L’amore casomai

‘L’amore casomai’ di Rita Pacilio

nota di Luigi D’Alessio

 

Chiamatelo amore.

Starete associando la frase

al pensiero di un lui, oppure una lei.

La cercate, lo cercate, vi manca e, allora, chiamatelo amore.

Non è solo questo. Mi riferisco all’attesa del terzo libro di Hiromi,

magari a un inedito di Sebald, Sciascia, Gadda;

l’attesa del prossimo Hishiguro, di Roth,

un Murakami, di quelli là; oppure appaia improvvisamente

una sfuggita poesia di Amelia Rosselli,

una pagina strappata dai Quaderni di Gramsci.

Chissà! Un inedito di Sereni, Gatto, ecco: chiamatelo amore.

 

Mi piace continuare col primo rigo:

chiamatelo amore.

Se andassimo a confrontare vocali e consonanti

in una poesia di Ungaretti o verificare

come ha costruito Caproni il suo Conte;

magari leggere Montale con la cacofonia voluta

in quella particolare poesia, ecco qua: chiamatelo amore.

Voi chiamatelo amore. Anche io potrei chiamarlo amore

quando resto fulminato da Rimbaud

(a una sua poesia preferisco una lettura di Ritsos).

Uguale, se come ad altri penso a Leopardi

in quanto filosofo e il suo Infinito la morte che tutti

vorrebbero in vita e nella morte. Questo è il motivo per cui lo chiamo amore.

Come quando sono rapito dal nucleo della parola di Annie Ernaux

e mi chiedo come faccia Alice Munro

ad arrivarmi dopo una pagina dove in quella pagina

mi ha portato.

 

Qui mi fermo. Sapete perché?

 

Questo incipit mi riporta a L’amore casomai di Rita Pacilio. È vero.

L’onore del mio nome nei ringraziamenti:

ho letto prima dell’avvento, in quel nuce che diventa parto.

Sono a conoscenza dell’indagine, dello sterro della sua ricerca. Lo studio.

La fatica. La penna rossa. La penna blu. La tastiera. Il confronto. La dedizione all’arte visionaria. L’emancipazione e lo scorporamento dalla tradizione.

È per questo motivo che, L’amore casomai, lo chiameremo Amore.

Il lettore scoprirà che possono esserci racconti di dieci righe

in un compiuto preciso e reale: dal punto focale della vista

ai pochi centimetri palmari del cono sulla pagina. Spazi. Respiri. Corsivi. Musicalità. Memoria collettiva. Identità. Ipertempo che allude al casomai del titolo.

 

Inizialmente mi sono chiesto se racconti o poesie “distese”.

Tecnica strandiana o alla Paley. L’ho ritenuto inutile.

Poesia, perché tecnicamente, e per cifra, poesia,

con articoli omessi, preposizioni attese o disattese, anafonie.

Racconti come non siamo abituati a leggere:

la pulizia della brevità implacabile, il rigore stilistico

che trasborda immaginario, un insospettabile punto e a capo.

I sostantivati – classici nella poesia di Rita Pacilio –

ci sbalestrano tra un fosso e un dosso,

dove apice e profondità non sono disallineamento ma

turbolenze dell’Io nel trasfondere dall’Io interiore

all’io esteriore fatti precisi, luoghi, tempo e tempi.

Sensazioni trasmesse dalla nebbia nelle calze. Incontri

  • e non si sa se incontri o incontro

con la chiarezza di un virgolettato incontro. Qui il lettore

può individuare a sé luogo e tempo. Dove tempo accade.

E luogo, dove una cruna sul tetto della stanza è parola

tra cinque vocaboli di un rigo dentro un racconto.

Un’asola e appare a proposito dell’Io

un proprio vecchio io. Ora. Mentre leggiamo L’amore casomai

facciamo nostra quella stanza, il lampadario, la sedia del tempo

con una pagina, aperta in mano.

 

Facendo riferimento ad altri scritti di Pacilio,

in L’amore casomai, l’autrice sfugge alla cattiveria del dolore,

simile al dolore agito e oggettivato. C’è dolenzia, invece.

Chiamo dolenzia la parola che accompagna

con dolcezza un accento all’orecchio.

L’offerta tra malinconia e melanconia, la rinuncia

alla nostalgia come il nostos/algos ingombrati dal presente,

a favore invece della sorprendente nostalgia del presente.

Senza confondere – è importante – il presente interno col tempo esterno.

Senza scompaginare, eppure mescolando, l’Io autorappresentativo

con quello letterario. Un’evoluzione, quindi,

dal dolore a dolenzia, dicevo. Allo struggimento.

La sospensione tra la superficie e l’Es si mescola alla profondità dell’arte della scrittura.

