LA TENSIONE DELLA Cricelli. Di Davide Rondoni

Scrivo queste brevi note mentre Francesca Cricelli, dopo avermi salutato al telefono, riparte in volo verso il suo Brasile. È stata qui in Italia, poi in Cina a leggere le sue poesie. E forse che sia in volo mentre ne scrivo non è un caso, essendo il libro che mi ha lasciato, edito dall’editoria “Selo Demonio Negro”, un libro di viaggio continuo.

Si tratta di un viaggio, innanzitutto,  da una lingua all’altra, composto di poesie concepite nelle diverse lingue che la “abitano” – come dice introducendolo- e che la muovono: il portoghese paulista, ovviamente, e l’italiano, ma anche l’inglese, lo spagnolo castigliano e quello catalano. Libro che contiene non a caso una bella sezione di traduzioni, con estrema libertà di scelta, da Montale, Ungaretti, Kavafis, Pasolini, Hirst e altri. È un libro- volo, dunque, come spesso pare il suo verso, sospeso quasi in una danza mai disposto ad atterrare del tutto se non per sinuosi movimenti di nuovo verso l’aria, la musica, il movimento. Anima agitata, verrebbe da dire, seguendo gli andirivieni di luoghi, di presenze, di amori, di paesi…Eppure c’è qualcosa d’altro qui. Sì, da alcune bellissime tra queste poesie emerge l’anima concentrata e contemplativa di questa poetessa, non a caso simile nella versificazione – spesso concisa- alla lezione del suo amato e studiato Ungaretti, poeta nomade e contemplativo. Di Ungà, grazie alla scelta di Bruna Bianco, amica amata dal poeta a lungo, sta curando un importante epistolario culturale e amoroso legato alla lunga presenza a San Paolo. Anima nomade, la Cricelli, dunque, ma concentratissima in un movimento contemplativo che ne segna la diversità da molta, troppa, poesia vagabonda di documentario sentimentale che ci assedia.

 

“Dev’essere per questo

che il cuore del cielo

porta il nome di uragano”

 

Sono versi come questi, tratti dalla bella poesia “Incrocio” che insieme ad altri testi (“La tigre”; “È l’alba che squarcia il cielo nel petto degli amanti”; “Rischio”; “Jpé”;) a convincermi della qualità e della natura contemplativa della poesia della Cricelli.

Intendo, infatti, per contemplazione quella attitudine che abita in ogni poeta ma che in alcuni si fa più intensa e fertile, di guardare allo spazio, movimentato da mille traiettorie, come a una scena in cui il destino offre qualcosa da scoprire, un segno da inseguire, una avventura da interpretare. Contemplare infatti implica una tensione di sguardo non turistico, non solo nomade, ma anche indagatore e – diciamolo- orante, ovvero teso a domandare lo schiudersi della visione e del cuore dell’evento.

Le molte radici culturali e le screziate vicende biografiche della Cricelli nutrono e colorano questa attitudine in modo personale e originale, ma senza distrarne o deviarne la forza assiale e resistente.

Proprio libri come questo contribuiscono a liberare la parola contemplazione – così decisiva per la cultura che non voglia ridursi a gioco o a passatempo- da ogni paresi affettiva o da ogni astrazione intellettualistica. La ributtano nel vivo della mischia, con sincerità di voce personale e con tutta la libertà di una vita ardente.

In gioco infatti c’è la attitudine profondamente umana si cerca di legare particolare e universale, attimo e senso del tempo. Senza rinnovare tale attitudine, infatti, la cultura scade a quella chiacchiera già ben stigmatizzata da Eliot quando ritrae le signore che passeggiano e “chiacchierano” di Michelangelo…

In questo, la voce di Francesca Cricelli risulta un incontro salutare nel campo della poesia attuale.

Colpisce, in particolare, la sua capacità di passare di livello, con scarti a volte che quasi stordiscono, dalla percezione di un particolare -la presenza di un fiore di settembre, di un corpo nella penombra, di un sapore- alla entrata con un colpo d’accetta nelle verità del vivente che la poetessa sa legarvi, appunto, per forza contemplativa. Tale forza in poesia si mostra come forza di legame, di tessitura fulminea, di qualità intensa e profonda di metafora.

Che si tratti di un “self-porterait whit photograph” o di una poesia dedicata a Tom Waits, di una visione tra i grattacieli o di una riflessione sull’amore difficile (“l’eterno raccolto/ nell’impossibilità/ eravamo/ questa gravità assoluta”) la tensione della contemplazione non viene mai meno. Ne è traccia anche la qualità delle citazioni, gli esergo e certe presenze infratestuali, alcune svelate, altre no.

Un libro di forte impatto, dunque, e di impegno costruttivo. E, quel che più importa, di pretesa alta, naturale e viva, senza alcuna posa, come è quella della autentica poesia – arte poverissima ma impegnata al massimo livello della conoscenza e del reale. Anche là dove la voce si fa più incerta, forse nostalgica di riposo nelle sue abilità evocative e sentimentali, più morbide e seduttive, appare subito la correzione di una ripresa, di una consapevolezza necessaria, giunge un richiamo nel folto per la voce giaguara.

Così questo libro senza patria apparente, o con più di una, punta dritto alla patria della poesia. Quella autentica, dove, come diceva Rimbaud, è ritrovata l’eternità, dove il sole si confonde con il mare.

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