La vertigine nell’ordinario di Pezzi

“Intignacvël ” – non è solo in dialetto il titolo del libro ultimo di Elio Pezzi, ma una parola che tranne che per gli autoctoni è quasi impronunciabile. Significa in ogni cosa, in ogni posto. Dappertutto. E per un poeta di già lungo corso che pare invece ritirarsi sempre più in luoghi geografici e linguistici ( e anche editoriali) laterali, sembra un paradosso. Ma la poesia non ha angoli dove nascondersi. Qualunque sia il suo dialetto o angolo o locus particolare può donare qualcosa di universale a chi la incontra lungo le vie e i fiumi e i rivi attraverso cui lei, libera come l’acqua, gira. E quella di Pezzi è acqua buona. Non solo perché ha passato i setacci di lungo studio e esercizio, ma perché porta, come dicevano i poeti antichi, in un elemento semplice i fermenti primari e misteriosi della vita. Ovvero il desiderio, la solitudine, l’amore, e la ricerca. Poco tempo fa, dopo aver letto il volumetto di Pezzi, ho incontrato i versi di un altro amico e più noto poeta, Pierluigi Cappello, che accompagnando una incisione del grande Livio Ceschin, scrive: “Dappertutto non è il posto dove cercare”. È l’opposto esatto di quanto esprime invece la voce di Pezzi, che alterando poesie più lunghe con frammenti narrativi come solo il dialetto può fare, lirici e bassi al tempo stesso (come in “Un did d’sol – Un dito di sole” bella e delicata) e componimenti brevi e incisivi come una schioppettata (come il finale “Lò -Lui”) testimonia con sincerità disarmata e con senso vivo della esistenza senza pregiudizi la ricerca “intignacvël” ovunque di qualcosa, di qualcuno, (un volto, dice in un bel testo) che sia segno di soddisfazione per la sete e la fame di senso e di vita che ci muovono. In questa divaricazione tra i versi di Cappello e di Pezzi si situa una delle questioni più interessanti della poesia ( perché è interessante per la vita). Ovvero la ricerca di un uomo può e deve fermarsi a un certo punto, magari amaramente soddisfatta in un certo disincanto, o deve affrontare anche la vertiginosa dimensione dell’ “intignacvël”? Il termine dialettale feriale, che usavano le nostre nonne per lamentarsi dello spargimento di piume dei polli in cucina o per tirar le orecchie ai bambini che lasciano ovunque i vestiti o i giocattoli, diviene grazie alla poesia di Pezzi una categoria dell’anima, un suo brivido di spazio sterminato, come quello che uomini di terra come sono i veri romagnoli sentono nello sperdimento di certe notti o mezzodì delle campagne – o a volte davanti al mare. Non a caso Pezzi dedica il libro alla memoria ancora vivissima di Giovanni Nadiani, poeta del dialetto e dello sperdimento, e gli imputa (a metà con il sottoscritto) una qualche responsabilità nell’aver incoraggiato lui, poeta solitamente in lingua e in lingua pulitissima, a obbedire a questo invito che gli veniva dalla lingua madre dialettale. E come nota bene Lauretano nella prefazione, qui si va alla cerca dello “straordinario nell’ordinario”, avanzando “senza sapere perché” ma non coltivando lo scetticismo del dubbio, bensì la bambinesca stordita e intelligentissima percezione del mistero del vivente.

I poeti, si sa, non servono a niente. Qualcuno pensa che servano a riempire il mondo di parole. E allora si san da fare perché le loro parole girino, si facciano conoscere, insieme al loro nome etc. Altri invece, e Pezzi in questo ci è compagno, si dan da fare per far vedere di quanto mondo sono piene le parole. E allora ne fermano una, due, poche – tra le tante magari che mormorano e scrivono- per far vedere quanta vita portano. Come fecero i grandi, come Ungaretti con la parola “veglia” o con la parola “nomade” o come fece Montale con “osso di seppia” o “Occasioni” – oppure come fece Leopardi con “L’infinito”. Pezzi ora lo ha fatto con “intignacvël” – dovunque. Un parola portata da tutta la bellezza semplice dj queste poesie. E imprimendo a essa -e alla vertigine e tensione di ricerca che testimonia-  con la pronuncia dialettale qualcosa di personale, di possibile, di feriale. E di ciò lo ringraziamo.

 

Davide Rondoni

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