Le altre albe di Thomas

di Davide Rondoni

L'alba è un massacro signor Krak (edizioni XY.IT) è un inno dolce e amaro alla libertà. Il libro di Thomas Tsalapatis, vincitore del premio inediTo 2018 e prima edizione dei testi del poco più che trentenne autore di Atene in Italia, presenta una serie di micro-racconti ironico-poetici aventi per protagonista, se così si può dire, il signor Krak (un tizio che inizia con la K come quello di Kafka, e consuona con il Krapp di Beckett) che inscenano, in un'alternanza di osservazioni micidiali di realismo e contesti o episodi surreali, una estrema possibilità della libertà.

Dalla testa di un maori nel freezer, ai consigli turistici su come far scoppiar ponti in Bulgaria, al rapimento di Jacques Prévért, con alcune intromissioni in versi, le invenzioni di Tsalapatis, permettono di spostarsi, di deviare ma senza mai perdere con la coda dell'occhio qualche vicenda serissima, adombrate in quegli apologhi apparentemente dissennati. La perdita dell'ombra da parte del protagonista, o l'insonnia provocata dal frastuono di invasori barbari di secoli e secoli prima, da un lato paiono dare un mondo in frammenti isolati e bizzarri, dall'altra, senza evidenti cuciture ideologiche o storiche, sanno ricostituire su un altro piano (decifrabile solo a costo di essere Krak) una unità del mondo, una sua leggibilità - ma sul piano dello spostamento libero, della categoria della improbabilità come movimento di una storia che altrimenti pare solo fissata al suo farsi di leggi economiche e di potere. Del resto, se da un lato la "poesia non è un lusso", come ripete l'autore e gli si presenta come necessità, significa che la poesia e il suo sguardo deviante sono insiti, sono una possibilità data dalla storia stessa. Intendo dire che nessuna consolazione, nessuna metafisica, nemmeno idealistica e dialettica, compare nella visione di Krak. Come se al massacro di ogni alba si potesse, se non scampare, rispondere acciuffando, come il personaggio di un famoso film, piume per aria.

Scritto in prosa con rari inserti in versi, o forse di fulminazioni, il libro svela una natura teatrale, da stand-up, come dichiara lo stesso autore e come annota la curatrice Viviana Sebastio in una partecipe introduzione ove inquadra la figura e l'opera del giovane autore in quella varia ed eterogenea "generazione della crisi" con cui vengono indicati gli artisti emersi nel duro passaggio economico e sociale in Grecia a cavallo degli anni '10 (la prima edizione del signor Krak è dell'11); indica la osmosi tra varie arti e forme espressive tipiche di quella generazione. Tsalapatis del resto rivendica la possibilità della parola come risorsa anche "quando ti sembra di non avere più niente" e viene riportata una sua frase che dice: "Sembrerà strano, ma non sono disperato. Se pensi a quanto è accaduto in Grecia nel Ventesimo secolo non puoi disperare. Qui parlano le pietre."
In tale non venir meno di una speranza, lucida e bizzarra, leggiamo il segno di una consapevole appartenenza al lavoro della letteratura che in Grecia, specie nella grande poesia neoellenica ha dato grandi frutti: ovvero la elaborazione di uno sguardo poetico e di una parola in grado di presentarsi e di offrire una scena più profonda e autentica anche quando la scena della società appare tutta invasa da altri discorsi, da altri lessici. In questo senso Krak, ennesimo ma particolare anti-eroe, si aggiunge in quella trafila che va dai racconti medievali italiani fino a Chisciotte e agli "spostati" novecenteschi che hanno abitato e rovesciato il secolo terribile, quello delle albe massacro.

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