Laura Corraducci, il passo dell’obbedienza

di Gianfranco Lauretano

Il passo dell’obbedienza, terza raccolta poetica di Laura Corraducci (Moretti & Vitali, Bergamo 2020), è organizzato per sezioni poematiche. Un’opera pensata anche nella sua architettura, dunque, e il fatto che ciò sia immediatamente visibile al lettore depone a favore dell’esperienza dell’autrice, che ha certamente maturato un proprio personale stile e anche una sua semantica. Questa tendenza comincia a intravvedersi tra i poeti italiani: anziché pubblicare raccolte che, semplicemente, riuniscano il frutto compositivo di un periodo, il pensiero degli autori più avvertiti va all’opera nel suo complesso: alla struttura, all’architettura del libro. Questo di Laura Corraducci è come certe case moderne, con un blocco centrale e una serie di volumi che ne movimentano e variano la superficie, come a volersi esporre a tutta la luce solare possibile.

Se lo chiede anche Marco Vitale, nella sua lucida postfazione, quando parla di punti nevralgici del libro: l’amore e la storia, la trascendenza e la natura. Proseguendo sul solco della sua riflessione, verrebbe da dire che il blocco centrale del libro è un certo tipo di amore: quello assoluto e materno, immanente e femminile che, certo, corre nelle vene della storia e della natura, ma anche dei luoghi, amati per quella corrispondenza (“England, my England”) e dell’infinito, soprattutto di Colei che dell’infinito è stata genitrix. È dunque lo stesso tipo di amore che, secondo quanto suggerisce la forma data dall’autrice ai suoi testi, fa scaturire la poesia stessa: un dono gratuito dello spirito.

Parlo di forma perché anche per questo aspetto non c’è nulla di casuale in Laura Corraducci. Per la stragrande maggioranza di questi testi, preferibilmente brevi, siamo di fronte ad una specie di unica emissione del respiro, un unico, musicale, arioso enunciato. Accade spesso nella poesia anglosassone, di cui l’autrice ha vasta conoscenza o, se si vuole, a modelli come “Corno inglese” di Montale, certamente uno dei nostri autori più british, in tutti i sensi. Sentiamone una:

il mio amore corre sull’acqua
non si volta indietro non saluta
ha i fianchi già bagnati dal mare
grido nella pioggia ma non sente
il suo cuore sta vibrando col timone
il mio nel bianco sporco della vela

Ma la comparazione con quella sensibilità finisce qui. Non troviamo in questa poesia nessuno iato deterministico tra pensiero ed emozione. Secondo le categorie individuate da Marco Vitale, ci vengono indicati elementi amati dello stesso tipo di amore su cui è incentrata la voce che qui racconta. Si può anche notare, di passaggio, che ogni poesia inizia senza maiuscola e finisce senza punto, volendoci forse mostrare che ogni testo è non solo un unico respiro, ma un respiro fra altri respiri, che tende al silenzio senza tacere: “E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce / vo comparando”, ha scritto un conterraneo dell’autrice.

Il vero oggetto d’amore però è la realtà stessa, il presente della storia e dell’esistenza individuale, la circostanza. Per farcelo vedere bene, Laura Corraducci ci porta a guardare circostanze estreme, momenti cruciali, vite al “limite”, come dice ancora la postfazione. Non a caso la raccolta si apre con la sezione (ma qui chiamata “Atto”, a suggerire l’apertura di una rappresentazione drammatica in due tempi) Il confine, accompagnata da una citazione di Giorgio Caproni, il nostro gran specialista dei luoghi / non-luoghi, dove persino i baci non stanno al centro, bensì “dentro un amore che è nato ai lati / delle tue labbra e dei nostri baci”. E se la sezione dedicate alle vele (parola che ritorna come regola in ogni poesia) non può non ricordarci quelle formidabilmente musicali di Dino Campana, non ci sfugge la persistenza del respiro che si fa vento e le gonfia continuamente fino a farci prendere la corsa e incontrare un distico meraviglioso e misterioso insieme: “imparando che la porta della morte / si attraversa soltanto con le vele”.

Pian piano il libro, che ci fa percorrere sotto lo stesso amore le suggestive terre alte di England my England, le highlands (“amarti nel sonno e nella veglia / amarti con la sera e con il buio / nel viola pallido del fiore / sulla cresta bianca della cima dove / il latte delle nebbie non rapprende / e dai fianchi scende a valle come lava”), ci introduce al punto massimo di tante esperienze estreme, fin dalla sezione Il rovescio della luce, dal titolo così significativo e significativamente introdotta da una padrona di casa del calibro di Etty Hillesum. Incontriamo la Pesaro della guerra mondiale e dei partigiani, ma anche martiri polacchi dei campi di concentramento e tutta una galleria di persone che hanno rischiato e dato la vita per il bene del mondo.

Il secondo atto del Confine ci porta, attraverso un amore fatto di baci e di ferite, di spine profumate e del “cerchio rotto di una stella” verso sezioni poematiche. La figura di Maria, Madre di Dio, è quella che dà titolo a tutto il libro e forse spiega, evocando gli episodi cruciali e drammatici del Suo rapporto col Figlio, che il passo è all’obbedienza della realtà così ci si presenta nella sua immanenza, persino nella storia più carnale e divina del mondo. E continua raccontandoci come questa obbedienza dura ed estrema è riverberata in certe vite dure ed estreme, come quelle di una principessa pazza d’amore per il marito morto o della ballerina senza arti. Questo libro meticolosamente architettato non smette mai di respirare intensamente in ogni sua parte. Obbedisce al suo amore e alla sua realtà e, così facendo, alla sua poesia.

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