LE TRE “a” di RAFFAELE NIRO

Raffaele Niro: L’attesa del padre, (Transeuropa, Massa 2016, pp.127)

di Anita Piscazzi

In un tempo in cui tutto si consuma nel qui e ora di un lampo di un android senza dare un senso e un valore al passaggio delle lune, al mutamento degli alberi, a quello del corpo, al movimento delle maree, alla cura dei nostri affetti insomma a quei momenti costruiti solo con la pazienza del cuore che dimorano in uno spazio sacro. Virtù primigenie che arrivano con la forza di una finestra spalancata dal vento e a ricordarcelo, come un moderno oracolo, l’ultimo lavoro poetico di Raffaele Niro, L’attesa del padre per i tipi Transeuropa, Massa. Qualcuno ha detto che nella vita di un essere umano tre “A” sono importanti: Amicizia. Amore. Attesa. In questa raccolta l’immagine portante delle tre lettere inizio dell’alfabeto è un fiume carsico che scorre visceralmente lungo il Varco del tempo, L’idea di un figlio, Nascite, L’attesa del padre, Principio della nascita, Poesie per il figlio, La crescita del figlio, Eredità per un figlio, Verso la madre, Poesie per la madre, arterie pulsanti che muovono la struttura del corpus poetico.

L’attesa di un figlio, momento lirico e sospeso dell’esistenza umana, porta a pensare quasi sempre al cambiamento di una donna in una madre, ma qui ci troviamo di fronte alla sacralità di un tempo e di uno spazio che inquieta e meraviglia un giovane padre che si bagna quasi a purificarsi di nutriti interrogativi e di dubbi: “dopo aver usato tutti i punti di domanda/e speso male i tentativi di risposta/ho messo un punto fermo/dopo il tuo nome” in cui i minuti, le ore e i mesi che passano sono ritmati dalla pancia, unico strumento di emozioni: “l’inverno a febbraio/ è maturo per tornare ad essere/un bambino dagli occhi danzanti/ pronto a scaldare la pancia del padre”. Come la vergine madre dantesca, figlia di suo figlio, così Niro si sente figlio del figlio e percepisce la tensione di non essere pronto: “Mi auguro/ di essere alla tua altezza/riuscire ad annaffiare i tuoi fiori/tutti i giorni/aiutarti a curare i tuoi giardini/e diventare/nel tempo/passando per la terra/il tuo gelsomino”. Una preghiera cantata a mo’ di salmodia monodica dal sapore di una nenia antica che l’autore intona: “Nel nome del padre/s’accoppiano/le lumache/cadono/i capelli/ai soldati/le cicale/cantano/le fedi/[…]diventa/verbo/il sostantivo”, ma anche: “Nel nome del figlio/quando scrivo/sono vivo/si gonfia/il seno/alle donne/[…]la parola /s’invola/è/oro/di nulla/e/si fonde/nel seme”.

Lo spazio isolante, liquido e ovattato del figlio diventa scenario immaginifico e volitivo, “antico incantamento” di quell’universo che fa girare la terra intorno a una cellula, germoglio sempreverde di vita: “ogni volta che ti immagino/immerso nel liquido amniotico/ti vedo portar via con le mani/un po’ d’acqua dal lago”. L’attesa diventa un luogo intimo di ricerca che può tessere l’incertezza di quello che verrà: “lentamente riaffiorano i complessi/monumentali debolezze della vita/riportati alla luce dall’attesa di te” mentre “dalle tue mani nascono i fiumi/che rendono fertili certe mie terre/dove pianterai i giorni a venire/ed il coraggio di essere padre”.

Lo stato di sospensione diventa terreno fertile e forma di costruzione e ricostruzione di vissuti non risolti legati alla figura della donna madre amata che trova un incastro col dito di Dio che ha voluto per gioco o per segno riempire un vuoto limite: “andare a capo è un viaggio di ritorno/dai confini del tuo universo. scriverti/adesso è la sintesi tra passato e futuro”. Il fluire continuo di fotogrammi di una piccola esistenza futura segna nell’immaginario dell’autore un dove in cui mettere in scena l’essenza di ciò che avverrà: “ora sei quel che è stato/un attimo/durato tutto il nostro passato/stai per realizzare/la coniugazione del verbo essere/nascere sarà l’avvenire”. L’anima della raccolta sta nell’io che si eleva nel nome del padre, della madre e del figlio dando una ragione alla disciplina che tutto muove e sa ancora di un senso sacro e altissimo: “le mani di mio figlio/aprono l’asola del mattino/con la disinvoltura della luce/è lui che cuce l’alba/trasformando materia scialba/in un pezzo di universo/che inizia qualcosa di possibile”. La preziosa fatica poetica di Raffaele Niro, ormai noto scrittore e ideatore del Festival DauniaPoesia, è un testamento spirituale, lirico e affettivo che l’autore lascia come un bene terreno e indelebile al piccolo Gioele che non aspetta, impara e non impara, insegna: “Cosa posso lasciarti, dunque,/in eredità? di certo il sorriso/di tua madre quando è felice,/i cani sdraiati al sole, il silenzio/dei cimiteri, la primavera”.

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