in questo periodo no ? Un uomo teso come pochi alla creazione e alla meditazione poetica- ecco, assoluta non è né puoi mai essere la poesia. La quale è prostituta o serva o ancella o chiamala come ti pare ma sempre deve la sua natura stessa, la sua esistenza e la sua necessità a qualcosa che la precede e la giudica. Ho avvertito in questo libro, che si apre con una meditatio mortis che mi ha riportato ai tempi della mia tesi con Raimondi su “parola poetica e senso della morte” , l’ultrasuono di una rotondità, di una sufficienza, di un raggiungimento, la quale da un lato riassume certo alcune delle migliori tue e non tue tensioni odierne della poesia non solo italiana, ma che appunto le risolve in un gesto per così dire soddisfatto di se stesso. Una soddisfazione cupa, certo, non babbea e compiaciuta come quella di molti altri. Ma soddisfazione, comunque, autosufficienza o meglio mancanza di uscita dalla poesia. Per dove si dovrebbe uscire? Per qualsiasi altra cosa, per l’aria, la maledizione, per la preghiera, per la domanda, per la voce, per la violenza, per la nascita. L’arte è se stessa nella tensione alla uscita da se stessa, senza negarsi, ma senza darsi come orizzonte. Ne proviene il suo feroce sbattimento tra le sbarre proprie, la tensione infinita e struggente, il continuo ferirsi. Lo sapeva Michelangelo. Insomma, credo che mi capisci, si arriva qui a una poesia meravigliosa e irrespirabile. Quando dico Mallarmè intendo quella funzione di poeta per poeti che lui quasi assunse il compito di essere, fissando una luce oscura dentro il buio del bel verso. Ora, ovviamente, cambiano le estetiche, i materiali, i ritmi, le situazioni. E il plauso che sale quasi unanime dai letterati piccoli e grandi è un segno della tua autorevolezza e, temo, in questa epoca di professorini anche tra i poeti, di rassicurazione. Come se ci fosse, davanti a una schiera di poeti che credono solo nella poesia -il che può sembrar umile e bello in un’epoca che voleva farci credere a tutto, a tutte le ideologie, a tutti gli dei, a tutte le buone azioni, a tutti i calcoli, ma forse è supponente riduzione della poesia stessa a unica cosa a cui credere invece che a esperienza del vivente- come se ci fosse appunto Milo la nave ammiraglia, che con il suo incredibile lavoro, la sua perizia che è prezioso arazzo del contemporaneo, ad aprire la strada. Ma ti prego, non sia una strada interna alla poesia, alla letteratura, una poesia che si affida e confida solo in se stessa, invece che a tutto – ai baci, alle visioni, a Dio, alle carezze, al mare, alle mani e alla furia. Perché questa poesia che crede solo alla poesia finisce per venir meno alla sua natura, alla sua vocazione che, paradossalmente, è proprio d’esser vocazione delle cose, del mondo, e suo rilievo, non suo ingoio e sussunzione. Se il poeta non crede al mondo, al mistero sempre ulteriore, al suo senso, cosa significa credere nella poesia ?

“Dolce niente, cupo niente/ voi siete la stessa cosa per sempre”.

“Ciò che sono/ un povero fiore di fiume/ che si è aggrappato alla poesia”

Alla poesia? O non piuttosto al venirti incontro, pur nella sua mortalità, del vivente?

O forse sto errando, ed è questo spazio di vocazione del mondo ciò che tu chiami poesia. Spazio di convocazione, di presenza nuda ( ma cosa è la nudità del mondo, Milo, tu lo sai?) insomma, forse è questo spazio creato da mani d’uomo e da qualcosa che non è solo misura di natura umana, l’unica cosa in cui accade il mondo? Accade il mondo solo poeticamente? O la poesia deve farsi il fiato, deve romperlo come nelle tue corridore, per inseguire l’evento del mondo, farsi “appassionato inseguimento del reale” (Miloszc) e non sua unica certificazione?

Il tuo porre questa raccolta sotto il sigillo della morte (“Nessuno, morte, ti conosce meglio di me”) che chiami tua “officina” e sovraintende a una “scomparsa”, a una radiazione della vita e del soggetto di lei (così frequentemente evocati nelle arti contemporanee, e tu sei odiernissimo poeta sotto questo aspetto) introduce un paradossale soggetto di poesia. Soggetto, dunque, ma non di vita, bensì solo di poesia. E infine, dunque, porre la tua raccolta sotto il sigillo dell’omicidio, in una sezione splendida e dolente, che finisce, con il rilievo della vittima, la sua definitiva apparizione – tutto questo non è forse, in nome della morte, cercare nella poesia il suo contrario, il nascente e rinascente, se non il risorgente? Insomma, lo scandalo vero della poesia, non è la morte, Milo carissimo, ma la nascita. Lo intuii in quel matto studio di tesi che mi fece viaggiare tra Nietszche, Pascoli, Levinas, Jankelevitch, Hermann Broch, Michelstaedter, e altri precipizi. L’ho visto nel cuore di tanta poesia. E lo sperimento sempre in ogni luogo lo sguardo si posa, tra malora e meraviglia. La nascita, la presenza, la esistenza -non per essere scritta in un libro -sfidano sempre la voce del poeta a farsi luogo, vocazione e indagine, appunto, e non sua unica realizzazione. O radiazione e derealizzazione.

Con in mano il tuo ultimo libro bello e violento, volevo parlarti di questa cosa, con l’affetto che per nulla vizia l’ammirazione e anzi la invita a farsi più profonda radicale conversazione.

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