“La sete” di Sergio Bertolino

di Davide Toffoli

Sergio Bertolino, La sete, Marco Saya Edizioni, 2020

Un lavoro poetico incentrato, già dall’esergo (Amos 8, 12), ma anche, poi, nel corso del suo intero viaggio, nel segno dell’errare biblico: Amos è profeta che tuona contro gli sfruttatori e in difesa dei senza voce, ma soprattutto dell’errare come ricerca costante e infruttuosa della Parola, quella che fa avvertire lo strappo tra finitezza della vita umana e verità divina. Bertolino affronta il suo percorso in piena consapevolezza («Credi a me, qualunque strada si imbocchi / basta un abbaglio»), cercando di dare forma e voce alla propria parola, concretizzandosi spesso in distici finali di grande intensità («Inutilmente interpretiamo il tempo – / ché il tempo non s’interpreta infinito»).

Ecco che si affaccia subito, nella prima sezione In profondo, l’idea ambivalente dell’errare: come sbaglio e come movimento. Quello che colpisce sono gli splendidi incipit («Niente è più concreto dell’idea, l’amore / si fa al buio conficcati nella terra. Tu chiedilo / al bulbo, alla dolina; chiedi perché una forza / ci ha diffranti, mutàti in arcipelago e radice») che non trattengono la potenza quasi ancestrale di versi radicati a terra e naturalmente protesi all’aria, in chiuse taglienti e letali («Senza parvenze, senza il volo mimato del merlo, / di là da ogni incertezza o implorazione, vieni / e disperdimi»). Proprio questa cura sui due poli dei testi (incipit e chiuse) riesce a trasmettere la necessità, o quantomeno il tentativo, di fermare ogni singolo istante, ogni piccola evoluzione. C’è un attento uso delle parentesi e degli enjambement, e anche questo finisce per esaltare la transitorietà che attraversa ogni singolo vocabolo nell’ambito di un orizzonte più ambizioso e più ampio («benché senza dio, sei il più religioso di tutti; / benché senza dio, il tuo orizzonte è il Sacro»). C’è un tu enigmatico e rassicurante, spesso evocato attraverso riferimenti simbolici (il sambuco, ad esempio) ad una sorta di femminino sacro («C’è affinità tra me / e le cose nascoste: chi ride osceno per la pioggia / ha la stessa imperfetta devozione all’ombra. – / Ma ora che so di appartenerti, pure quest’alba / si fa santa nell’immagine di te»). L’eccezionalmente bella, magari capace di compiere sortilegi di libertà e bellezza, cammina però verso riva: ha affrontato il mare, ma solo per un bagno fugace. Bertolino chiude tuttavia nel segno del resistere («Ma credimi, io resto, resisto. / Ché scongiurata la paura dell’inverno, / s’ingrosserà la scorza / e ciò che è carne sarà abisso»), risponde «semplicità nella bellezza», rende grazia alla stella in un’attesa concreta («Sarà il tuo bacio che aspetto / mentre scrivo i giorni costretti a una falce nemica, / se la belva si batte e lascio che viva / in una sete di specchi»).

La sezione seguente, Elementi, è passaggio veloce, consumato tra fiato, terra, pensiero, acqua e fuoco, dove la sete prende la forma di un’immagine («In mezzo al chiostro brilla solo una fontana»), proprio un istante prima di concretizzarsi nella successiva sezione eponima.

La sete persiste come viaggio, come indagine, come «osare / non voltarsi», come direzione da cercare in un’atavica foschia e, soprattutto, «Scrivere perché non si è imparato a vivere». Il confronto è con il desiderio, con il bisogno di un sentire armonico e completo, che sappia non far inceppare il meccanismo, impedendo il sorgere dell’aurora o il resistere della notte. Incombe un profondo senso di separazione e di morte, di solitudine, sempre al cospetto di quel tu enigmatico che, inevitabilmente, si sottrae al possesso («Né tace la parola che mi crebbe. / Qui tutto m’appartiene. Tutto tranne te»). Ogni cosa è capovolta e straripante, quasi in attesa di una Luna adatta per un Endimione senza sonno, nel costante bisogno di poesia («Prego di dar voce alla ghiandaia / in cima all’albero. – C’è sempre un fuori / che per poco mi somiglia»). L’unico incontro possibile è destinato ad avvenire al buio («Solo al buio saprò dirti chi sono») e nella solitudine più ancestrale («solo sì, come solo Dio può dirsi – / in dono a mani esperte della notte, / a mani vecchie e nuove assieme... / tra scogli e lingue e lame e forme rotte, / o nella tana del leopardo / – lì dove mai si dorme per la fame // scoprirai chi sono»). L’abbraccio può essere soltanto notturno e consapevole («scusa! non t’ho dato / che la riva stanca del mio mare»). Serve attendere il cuore del silenzio e imparare a morire di continuo, per approdare alla parola, in un dialogo tutto interiore tra corpo e spirito, persino come rinuncia, più spesso come attesa, sulla scia di atmosfere che possano evocare il Cantico dei Cantici.

In Prima clavis, che dal titolo sembrerebbe chiamare in causa il processo alchemico, torna cardinale il tema della morte, come strumento indispensabile per comprendere la vita, e tornano i dubbi («Ho inseguito abbagli d’unità / al di là degli specchi...»), assumendo una fisica visività di parole cassate o del disegno di uno spartito, capace di giungere solo a chi sa leggere la musica. La polarizzazione tra vita e morte sembra parente stretta di quella esistente tra anima e corpo, prende forma solo in uno sguardo d’insieme che regoli i battiti del mondo, che sappia ascoltarli in un sistema armonico di incontro («ma tu prega Istanbul, / e la Moschea Blu dei nostri baci / dove il Bosforo sposa Oriente e Occidente»). «Tutto cambia. Nulla è cambiato» risuona come ritornello e riporta alla mente il biblico Qoeleth, dove tutto è già stato detto e pur sempre da ridire.

Si approda così, se non ad un porto, alla sezione conclusiva, La bella morte, dove si torna ad invocare la notte, nelle sembianze di Luna o di strega («Rendimi il buio / che è preludio alla gran festa / alla rosa zenitale. // Dammi una fine e poi dammi un inizio»). C’è un’onirica terrestrità in questa dimensione auspicata del sogno. Anche la possibilità di tenere ancora stretta la mano di un padre, di trovare persino il tempo per il tempo, che da sempre difetta. Bertolino affronta la terribile bellezza della morte, quando ha volto e sembianze di una persona cara ed è proprio qui che l’io sembra sciogliersi in un noi («Noi che cerchiamo ancora / quel posto / in cui nasconderci la notte»). Anche le labbra azzurre di mistero sanno ora di bellezza, inseguita a lungo e finalmente raggiunta («elegante e irraggiungibile. Bella / come mai la morte»). Forse è proprio la morte quel sonno in cui Selene scende dal cielo a baciare Endimione, anche se la sete dei vivi resta e sembra assecondare il grido del Vecchio Marinaio di Coleridge quando racconta: «Acqua. Acqua dappertutto. E neppure una goccia da bere». Bertolino sceglie una strada ostica e ci descrive «Gioie disarmate e senza tempo, canti e strappi / senza pena, questo pensiero che s’incarna / ed è davvero - // e la miseria dello scriverne». Un riuscitissimo viaggio ambizioso e senza scampo.

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