L’amore secondo Beatrice

Chissà se i poeti lo sanno che, mentre credono di rivelarsi, ci stanno in realtà indicando una strada

di Luigi Sepe Cicala

Beatrice Zerbini, In comode rate. Poesie d’amore, Interno Poesia Editore, 2019

Beatrice Zerbini (1983) è una giovane poetessa bolognese che nel 2019 pubblicava il suo primo libro in versi, dal titolo In comode rate. Poesie d’amore (Interno Poesia Editore, 130 pp., 13€). In comode rate è una lunga riflessione sull’amore: «L’amore: sai cos’è? – scrive l’autrice in una di queste poesie – È forza, è avere paura e non averla;/ è ieri da trascinare,/ ma è soprattutto domani e dopodomani». Subito si percepisce come il sentimento raccontato dalla Zerbini non è quello vuoto e idealizzato di certa letteratura («la parola abusata delle brutte poesie»), né quello effimero e sessualizzato dei social, dei reality e di alcune serie, un amore spalmato qua e là come miele per attirare le mosche. L’amore di cui ci racconta Beatrice è invece un sentimento che ha come sua unità di misura e banco di prova il tempo. Le 'rate' del titolo (che non sono mai veramente ‘comode’ come ci vogliono far credere) rimandano a una lenta costruzione – giorno dopo giorno, verso dopo verso – in cui il valore di un sentimento non è calcolato a priori, “a occhio”, nella foga di una passione che brucia in fretta, ma solo a posteriori. Forse è per questo che l’ultima parte del libro si intitola Tutto sommato, perché l’amore – sì, anche l’amore – è una somma, una somma di gesti che dà un risultato abbastanza preciso: «Cose per cui capisco che mi ami:/ hai lavato un piatto,/ una padella,/ un cucchiaio/ di una cena che tu/ non hai mangiato con me […]. Cose per cui capisci che ti amo:/ te». È un’opera, questa, in cui le piccole e insignificanti parole di cui è costellata la vita domestica sono ricucite insieme per restituire il particolare intramato dell’intimità di coppia e per descrivere metaforicamente l’amore, che: «Va smacchiato,/ prima che assorba, […] contenuto,/ prima che tracimi;/ ricucito,/ prima che si slabbri». Questa Beatrice, a differenza di quella che accompagna Dante nel Paradiso, ci guida alla scoperta di un amore tutto terreno. Chissà se i poeti lo sanno che, proprio mentre credono di rivelarsi, ci stanno in realtà indicando una strada: una strada che credevamo piana ma che invece è in salita, che immaginavamo lunga ma che in realtà è corta, e che delle volte basta aprire gli occhi per essere arrivati. Una strada fatta di mattine piene di sole come di giornate da scordare, di colazioni insieme come di piatti da lavare, perché no, di mutui da pagare, di esami del sangue, di orologi e di scale, per bussare a una porta, per godere una festa, al termine di un giorno in cui credevamo di aver perso tutto ma in cui tutto, al risveglio, ritroviamo.

5

Ogni giorno, perdo tutto
e tu con me
e te;
e si sfuocano
le colazioni,
si induriscono
i biscotti al burro;
perdo il quadro
che ride e vive,
la cornice delle tende,
le verità stupende
che non ho detto e
la stupidità
di avere paura.
Perdo tutto, ogni giorno;
la pelle nuova,
la ruga che ho sorriso,
la ruga che ho pianto,
la voce,
la mia e la tua,
il coro che sono,
l’assolo.

Perdo parole
che avremmo potuto dirci,
non dirci,
dire meglio.

Perdo possibilità
e una possibilità,
il ritmo del respiro,
la pazienza,
le sementi di un’idea.

E perdo le facce degli altri
in strada,
la mia su una vetrina buia.

Ogni giorno perdo
uno scorcio
carico di sole,
e la mia età
salda,
che mi ancora alla terra
come un macigno
o una nascita,
che mi seduce
e trascina,
che tracima;
perdo la speranza che
esonda sulla mia fretta,
sulla mia calma.

Perdo
il miracolo di un giorno,
l’elemosina del tempo,
lo scialacquio degli attimi,
con la risacca magra
di qualche
felicità.

Ogni giorno perdo tutto:
il significato,
la velleità del buio
e gli abbagli,
la vastità sul bivio
e l’ombra lunga
degli sbagli,
le rime,
le rime per te,
l’amore,
la bambina che crede,
la bambina in cui credi,
e un’ansia del petto
che può fremere
e domandare
e guardare
e regnare ogni giorno,
mentre perde.
E perde tutto.

Perdo giurisdizione
ed emozione;
si consuma,
si annebbia,
sbraita come un fumo
la mia vita,
che ogni giorno perde me,
mentre perdo tutto.

Perdo il timpano dolce
sotto le voci affettive
che sono un’ala,
a curarmi,
o macerie.

Ogni giorno,
poi,
mi sveglio –
se mi sveglio –
e tutto,
tranne te
e tu con me,
ritrovo.

22

Sai cos’è l’amore?
Non è solo la parola abusata delle brutte poesie.

Non ha l’accento sdrucciolo e la maiuscola del nome dei nonni.

È vicino al seno delle madri a mezzanotte e dieci
e tu non arrivi;
è simile;

è sfacciato come un cancro
e ti scava nel petto, ti scandaglia le cellule,
ma guarisce;

è la punta del chiodo e la ferita;

è una stanchezza da riposare domani, forse.

L’amore: sai cos’è?
È forza, è avere paura e non averla;
è ieri da trascinare,
ma è soprattutto domani e dopodomani;

è un domani;

l’amore è l’impossibile che ti chiedo,
è la necessità che tutto sia possibile,
senza scampo o varianti,
come lo fosse,
perché lo è.

Sai cos’è l’amore?
L’amore presenzia,
come un respiro,
respira noi.

E no,
no che non lo sai.

50

Non ho tempo per essere infelice;
mi chiamano per nome gli orologi,
mi invitano alla festa
di salire
i gradini a due a due,
finché ho le gambe;
di bussare alla tua porta,
finché ho la bocca;
di vivere finché
sono viva.

Non ho tempo per essere
un lamento, declinare gli affetti,
tralasciare il miracolo
di amarsi in due
io sto morendo e

ti distillassi l’amore –
un amore normale –,
a partire da ora,
con l’odore del brodo
su per le scale
e gli esami del sangue a digiuno,
le commissioni,
il carrello storto della spesa,
non saprei come
dartelo tutto e come
recapitarti la cura che ti serbo
intera;
amarti mille volte
con una vita sola.

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