La verità che innesca domande

Simona de Salvo, “La camiceria brillante dei miei anni”, Marco Saya Edizioni, 2016

 

Simona de Salvo ha ventitré anni e sa cos’è la poesia.

Sa che non è affatto una questione anagrafica perché sa cos’è il tempo, attraversarlo.

Per questo, quando mi è capitato il libro tra le mani, inizialmente attirata dal titolo “La camiceria brillante dei miei anni”, prima mi sono chiesta: “ma cosa avrà da dire una ragazza di ventitré anni?”, poi ho abbandonato tutte le sovrastrutture e sono entrata nella camiceria di Simona, in un catalogo di splendenti visioni, come se non ci fosse scampo. E ho scoperto molte cose.

Ho scoperto che Simona non si nasconde dietro la sua età ma la mette al servizio di tutti. Non nasconde i suoi riferimenti letterari e anzi li onora, li rende parte integrante del libro.

E noi cosa cerchiamo dalla poesia? Cos’è adesso per noi la poesia se non quella perenne pressante ricerca di una verità, di un magma sincero che manca davvero in tanti autori contemporanei, una poesia tante volte costruita sul nulla, sugli artifici di una tecnica che non trasmette nulla. Una poesia senza cuore e senza storia. La poesia di Simona de Salvo è vera perché innesca domande, testimonia il mondo. È onesta.

Eppure “La camiceria brillante dei miei anni” è un libro dove non troveremo delle risposte: “a prescindere dal corpo non è dato di sapere/ a prescindere dalla sua rovina non mi è dato”. Corpo, hall di alberghi, sigarette, semafori che lampeggiano, paesaggi post-industriali dove riconoscere l’Apocalisse, di sera. E il lettore è guidato passo passo nella mancanza di risposte, tra il materiale e il metafisico. Poi a un certo punto, mentre vaghiamo tra il materiale e il metafisico, in questa scrittura discorsiva e mutevole, siamo attirati dal cielo stellato e dal cosmo. Un cosmo fatto di braccia aperte e involontaria bellezza, un padre che dondola su una vita fatta a pezzi come su un’amaca, i vent’anni che diventano trenta e poi quaranta, improvvisamente, al suono di una nevicata, l’iperspazio che sta appena dopo l’elettrauto. Un cosmo che può accogliere tutti: “dove i vetri del Tritone scomparivano/ tutto il cosmo si apriva, nero e intatto/ e io vi scivolavo dentro”.

Melania Panico

 

 

 

 

Quando scende la sera l’Apocalisse si avvicina

ed ogni istante viene spiato muoversi

dai vetri del tram

con occhi spalancati dallo stupore

silenzioso, interrotto solo a tratti dal miagolare di un gatto

tenuto in gabbietta sulle ginocchia

di uno studente.

Quando scende la sera

inizia a piovere sulle pareti

e i vecchi morti si bastonano le gambe

con reciproci inchini al Malvasia

occhi di lupo

mentre quelli di trent’anni restano

con il mento in mano a fissare lo scorrere del paesaggio

post-industriale dipinto

sugli zaini, pochi, del rientro.

 

*

 

L’altra notte, davanti alla camiceria

brillante dei miei anni

ti sei messo in ginocchio e mi hai preso

le mani.

Dentro di me c’erano Giddens, Bauman il pensiero

sociologico, c’era

mio padre pieno debiti

pieno di alcol

i centrotavola e la casa ipotecata

c’erano i gerani che avrei voluto e gli anni persi

quelli di cui ti avevo parlato

quelli di cui non ti avevo parlato

e in fondo a tutto c’ero io

in piedi, di fronte a una vetrina

incoronata dalle luminarie come Venere

dalla luna

E c’era il Politeama, alle nostre spalle

la dolcezza di essere viva

[e la bellezza fottuta di essere viva]

e l’immensità del cosmo, infine, appena dopo l’elettrauto

l’iperspazio.

 

Così quando l’altra notte, davanti alla camiceria

brillantissima

dei miei anni

ti sei messo in ginocchio e mi hai preso le mani, io

ho pensato

per un istante ad Anne.

Nella grande casa stesa sul prato

di trifoglio, che faceva

domande inutili a Dio e

alle stelle.

 

*

 

Ero seduta nella tua cucina, quella sera

tu eri seduto dentro di me, sul trono materiale

io ero seduta dentro di te, sul trono metafisico.

Ascoltavamo i vicini cantare

sdraiati in veranda, sul loro dondolo materiale

mentre la luna camminava

intorno alla stanza

con la sua forza metafisica.

C’era un western in televisione e

sul pavimento le bollette e sul fornello

il cielo e nel cielo

un’assoluta mancanza di risposte.

Ed era così naturale.

Intorno a noi, i libri della Švarc di AdrienneRich

e i resti della cena.

Tutto il cosmo materiale era lì davanti.

Ed io pensavo all’amore.

 

 

 

Simona De Salvo (Fiorenzuola D’Arda, 1993) si è laureata in filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia. Attualmente vive tra Pavia e Cremona, dove lavora come barista e cameriera di sala. Una prima raccolta poetica, La memoria, contenente testi giovanili, esce per la Sigismundus Editrice nel 2013. Dal 2015 è redattrice editoriale per la rivista indipendente di poesia e cultura “NiedernGasse”. La seconda raccolta dal titolo La camiceria brillante dei miei anni è uscita nella collana “Sottotraccia” diretta da Antonio Bux per i tipi di Marco Saya Edizioni.

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