Le punte estreme di Ibello

“Turbative siderali” di Giovanni Ibello, Terra d’ulivi, 2017

 

Tempo – vuoto – luce.

Prendiamo tre temi cardine della poesia contemporanea.

Togliamo quella tensione all’elucubrazione tipica di molti giovani autori che si approcciano per la prima volta alla poesia.

Mettiamoci dentro l’abisso, “l’ultimo confine dell’esistere” o “il quotidiano addestramento sulla fine”. Otterremo così il libro di esordio di Giovanni Ibello – a patto che si sappia fare poesia – come nel caso in questione.

È raro trovare opere prime così compatte e vive, dove il senso di fiducia nella scrittura si manifesta in un linguaggio che ha punte estreme e una consapevolezza non da poco, un’aggettivazione ricca e un serio progetto di base.

La “turbativa” – per citare il titolo del libro – è qualcosa che coinvolge quello che è intorno, una universalità da raggiungere partendo in effetti da riflessioni intimiste, come necessario, “tutto si separa per venire alla luce”, (tutto è nella frattura) e ancora “ci ha separato l’incoscienza/ perché il distacco non ha memoria”.

E arriviamo poi alla “scena madre” che è anche il titolo della terza – illuminante – sezione del libro. In fondo le domande sono quelle che appartengono a tutti: “che cosa ci resta tra le mani?”. Eppure qui con mani si intende proprio dire mani, la guerra nelle corsie degli ospedali è proprio guerra. Si tratta di nominare le cose, dare loro il nome giusto, concretizzarle. Lo sfondo di questa ultima sezione è Napoli, luogo reale e insieme punto di fuga del progetto-libro, una città in cui tra i quartieri residenziali si possono sentire anche “i palpiti dei basamenti”, si può pensare “ai rituali d’amore inascoltati/ nell’endometrio delle case”. Se è vero che in certi casi si può toccare l’essenza del libro e della poesia, Ibello ci dà questa possibilità, possibilità tangibile di una solitudine intensa, palpabile, quella in cui siamo spesso costretti.

 

 

 

Quando ci siamo guardati negli abissi

sapevamo che un giorno

avremmo pagato

il prezzo della luce che s’incunea

sotto la coltre muta delle acque.

Perché gli occhi sono

l’ultimo confine dell’esistere,

perché gli occhi resistono

alla pietà del respiro che stenta.

 

*

 

Anche tu la chiami morte

questa armata silenziosa senza lume?

Questa rete di spade

incrociate sopra i corpi,

l’antilope che si ritira tra i canneti.

La preghiera del giorno: siamo muti.

Tutto si separa per venire alla luce.

 

*

 

Ma dici guerra

e pensi pure

alla corsia di un ospedale

alla fatica di restare

in piedi al buio

al giorno che si schianta sopra ai vetri,

al freddo che s’inarca nelle reni.

 

 

 

Giovanni Ibello è nato a Napoli nel 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Ha pubblicato sul web poesie e approfondimenti critici sulla poesia contemporanea, facilmente reperibili sui principali lit-blog italiani. “Turbative siderali” è la sua opera prima.

 

 

 

 

Melania Panico

Lascia un commento