Le mura amiche di Alessandro De Santis

Nota di lettura di Melania Panico

Alessandro De Santis, Mura amiche, Transeuropa 2019

Mura amiche si apre con una “stanza d’ingresso/ anticamera del vissuto” e già è interessante l’associazione tra questa stanza d’ingresso e la camera oscura che dà il titolo alla prima sezione. Il lettore entra nella casa, in un certo senso rassicurato dall’intermediazione dello sguardo dell’autore e tuttavia il lavoro che fa quest’ultimo è quello di “abituare la vista” di chi legge. Questa operazione di focalizzazione non è un compito semplice perché è chiaro che De Santis, lontano dal rimarcare un distacco, tende a fare in modo che ci sia una sovrapposizione tra i piani sequenza.
Soprattutto nella prima parte del libro, l’elemento della luce appare essenziale, vigoroso, nonostante non si tratti di una luce manifesta, quanto piuttosto una luce che mette a fuoco lentamente (quella di una torcia) o che viene fuori di soppiatto (da una ferita). Ecco il binomio superficie/sostrato.
L’autore pone la mano fuori dal recinto di osservazione personale, lo sguardo di Alessandro non è mai uno sguardo chiuso o crocifisso ma uno sguardo che dall’alto prende molto e questo “molto” serve a rimettere tutto in discussione. Ne viene fuori che il magma sotto la superficie di osservazione diventa sempre più incandescente. Se all’inizio l’intenzione di De Santis sembra essere quella di descrivere, pian piano ci si rende conto che intende mettersi in gioco completamente. Tutto questo a discapito della “pura superficie” e a favore del sedimento.
Nella sezione I sensi lunghi un catalogo di oggetti/totem indica un’altra lettura: “un altro mattoncino/ insignificanza/ un mattoncino/ purezza sfinita”.

Mura amiche ha il suo explicit nella sezione Casa d’altri (da notare come De Santis dissemini rimandi ad altre opere, come in questo caso e quindi non possiamo non pensare al libro di Silvio D'Arzo) in cui il recinto (penso ai versi di Anedda in esergo “di lato c’era come un recinto/ e lì duravano le cose”) diventa poroso, un recinto oltrepassabile non solo con la mente. In questa sezione trova compimento il progetto di avvicinamento al “dentro”. Come se la familiarità fosse (e lo è) una vera conquista.
L’autore entra – perché gli viene concesso – nelle case/vite degli altri. A questo punto lo sguardo non può e non vuole essere neanche apparentemente distaccato. I livelli di mediazione si fanno sempre più sottili fino al dissolversi nella luce/tutto.

Tegola

Dalla crepa entra
la luce, dice rauco il cantastorie
dalla parola si rovescia
la gioia, recita il salmo
dell’ora seconda
Una levigata stasi, una
inquieta stabilità ora.
Non soffia più
il vento
Non soffia più
non muove niente
La materia, la terra, cotta
nutrita del calore
e poi stinta
dall’eco di mansarda
da urla di rabbia e distanza
da chi vuole
essere tetto, crine, coperta.

*

Chiave

La prospettiva naturalmente
è affollatissima –
una telefonata per
accertarsi
un lasciar cadere
L’oggetto di turno
che è dentro gli
occhi di tutti
va e torna
senza un perché
Cane secco di metallo
lo sguardo
chiuso contro il silenzio
si spegne nella luce
liberato
accaduto e già risistemato.

*

Santino

Magro
Bello come
una ragazza dai capelli
rosso mogano
Infilato tra due
pagine della guida
turistica
Una guancia su un monumento
una guancia su un lago forse
L’immagine è di
una madonna
La storia la lusinga,
calma e liquida
custodia
Magro rimane
E bello
Bello come quella ragazza
dai capelli strani
prima del rogo.

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