Le lettere e la non-bestemmia di Federica

Libro prezioso e di molta riflessione su di sé. E di autorappresentazione. E non potrebbe essere altrimenti, essendo un libro di preghiera che invece è divenuto una lettera, e per di più di epistolario mozzato, dove, per via d’amore frainteso, la scrittrice ci avvisa che l’altro, l’ex-interlocutore, è sbiancato portando nell’oblio le sue parole, lasciando il campo (e il libro) solo a lei.

Insomma un piccolo monumento all’io mentre pur si dice che sono lettere (e dunque si presumerebbe un’altra voce) e che si prega qualcuno. Ma il fatto è – tremendo e dolcissimo- che la necessità, dura, dolente e sincerissima di questo libro (il quale fa il paio con quello suo di poesie qui richiamato più volte “avere trent’anni”) non è né pregare né dialogare, ma è pronunciare e dunque far accadere il riconoscimento della propria vocazione. O, meglio, il riconoscimento di una vocazione amputata. E qui sta la veemenza di queste pagine. Il loro cuore vivo. Il tema profondo e tremendo di questo libretto – che pur dischiude molti tesori- è la mancata risposta a tale vocazione. La vocazione infatti appare, in una delle pagine più belle e dure del libro, nel finale, segnata da un rifiuto. E dunque da una condanna di separatezza, dove diviene chiaro terribilmente solo il vedere, mentre in questa vita che non ha risposto alla vocazione il generare, il verificare, e in definitiva l’amare sembrano come rapiti nell’impossibile, o danno segnali da dietro un vetro o da distanze incolmabili. “Poiché non amano nessuno, avvertiva tremendo Charles Péguy, credono di amare Dio.” Ma il grandissimo valore di questo libro che scomoda santi e fanti, si aggira tra poeti e mistici, sta appunto in questa nudità con cui l’autrice – come D’Annunzio, pescarese pure lui- edificando un vittoriale di stile neo-mistico pone in realtà al centro il suo “fallimento”. Che è il motore tormentoso e però ormai chiarito, rasserenato nella mestizia, del prodigioso ramificarsi in potenti sintesi poetiche di pensieri.

Ci sono pagine di viva grazia e intensità, deviazioni e momenti di tenerezza del vivente che sono speciali.

Un libro paradosso. Dove l’io ora nell’ammissione della mancata forma della sua vocazione può campeggiare pur parlando di mancanza e annullamento. È un Padre Nostro che si perde nella dolente e preziosa riflessione della poetessa e scrittrice. Che continuamente – e sapientemente- enuncia la sua propria piccolezza e trasparenza, come in questo pezzo molto bello: “Come già dissi, la tua, di ricorsa, non mi riguarda e se a me guarda è solo perché i tuoi occhi, Comitò, hanno bisogno di un paesaggio in cui ritrovare l’amato già scelto, per sceglierlo nuovamente, e in esso perdersi, con lo spezzarsi della mente.”. Si scansa, l’autrice, l’amata, e lo fa ergendosi però, isolata e assoluta, ovvero sciolta da legami, in quella che lei chiama separatezza. Nel voler diventare “paesaggio” invece che figura.

La sua fede è  “per definizione inverificabile” ( e forse è dunque una fede non cristiana, una fede in un Dio specchio di pensieri e giusto secondo una idea irraggiungibile di giustizia, e non contempla invece l’evangelico verificabilissimo spostamento di montagne interiori e esteriori, il verificabile centuplo, il miracolo visibile e toccabile, la verificabile misericordia verso la Maddalena e verso il pubblicano, la francescana verificata dura letizia).

Un Padre nostro con pochissima invocazione, e con molta sensibilità. Una finissima capacità di percezione del vivente arriva in certi punti meravigliosi a perdersi, a estenuarsi e a denunciare la sua propria mancanza di direzione.

