La sfida (e la vertigine)  di Pietro.

Libro teso, vigile. E prezioso questo di Pietro Russo.

Lo leggi e entri veramente in quello spazio a cui allude il titolo “A questa vertigine”. Si tratta della vertigine che da un lato traduce il “kairos” o momento rivelativo di uno stare al mondo che non ha solo un livello, ma che dall’altro, a mio avviso, indica la esperienza del trovarsi sempre dentro a una sfida.

Per età, formazione culturale, attitudine, pare che la voce di Russo, muovendosi e cogliendo momenti e particolari tra strade e case, campi sportivi e luoghi esistenziali (come la gioventù appena trascorsa – nel bel testo “Eravamo splendidi” – o la paternità iniziante, come in “Ora sei”) si trovi a documentare, o per usare una sua espressione a dare “testimonianza” di un momento vertiginoso. Una sfida appunto. Che raduna per così dire tutti gli attimi di vertiginosa rivelazione drammatica del vivente e lì porta alla verifica assoluta e continua: il vero della vita ci si mostra, lo legge una fede antica e sempre cribrata dalla consegna e dalla perplessità oppure no, non c’è altra possibilità che gli anni siano “invano”?

“Gli anni non invano” titola una sezione. E un’ altra: “dove chiami?”

Insomma la vertiginosa sfida è sempre. Non c’è riparo.

Russo, lettore dello Sestov amato da Montale, come di Campana e dei Vangeli, sa che l’alternativa vertiginosa è una. Lo sa per sangue e intelletto: la vita come dispendio o vocazione. La medesima vertigine del Getsemani richiamata nell’esergo inziale si ripete, in modi e intensità diverse, nella trama della vita corrente, in dialoghi casalinghi e in momenti  senza ubicazione rilevante, custoditi in poesie- mandorla.

La poesia abita l’orto degli ulivi.

Ci sono poesie molto belle in questo libro magro ma intenso.

Specie nele partenze e nelle chiuse Russo trova scorci, tagli e espressioni memorabili.

E anche là dove pare mancare qualcosa di slancio, di ritmo, di colore, in ossequio alla lingua sereniana un po’ “aziendale” – come la chiamo Fortini indicando la sorvegliatissima misura di un lessico che non vuole mai richiamare su di sè l’attenzione anche a costo di una pòlitura anonima – la intensità della “quaestio” sa tenere l’attenzione. E rilancia il lettore sempre più incuriosito.

Non a caso studioso del Petrarca presente in Sereni (oltre che animatore del centro di poesia di Catania e della locale Soc. Dante Alighieri) Russo si pone certamente tra le voci più interessanti della nuova poesia italiana. In compagnia di altri non moltissimi, tra cui vado rammentando -tra ovvie lacune-  il compagno di viaggio catanese Pietro Cagni (a cui è dedicata una bella poesia) e altri sparsi come Tommaso Di Dio, Francesco Iannone, Melania Panìco, Lorenzo Babini, Massimiliano Mandorlo, Pietro Federico, Valerio Grutt, Simona Cerri. Una pattuglia di nuove voci che si vanno chiarendo e affermando senza far combriccole generazionali posticce ma con un vero lavoro e una cura oscura e luminosa dell’arte.

dr

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