Le “Scannaciucce” di Domenico Brancale

di Davide Rondoni

Il Brancale dialettale che ci viene donato dalla antologia delle sue poesie in lucano ("Scannaciucce") dalla mitica casa editrice Mesogea, la medesima di Nino De Vita, maestro della poesia dialettale italiana, ci offre un ritratto di uno dei migliori poeti italiani di oggi.

La matericità della lingua domina, il lessico è straniante: l'agave austera e ligure di montaliana memoria qui suona "scannaciucce", ovvero ferisci-asini, oppure la "verga del caprone" figura funebre mitologica che minaccia come la morte le esistenze è "nu ndurlarone de zímmere".

I versi sono scabri, le poesie brevi e, a differenza di un grande poeta lucano scomparso da poco, Franco Palumbo, la scena è quasi tutta interiore, contratta e non si dà se non per accenni, scorci, presenze rapide, impasto di lingua, appunto, e nel colore intuito dei luoghi.

Brancale mette in scena il suo uomo (se stesso) sempre minacciato dal nulla, da questa morte in vita, che costituisce nei poeti la radice dello "sguardo doppio" di cui parlava Leopardi e operante in Pascoli (che lo chiama "religione") e nei grandi. Uno sguardo capace di cogliere l'essenza dell'esistere nel suo essere "limite". Ma mentre Montale con la sua agave di scogliera ne faceva discendere una morale del "cinque per cento" ovvero un ritirarsi in emblemi e borbottii artistici che delimitano il perimetro del vivere, raramente visitato da apparizioni e "miracoli", Brancale ne desume una intensità assoluta, vive "nd'u sanghe / ca si ssibbersèje e si scatène"; (nel sangue  / che tracima e si scatena) oscillando tra insonnie e dure illuminazioni e radicandosi in quella doppia vertigine che Montale accenna per evitarla, ovvero la consapevole frantumazione nel buio, nel gorgo da un lato e, dall'altro, la suprema aspirazione alla luce, coincidenti talora in un annullamento dell' "io" come contenitore sbrecciato della vita. Anche Brancale, nella successione di opere qui raccolte, ben disaminate nella acuta postfazione di Sinicco, viene visitato da presenze numinose: una telefonata, le rondini ritratte in versi tra i più belli della raccolta e tra i più efficaci letti ultimamente, un fischio di treno che diviene preghiera, oppure, come in una dei testi più belli, dal grido "ca scètte u skattabbotte" (che emana un papavero). Ma tali visitazioni non sono emblemi, come avviene nella riduzione simbolica novecentesca; sono il grido potente del vivente, la radice stessa dell'essere che matericamente, irrefutabilmente, raggiunge il poeta. Quel garofano, "skatte 'n du core / u crambe di nu sole russe" (schianta nel cuore / il crampo di un sole rosso). Siamo dalle parti di Dylan Thomas più che della composta poesia italiana dei Saba o dei Montale, Sereni etc.

Così la poesia (e la sua lingua asciutta e scheggiante) divengono in Brancale non più la decorazione sentimentale o gnostica del nulla del mondo, ma lo spazio, oscuro, vivissimo e sofferente, torbido e lucente, dell'ascolto che l'essere mortale presta all'essere misterioso.

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