 

E questo sta a dire che quando si è autrice di valore

non si padroneggia solo la parola,

significa, anche, porsi in continuo work in progress

mantenendo la propria sigla stilistica pur evincendosi

da essa e dal passato di essa. E Rita Pacilio, in questo libro, sorprende lasciandoci riconoscere, già dalla prima lettura, la sua autenticità, a differenza di ciò che l’Editoria, stantia e globale, ci propina negli ultimi decenni: se non si legge il nome sulla copertina,

non riconosceremmo l’autrice o l’autore. Non è poco!

 

L’amore casomai offre una grande possibilità

alla scrittura contemporanea, perché possiede lo strumento:

la lingua delle parole. Quella chiave. La stessa. Utilizzata dall’Autrice con maestria, viene consegnata al lettore per condurlo nella toppa

del tempo che tempo non è, luogo che città non è.

Nonostante si possa essere coinvolti intimamente, si avverte il pudore della consegna. La letteratura che siamo soliti leggere, ha, quasi sempre, una forzatura di immagini, furbi belletti,

arrampicamenti metaforici, e versi che

non aggiungono e non sottraggono al già detto:

il tutto, credo, sia fatto per stupire un mediocre lettore,

che, con la responsabilità di un capo establishment ,

farà passare per poesia banali artifici.

O chissà cosa.

 

Nel libro di Rita Pacilio, invece, una mela è una mela al forno,

una sciarpa è una sciarpa che appartiene a noi, un pullover un pullover

intriso di odore come al cane l’indumento del padrone. Un albero

non è soltanto un albero, ma il filmato di una storia. Semplice.

Senza bluff. Un banale ago, un ignaro filo ed ecco il ricamo!

Cioè con l’arte della parola che da verbo

diventa cosa; da cosa si fa verbo, e questo si chiama Mestiere:

Rita Pacilio ha la capacità letteraria di rendere l’immagine poetica

l’unicum del racconto. Forse l’autrice

non si rivolge, né descrive tempo, luogo e situazioni

campate al vissuto di una sera, o fine a se stessa. Quindi, non bisogna cercare un tendine conduttore o spiegazioni moralistiche.

La bellezza del libro sta nello sguardo alla scrittura

che non è agita da persona, bensì al femminile

e nello specifico più stretto del genere.

Un insegnamento. Si rivolge alla scrittura per indagare sé e ognuno di noi

sapendo offrire il sé a chi sa leggere col sorprendente assunto di Freud,

quello che non sappiamo come acquisire, né risolvere:

“Il regno della fantasia per realizzare i propri effetti

deve realizzarsi sull’impossibilità della verifica.”

 

Una lezione per noi tutti. Poesia e narrativa colta.

 

DAL TERRAZZO

Pensava all’ultima volta che si sono guardati. La smorfia della disperazione mentre un bacio.

E il cuore sfilato.

Sul terrazzo lasciare vuoti a perdere. Ogni colore cercava la ragione. L’illuminazione dal vicolo di fronte diceva del Natale. Stropicciato il ricciolo cade sulle ciglia. Il limone tagliato a spicchi per il miele.

Così.

E ti rispondo dal fulmine nelle nuvole
dalla misura della mano cento metri più su
spingendo il parapetto nelle fughe a tre voci
è qui che gli aquiloni si riavvolgono
di fronte alla lampada sconsolata.
Ricordo l’odore dell’anima emorragica
quando lei e le altre mutarono in frammenti
inghiottite nel bruno solitario.
Ti accoppiasti alla tazza mentre inciampavo
nel rombo verde dell’anello
questo potrebbe essere tutto, invece le forme
delle lodi ebbero colori pallidi e furono dolci
i brandelli del luneggiare.
Così ci addormentiamo nella direzione della terra
a orecchie fredde a scaldare le mani.

Posizionarsi nella tazza. Grovigli quando mancano le parole.

 

 

La sorpresa è qui!

Poesia o racconto?

Non un interrogativo: è superflua la risposta.

Piuttosto siamo di fronte alla possibilità che ognuno di noi

ha nel poter risolvere la propria suggestione davanti alla finestra

del sentimento accusato, espresso, eppure ineffabile.

Sarà il lettore

a dare voce alle emozioni, indotte o primarie, conosciute o immaginate,

ma di certo, prima di tutto, leggendo nell’inchiostro gli innumerevoli simboli.

Questo!

È il compito della cultura offrire il sapere, cioè, donare

il luogo interiore a chi possa fare del sapere

il proprio laico credo.

L’amore casomai è poesia,

narrazione e racconto.

 

 

 

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) traduzione in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e prossima la traduzione in arabo, Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini. È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in inglese, in napoletano. Di prossima uscita ‘L’amore casomai’.

 

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