La voce e il silenzio degli oggetti

La cadenza sospesa di Valentina Colonna

di Rudy Toffanetti

Cara Valentina,

in questi giorni che ho trascorso a Roma ho avuto modo di rileggere il tuo libro che continuo ad avere in borsa da maggio, e ora sul treno ho finalmente il tempo di scriverti con calma. L’avevo comprato a Torino per i versi che mi avevano colpito in copertina: “Di te non mi resta che tutto”. Ho trovato subito il tuo stile molto elegante, posato, attento ai particolari, ma è stato rileggendolo che sono entrato in ciò di cui parli.

Mi sembra adesso che il libro sia pervaso da due tendenze apparentemente opposte: da un lato un forte bisogno di concretezza, che vedo nell’importanza che assegni agli oggetti, dall’altro un gusto per lo sfumato, che si avverte nel contesto in cui immergi questi oggetti.

I protagonisti delle tue poesie mi sembra siano le cose, che si presentano fisse in posa, valendo per il loro stare più che per le associazioni che il pensiero potrebbe normalmente legarci. A pagina 21 nella poesia Non cessa mai il respiro del mare non è il mare il protagonista, ma il suo suono insistente e inconscio.

Non cessa mai il respiro del mare.

Pare immobile lontano ma legato

al fondo smuove continuo e cammina

per miglia frammentate in attimi.

Fermo rompe alla riva del cimitero,

dove le tombe cambiano,

in equilibrio precario, prima di

svanire.

Il suono non cessa mai il moto.

Vive di briciole il sonno.

Considerando gli oggetti come irrelati da tutto ne proponi il valore assoluto, sembri alla ricerca del valore primigenio che da essi scaturisce, si tratti del suono o della fisicità di cui sono fatti. Di contro però gli oggetti, slegati dalle relazioni quotidiane che danno significato, sono immersi nell’indefinito che pervade tutte le poesie, sia a livello della singola immagine con il ricorso a tante sinestesie e ad accostamenti insoliti, sia a livello più macroscopico con l’accumulo di situazioni incongrue. Anche l’utilizzo dei verbi transitivi senza il complemento oggetto smaterializza il discorso e l’accadere degli avvenimenti, eliminando il referente che di norma li àncora alla realtà.

I versi sono di metro ternario.

È la cicala che parla.

La sento dalla discesa di ruote:

tutto l’anno l’ho attesa, ferma

dove i giorni passano lenti.

Quando la distanza è nulla

le foglie fermano.

Passa anche questo

fotogramma tagliato.

Il tempo non va

che dove non sono.

Le cinque sezioni in cui il libro è diviso vanno sempre in questa direzione. Si aprono su un discorso a metà, con una partenza che ha delle ragioni implicite, e proviene e continua da qualcos’altro (il titolo della sezione è Continuum). C’è un incedere verso il centro, un superare un confine e un procedere verso il cuore (Limes). Tuttavia questo cuore non è apodittico, non contiene nessuna verità rivelata, ma è narrativo, descrittivo; è ancora un’allusione (Discurrendi). Lo scivolare via da questo cuore, in un’altra zona di margine, si apre con una poesia molto forte, che dichiara l’impossibilità di conoscere qualcosa fuori di noi, e le poesie da qui in avanti hanno una presenza più dura, più calata nel reale: Io non sono per gli altri che altro. / Sono ciò che non sanno, / che tace il senno […] (la sezione simmetricamente alla seconda è In limine). L’ultima sezione invece di chiudersi su una conclusione si apre a un rilancio, e il libro così come era iniziato termina, alludendo a qualcosa che permane oltre la fine e che però non riusciamo a conoscere (Ultra).

L’ultimo testo rivela ancor di più la struttura circolare di questo viaggio: quel verso finale della prima poesia, Di te non mi resta che tutto, si affianca alle ultime parole del libro: È bastato passare / per trascinare dietro radici. La composizione ad anello suggerisce che ciò che resta di qualcosa che è terminato si rivela essere dentro di noi un tutto, perché è bastato passare in questa vita per riempirsi di cose senza nemmeno accorgersene.

La tua Cadenza sospesa riguarda le cose, gli oggetti, le emozioni, le esperienze della vita, che lasciano nell’anima un’impronta silenziosa, una rete più complessa di quella del pensiero cosciente, per cui è necessario smaterializzare le visioni e ritornare a una presenza irrelata, per poterla intravedere. Con queste poesie sottrai le cose che esistono al fluire quotidiano e banalizzante; annullandone invece che rimarcandone le relazioni, imponi la loro fisicità nel regno dell’inconscio: sono poesie che chiedono di fare silenzio per scoprire un mondo interiore che è indefinito perché è complesso.

Mi scuso se ho commesso delle forzature o delle violenze con queste righe che ti ho scritto, però mi sembrava urgente comunicarti questi pensieri, sempre per quel motivo, quel tentativo di creare una comunità che dialoghi e si confronti, e che ci possa forse, alla fine, capire qualcosa.

Rudy

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