Lettera a Luciano Cecchinel, ammirando. Di Davide Rondoni

Capita raramente, ma per fortuna capita di leggere una poesia e essere colpiti fino alle lacrime, di una commozione della mente e del cuore. Mi è successo leggendo la tua “Grazie ma ancor più perdono”, caro Luciano, nel tuo libro “In silenzioso affiorare”, stampato con sobria eleganza da Tipoteca Italiana. In questo canzoniere di amore per tua moglie Danila, che ha partecipato alla sua composizione con degli acquerelli preziosi e forti, e di compianto per tua figlia Silvia, hai dato prova di essere davvero una delle migliori voci di poesia del nostro tempo. Lo so da un sacco di anni, pur se i nostri incontri sono stati rari e però intensi di parole e di sguardi. Ho letto le tue pagine nel giorno di Natale. E te ne scrivo nelle stesse ore, immediatamente dopo. E non credo sia un caso.

Ci avete donato un’opera bellissima. La tua poesia qui arriva a farsi di neve e di pianto, di erba e di aria e ci fa alzare gli occhi alle “foreste delle stelle”. Trova il tono addolorato e luminoso che solo chi vive certe ferite con fede può avere. Ci vuole non solo il dolore, non basta solo il lutto per poter parlare della perdita peggiore in questo modo. Non basta il dolore più grave e la consapevolezza. Per chiamare così dentro ad esso il cielo, così luminosamente e violentemente il destino di tutto. Non basta il lutto, se pure dignitosamente vissuto. No, per arrivare – perdona la parola che potrebbe sembrare quasi bestemmia – a questa dura cortesia, a questo amore senza bave, occorre che al dolore e alle sue “fronde stremate” si mescoli una misteriosa certezza. Che lei, Silvia, nel suo passaggio sia come dici e quasi sommessamente gridi passata all’ “altra riva”. Intendo, caro Luciano, che nelle tue poesie hai compiuto il gesto mite e umile – così pieno di lacrime, sì, di “pazienza atroce” ma pieno soprattutto della loro strana luce – di alzare il livello di confidenza con il destino. E questo fa mancare il respiro. Fa aprire gli occhi su qualcosa che spesso dimentichiamo. Un uomo può avere questa confidenza! Che non è una virtù, non è una forza, non è una capacità – no, è una disponibilità, quasi una accoglienza. Cosa ti deve essere costato scrivere… Si vede, non solo per certi momenti dello stile, che devi aver conosciuto lo stesso dolore di Ungaretti. E come lui aver sperimentato che lei è ora “anima della tua anima”…

Hai composto un canzoniere senza residui di inutili confessioni, senza ricordi che non fossero ridotti all’essenziale. Hai detto di lei e per lei l’essenziale. E sono certo che te ne è grata dalle “foreste delle stelle”

Rare volte – e grazie solo ai poeti più alti della nostra tradizione – la lingua italiana ha così adempiuto alla sua vocazione di essere capace di ogni terrestre umore, di ogni sensuale accostamento alle foglie, alle acque, alle piante e di far vedere l’azzurro.

Non ho le parole per dirti altro, non ho le parole.

Ti ringrazio di questo gesto così personale e così prezioso per tutti. Per queste poesie che tutti devono leggere per vedere cosa fa la poesia, quando il destino le siede accanto e ci guarda con i suoi occhi buoni e incomprensibili.

 

Davide Rondoni

 

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