L’ascesi indecisa di Villalta

Telepatia, Lietocolle- Pordenonelegge

 

Un libro o forse un polittico, una apertura di scene accanto a scene, quadri di una vita quasi giustapposti, serie di figure, di numi o figlia, e poi di tanti, e scene paesaggi o ombre fuggitivie, cieli azzurri o precipitati. Insomma, libro che già nella suo comporsi esprime la tensione che lo anima. Una enorme forza – o forse il suo apparente contrario, un grande resa- costituisce la possibilità di questo polittico, ne tiene insieme il “volume”. Va detto subito, per esplicita ammissione del poeta,  che tale tensione che ha le sembianze di una resa è cosa foscoliana. O che forse vorrebbe esserlo. Villalta ci offre con una alternata voce di incanto e disincanto e con  una lingua capace di prendere molte direzioni (dalla tenerezza dialettale alla invettiva sociale) la sua poliedrica contesa con il tempo. Una contesa o forse resa che pone come figure e numi centrali la figlia e la poesia, ma anch’essa sempre come destino di persone: Zanzotto in primis e poi Giacomini e  altri compreso se stesso, e mai come idea o come “letteratura”, pur essendo libro non privo di delizie letterarie come certi titoli o francesismi o la vitale nervatura di citazioni. Alle due centrali figure del polittico si accostano mille altre e soprattutto quella, rimuginante su di sé, dell’uomo che scrive. Figura centrale pure questa, sì, voce poetante e oggetto del dire, ma per così dire vista di scorcio, sorpresa sempre nella sua sparizione  -e non poteva essere altrimenti in un politico del tempo. Sparizione, si badi, che non ha nulla di certo narcisismo rovesciato, di certa egocentrica e tragica poesia sulla inconsistenza dell’io, bensì figura della appartenenza, parola chiave, quasi sempre sottopelle, del libro. L’io del poeta infatti, se non vuole ridurmi a fantoccio post-romantico, non è nulla se non appartenenza: alla lingua (o lingue) e dentro di essa e prima ancora a una rete di relazione umane. Se infatti da un lato, e non a caso, il libro si apre -in uno dei tanti bellissimi testi che lo abitano- con un’appariziome di Pavese, paradigma dell’uomo-che-scrive-e-che -si-osserva, dall’altro le poesie o diciamole tavole del polittico dove vanno in scena dialoghi, mute passeggiate, ricordi, rimandano sempre a una dimensione di “appartenenza” che a mio avviso costituisce il nucleo drammatico e originale della poesia di Villalta. È a questo livello che colgo la differenza fertile della sua esperienza dal diffuso narcisismo tristo. Qui vibra una continua correzione del possibile narcisismo del poeta (e dell’essere umano) in disincantato, chiaroscurale, ma anche stupefatto senso di appartenenza, in un “sì” (altro monosillabo importante del libro). Un “sì” che ha diverse forme e livelli. È questo il motivo per cui anche la lacrimante e affascinante idea di letteratura come urna e memoria del Foscolo lascia il campo – mai definitivamente- alla chiacchiera in dialetto con un Zanzotto stremato, che si dichiarava figlio estremo di Ungaretti, il poeta della memoria sempre attiva in nostalgia di una “terra promessa”, terra che non è mai solo quella della infanzia o alle nostre spalle. Lo mostra con particolare vigore e estro la poesia in cui il dialogo muto – doppiamente muto e balbettante, fragile dunque e violentissimo-  con l’ombra di un Zanzotto taciturno svela la radice di un allarme. Do la versione italiana di quel testo che è in una parte bilingue del polittico, dove il dialetto, in un dialogo sì familiare ma anche d’oltretempo con il suo poeta, diviene addirittura tema verbale del reciproco riconoscimento (facendo impallidire tanta metapoesia tutta fredda e cervellotica):

 

