L’amicizia in rosso di Morasso

“Non si sfugge all’amore che ci affama/ nè al fuoco che c’incenera/ e ci stacca..”

Questi sono i versi che l’editore – complice l’autore, immagino- ha scelto in copertina per accogliere l’amante della poesia che si accosta a “L’opera in rosso” di Massimo Morasso. Sono più che un invito un memento alto e oscuro. Già la poetessa siciliana Carola D’Andrea in una sua nota per clanDestino ha sottolineato i termini di “fatica” e “vocazione” che traversano questa come altre opere di Morasso. Quell’avvertimento sbattuto in faccia al lettore è lo “spazio” in cui si svolge il viaggio poetico. Quelle parole, potremmo dire, sono vere perché valgono per tutti e costituiscono il territorio in cui la poesia di Massimo è protesa a scoprire se c’è qualcosa da scoprire, o se appunto no, è tutto qui, in tale essere braccati e consumati e, infine, staccati. E infatti quei versi continuano: “Con quanta fatica/ sto imparando a farmi amico/ di ciò che mi condanna”. C’è da scorprire dunque la possibilità di una “amicizia” – che è la parola con cui il libro significativamente si chiude, con ciò che dunque appare come condanna e invece è forse altro.

Nella nota finale l’autore convocando autori citati, persone amate e stimate, riferimenti e ordine delle opere che sta svolgendo ci permette, pur se sommariamente, di vedere quanto gli occorra faticare per scoprire tale “amicizia”.

È significativo che uno dei poeti più raffinati e colti, ma non per questo meno ribaldo e quasi scontroso di scarti simile a puledro di razza, come Massimo, vada a segno con questa raccolta puntando dritto al problema maggiore della nostra epoca. Al suo totem nero: l’inimicizia con il destino. Questo il male supremo dell’epoca, la sua radice d’ansia, la sua amarissima pioggia. E non ne parla, ovviamente, come fosse un tema su cui intrattenersi, ma lui, il “portavoce” questo problema ha atraversato tutto, in ogni fibra della sua vita, e ora ne dà conto, con un libro intitolato non casualmente con una espressione che rimanda al lavoro alchemico o comunque di trasformazione finale di sè. In questa sua raccolta di poesia, sincera, quasi diaristica in certi momenti,  ma di uno che sta abbandonando la “conchiglia” dell’io per sperimentare la visione feriale, Morasso dà conto di una nuova tappa di un viaggio di conoscenza (molte, come l’ultima bellissima, sono le poesie dove conta il movimento, fosse pure quello -spunto d’un’altra notevole poesia- offerto da un documentario sugli abissi). È un libro-viaggio “Limpido e febbrile, visionario e sentenzioso” come nota da acuto lettore Giancarlo Pontiggia in bandella. “L’allodola di notte” che ho trovato in questi versi e a cui contemporaneamente pensavo di dedicare un titolo di prossimo libro di riflessioni, non tace mai e segna il camminare. La poesia è quella allodola che dà voce all’anima anche nella notte. E Morasso, lettore dei mistici, sa di che notte si tratta. Genova è protagonista, e questo suo poeta la tratta finalmente senza mitografie – come splendono i lucchetti su cui armeggiano cinesi e commercianti. Ma se da un lato conta, al di là di certi esibiti composti di lingua versatile e ginnica, la essenziale potenza del lavoro poetico morassiano che qui giunge con l’autorevolezza di pochi, pochissimi a confrontarsi coi confini della profezia e della visione, dall’altra conta il fatto che tutto questo può avvenire grazie alla forza umilissima e spesso oggi svalutata della amicizia. La meravigliosa poesia dedicata ad Antonio Santori, autore che presto rioccuperà il luogo che gli spetta, così come altri segni e, ripeto, il finale testo del viaggio in barca, fanno sortire Morasso da qualsiasi rischio di solipsismo colto, di autodeterminazione del salvato, di eroismo patetico e snobistico dell’anima. La fatica dell’imparare l’amicizia con il destino che pare “condanna” (e invece è destinazione e perfezionamento) sarebbe insopportabile senza l’amicizia dei simili, di alcuni fratelli e anche di tanti estranei. “Da soli e insieme” dice in chiusura. Non si tratta di una generica collettività, nè di una altrettanto generica comunità umana. No, sono alcuni amici, alcuni maestri, sono una precisa confinata, e sconfinata, unità legata da quella parola, amicizia, pronunciata da un Dio che camminava nella polvere di Israele, venuto a indicare una nuova strada per conoscere e abbracciare – senza che nulla ci sia risparmiato- il proprio vero destino. Questo l’oscuro e chiaro avvertimento, in un libro dove la concentrazione sull’io sembra assoluta e invece può compiere la sua opera nell’autore grazie alla presenza di figure amiche ( da poeti a filosofi a amiche e amici presenti o già partiti) – e trasformandosi esso stesso da libro di ottime poesie a atto vertiginoso di amicizia.

 

Davide Rondoni

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