Le voci cercate da Sebastiano

Il libro di Sebastiano Gatto, uscito nella gialla di Lietocolle-Pordenonelegge, conduce in un dedalo di voci, di pene, di frammenti. Sono “voci dal fondo”, emerse – come avvisa la nota finale- in un lavoro di tesi sulla storia di donne badanti straniere in Italia svolta da una studentessa spagnola. Quella studentessa – che straniera ha letto quanto quelle straniere portavano- è diventata la moglie del poeta, il quale ha dato vita a una figura (un infermiere, figlio egli stesso di una badante) che ê la voce che parla nel libro. Figura fittizia, dunque, mentre vere sono le storie, i lacerti di storia raccontati o comunque allusi in una serie di poesie che compone un affresco straniante, mai tranquillizzante, duro. Scene di ospedale, una via crucis di madre, solitudini, piccoli riti del vivere e del campare. E la morte che taglia i versi, a volte quasi ne spegne la luce superflua, quasi obbligandoli a una castità del dire. Gatto si conferma poeta attento al farsi del vivere, concentrato più sulla materia che sulla elaborazione di uno stile, il cui unico imperativo anche in quest’opera appare la ricerca di una adeguatezza, appunto, alla materia che si vuole dire e onorare. In Gatto, infatti  la poesia non rinuncia alla sua umilissima e radicale vocazione: onorare l’esistente, specie nelle sue ferite più feriali e impenetrabili. Lo mostra la stessa concezione, l’azzardo del libro, che obbligano una materia spesso preda di analisi sociologica a rientrare nel suo nucleo di verità umana, di destino e di alterità irriducibile.

Ne esce un libro senza seduzione, crudo, dove la luce che si fa largo senza enfasi e senza trucchi nello sbiadito, feriale teatro della vita “migrante”, ha una forza arcana, segreta, come una creta. Quasi che – viene più di un sospetto- sia lei, la luce, che il poeta (incarnato nelle sue figure) vede come vera materia. Come materiale gloria. Così nel testo finale, dialogo con un testo anche a me carissimo di Anna Achmatova, si inchioda il “dover essere” della poesia. Allargare insieme alla pena, l’abbraccio di quelle parole.

 

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