“Dovevi lasciar dettato in testamento: non è certo

quel capannone, quel cavalcavia, che mi soffocano,

ho parlato aperto e schietto (in allegoria!) e quello che dicono i miei versi

è che non ci sarà più posto, non più tempo, non più terra

per una parola che abbia radici”

 

L’appartenenza dunque, e le radici. Ma non solo e non tanto le radici etnografiche o culturali, questione tipica della terra di margine e di dialetto, e neanche solo quelle di una “casa” che si distrugge nel farsi, e viceversa si riedifica tra telefonate, offese, necessità dell’altro, generazione e maternità (due parti del polittico hanno al centro la casa e una certa maternità). Si tratta, più a fondo, di una radice e di una appartenenza alle regioni del movimento generato da “logos” “invenzione” e “amore”  (ancora nel dialogo con Z.: “nessuno ha mai ragione, me l’hai insegnato, / ma l’invenzione, ma il logos, ma l’amore sono stati loro/ a portarci qua, sulla soglia di questo farneticare-fantasticare”)

 

Ed è qui il vortice, l’abisso quieto, il limite affrontato a occhi fermi e affollata testa, con mobilissimo cuore, da Villalta. È nel mettere il dito, la poesia, la riflessione, il farneticare-fantasticare dentro la “potenza dell’attesa” di una voce che poiché si sa ” che non verrà” si esprime come “quella  ferita” dentro di sé. Si tratta di quella “voce” dentro la notte che si esce a fissare “aperti occhi nel buio” mentre gli altri in salotto “festeggiano una data” – peraltro essendosi già detto “Chi ci crede più alla notte”. Una potenza di attesa che interroga se stessa, giunti a un punto di apparente “fine della storia”, superando la dialettica hegeliana, irridendo coloro che sistemano la vita e “il mondo a ciance e stuzzichini”, toccando l’Eliot de la Terra desolata, e soprattutto in un duro lavoro della mens poetica. Il lavoro della poesia non è forse nel sorprendere e rimettere in moto tale “potenza di attesa”?

Lavoro che consiste, appunto, nella uscita del narcisismo dell’epoca e dalle riduzioni del desiderio a mera tensione emotiva. Lavoro di mens poetica, ovvero immersa, palombara e di più, abitata dalla stessa materia che considera, l’io dell’uomo poeta. Ragione per cui la messa in scena di se stesso, in continuo scorcio come già accennato, coincide con la misura della spietatezza del lavoro della mens poetica. Il corpo vivente del poeta – le sue circostanze – divengono parte e materia del polittico. E tale lavoro avviene risalendo l’esistenza e il senso del tempo con un movimento ellittico, corrispondente al movimento delle onde del mare e del DNA, dove la fissità di termini dialettici, i paletti dell’unica religione vigente (“l’economesimo”) le opposizioni (o le tante contraddizioni che tessono la vita) sono slogati, e come delicatamente ma con decisione svitati da sotto il tavolo dove, come elementi di un flipper rumoroso e invadente vorrebbero decidere la traiettoria della sfera veloce dell vita. Ma Villalta sa che la partita è diversa, è un’altra. Si configura non per antinomie ma per sofferenze, non per verità come idee o paletti ma verità che “si fa”, e per gioie parimenti impreviste e irregolari, si gioca al livello più invisibile e con segni da cogliere con pudore e intelligenza assoluta rispetto ai minuetti (anche socioculturali che lui ben conosce) e ai luoghi comuni. Sa che la conquista di una vita autentica avviene nel tempo scoprendo una specie di distanza da se stessi, come si nota anche nell’ultimo testo, una sorta di ascesi indecisa. E qui si radicano la sua intera sofferenza e la luce di padre e di uomo nel mondo e di destinato alla poesia.  Questo è libro di un tizio che ha passato una generazione, ovvero che ha vissuto un passaggio d’epoca personale, intima, sociale e che ne dà testimonianza con la voce che sola può dare l’idea di questo genere di cose. La voce “sola” e unanime chiamata poesia.

Davide Rondoni

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