In questo senso, alto, Federica D’Amato è dannunziana: non solo nel senso di una scrittura sorvegliatissima e capace di prodigi, ma per il continuo rovesciamento della grandezza in piccolezza (il Vittoriale era luogo anche di autorappresentazione in veste humilis, francescana). Come quando ad esempio afferma: “una poca cosa ha la vastità di perdonare al cielo di non essere la terra”. E, quando nella ricostruzione del proprio profilo sempre più antagonista all’amico e amato che sta scomparendo giunge a dire che lei  preferisce “morire piuttosto che legarsi per sempre a una unica fonte”, a mio avviso Federica tocca un punto di grande verità: il legame che sembra esserci in lei indissoluto tra amore e morte. E che la vocazione poteva portare a un livello di claritas e di charitas, invece che lasciarlo al livello del timore. Ogni vocazione è un “morire” in una forma che in realtà rende possibile l’amore e dunque una vita reale.

Le lettere solitarie di Federica sono una convocazione di Dio dentro il peso di una esistenza addolorata, una esistenza non legata a una fonte d’amore, non rispondente a una vocazione – poiché l’amore può avere una sola o mille forme, e pure la vocazione può avere molte forme, ma sempre una è la fonte. Il legame vocazionale è infatti legame con una forma per avere legame con la Fonte. Non è forse questo il dramma e la fertilità della vocazione? Come acqua che si fa accogliere in un argine per divenire fiume e irrigazione invece che acquitrino. E anche Dio infatti, in queste pagine, finisce per non essere percepito come fonte, restando preso nella mente e nella sua presunta mancanza. Ma la mancanza è l’aspetto concavo -ripiegato sul soggetto che la prova-  di una azione che invece si chiama desiderio quando l’accento è messo non sull’io ma sul tu, sull’inseguimento, sulla ricerca, sulla presenza desiderata invece che sulla mancanza provata. Ma qui, verrebbe da dire, come ha avuto luogo un fraintendimento amoroso con l’interlocutore sbiadito e annullato, così anche con Dio la vocazione amputata appare come fraintendimento amoroso. Così che scrivendo un’aforisma che molti sottoscriverebbero- in questa epoca delle penurie affettive e vocazionali- la poetessa pronuncia infine in un libro dedicato al Padre Nostro la sua vera bestemmia: “La superbia di credere che Dio ci abbia liberato dal male creandoci a sua immagine e somiglianza, e invece ci ha creato a sua immagine e mancanza.”. Bestemmia che necessariamente corona, sincera e sperduta, onesta e seducente, questo non-Padre nostro. La D’Amato ha l’onestà, pur dissimulata, di pronunciarla, senza ancora il coraggio di chi – come Testori o me o altri- bestemmiano e dunque veramente offendono ciò di cui amano sperdutamente il corpo, il viso, gli occhi, la fonte e la presenza. La sua bestemmia invece è ancora in un pensiero, non in una offesa. Non è nemmeno intenzionale. Una non-bestemmia, dunque, in una non-preghiera.  La creazione infatti, non libera di per sé dal male, bensì consegna al dramma. Non basta essere nati per esser salvi, occorre la vita  – e occorre per tale liberazione la carne e il sangue, la bellezza e il sacrificio corporale di Cristo, occorre la sua presenza concreta e efficace. Ed è proprio la somiglianza con Lui a renderci figli che possono dire, balbettare: Padre, desiderando un amore pienoe confuso di forme, e però fonte infinita.  Figli in lotta, non già salvi, nè già perduti. In questo rifiuto di “somiglianza” – che è rifiuto appunto della vocazione offerta da parte dell’invocato-  rifiuto della con-formità con il Mistero da cui si proviene in quanto generati, sta l’inizio della bestemmia. E di questa quasi-bestemmia. Che è sempre bestemmia contro la propria nascita. Qui sta il nodo dell’epoca nostra che Federica come i tutti i poeti autentici non solo indica, ma vive e patisce. Non si colpisce Dio, anzi se ne parla e se ne filosofeggia di continuo. Si colpisce la nostra somiglianza con Lui. Questo è l’Insopportabile. Lo scandalo. E qui sta il seminascosto fuoco di questo libro prezioso di pagine, aereo e tagliente di pensieri, vuoto di baci e di preghiera. Un libro necessario per leggere la nostra epoca.

Lettere al Padre. Preghiere in forma di lettera. Ianieri editore.

Davide Rondoni

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