La sentimentalissima luce di Marco Marangoni

di Gianfranco Lauretano

“È la calma la mia storia/ sempre certa e segreta […] come/ da un fondo/ si facesse la parola”. Questa è la precisa impressione che viene alla lettura della poesia di Marco Marangoni, che aderisce coerentemente alla sua sorgente, come se fosse la parola ad andare verso l’ispirazione, secondo il consiglio di Blanchot, e non viceversa. Sorgente ma anche lago, magari coperto di ninfee. Tutte le poesie della raccolta Sentimentalissima luce (puntoacapo ed., Pasturana AL, 2021) sono architettate per convergere verso un solo punto, che è il titolo stesso. L’autore vi si inoltra come un camminatore nel bosco, ricordandoci che l’etimologia ricorda l’assenza di luce. Non si tratta di una raccolta di testi sparsi, suscitati più o meno casualmente da un periodo, bensì di poesie orchestrate da un pensiero emozionale, indirizzato costantemente dalla citazione leopardiana in esergo. Il libro precedente, La passione degli anni (2018), rappresentava per verba il sentimento del trapasso dalla giovinezza alla maturità; Sentimentalissima luce ricomincia da quel momento, procedendo attraverso i due archetipi coi quali si inaugura il libro: il bosco e il mare. Essi costituiscono degli autentici paesaggi dell'anima, quasi di dantesca ascendenza (la selva oscura, le rive del mare da cui inizia l'ascesa al purgatorio...). Ma la nota dell’autore posta a fine libro ci avverte che “cammin facendo, è intervenuto un evento tragico esterno, che ha interferito col testo, imprimendo ad esso una forza disgregante”. Il fatto, in un certo senso, ha comportato non tanto l'abbandono del tentativo iniziale di indagine degli archetipi ma un loro approfondimento in senso ancor più coerente al “pensiero emozionale” strutturante il libro. Si è trattato cioè improvvisamente di “vivere il tragico” nel corpo stesso della parola, secondo la cifra tipica di Marangoni che la parola “luce”, ancora una volta presente, sta a segnalare: la trasformazione ungarettiana della pena in orizzonte positivo, l'accettazione della morte che tiene conto del mistero, di quello spazio cioè in cui non tutto si può dire. Non immediatamente, almeno. Così questo è un libro che contiene un trauma interno, che forse è possibile ravvisare a un certo punto, quando la poesia perde il verso e appare una prosa, l’unica del libro, contrassegnata da domande straniate: “Si fa presto a dire illusione, il velo steso sulla natura graffiante, perfino crudele”…

Ma l'avvenimento della morte intercorso durante la nascita della scrittura ha composto, per così dire, anche uno choc musicale: quel ritmo che si stava imbastendo è stato profondamente cancellato. Profondamente: lì dove, per il poeta in modo paradigmatico e per tutti, nasce il linguaggio. Di quel progetto iniziale la silenziosa elaborazione del lutto che ha investito la parola ha salvato i testi situati all'inizio del libro. Poi la virata, che tiene conto probabilmente dei lirici greci e di Pavese: il linguaggio è ripartito, costringendo l’autore a parlare dell’aldilà, dello spazio dopo la vita, la quale “convive” sempre con l’aldilà, anche nel caso, come questo, di una trascendenza laica. Esiste l’oltre e il dato biografico e tragico che si è posto nella cronologia di questo libro è diventato l’aldilà che sta parlando in queste poesie. Si tratta di un autentico climax, con il volto amato che diventa più nitido alla fine del libro e non solo: la sua presenza convoca altre presenze – il figlio, l’amata, l’amico – in una poesia che è sempre stata in presenza: “In margine al significato/ o di spalle al senso… è qui/ la poesia, mi dico, ogni volta/ che ti ascolto; ed è sempre/ in presenza…”. Più che relativa, la verità è per il poeta in relazione. Essa è più nella possibilità che nella cristallizzazione di una sentenza, “in un possibile, di scuri/ di chiari”.

Si tratta di uno spazio in cui la vita ha consegnato l’autore costringendolo pavesianamente al simbolo, come ponte tra i luoghi, legame. Le poesie dunque recano la coscienza che viviamo in uno spazio in cui si attua lo scambio tra vita e morte, la fluidificazione dell’io che si avverte continuamente nella loro dizione. Da qui Leopardi, via maestra e maestro lui stesso per “sentire” il nulla, perché il poeta, per dirla con Hölderlin, è un uomo che sa stare all’altezza del niente. Questa è la condizione per fare il salto al tutto, in ciò consiste l’armonia del Canti maggiori del poeta di Recanati, che soffre il nulla e dà l’impressione del tutto, della continua rinascita della musica, della domanda posta alla natura, all’amore stesso, come Il Risorgimento esemplifica fin dal titolo.

La “sentimentalissima luce” che Marangoni trae proprio da Leopardi rimanda a questo gioco, in cui città e bosco, luce e ombra rappresentano la sfaccettatura, fluida e continua, che vediamo in atto nel mondo. In questo libro, insomma, Marangoni tenta il salto lirico del tragico (così si esprimeva De Sanctis su Leopardi), la parola che canta e sconfigge il nulla persino affermandolo o – almeno – sentendolo sulla propria pelle. Un libro di rinascita, quindi, un nuovo inizio in cui il poeta mira (come ai suoi inizi) alla pulizia, all’essenzialità che sta all’inizio della vita stessa.

Lo fa cercando un hic et nunc, “nel fitto del tempo/ del luogo”. Potrebbe sembrare inusuale che un poeta dalla parola tentativamente assoluta cerchi di calare la stessa nella storia e nella cronaca. Osa persino giudizi molto netti sul presente, come si legge ad esempio in Non leggo più i giornali. Ma è proprio nella storia la verifica dell’assoluto, persino nella storia che rifiuta, essendo ormai incomprensibili, le parole dell’utopia, dell’ideale, delle presenze della memoria che si fanno memoriale, cioè immanenza. Per questo, sedendo “da qualche parte a Berlino”, ricorda il canale “dove i Freikorps/ gettarono la salma di Rosa Luxemburg”, o rincasando a Padova “rivede i gesti, a un incrocio,/ e i passamontagna ardenti”. Non rinuncia a queste evocazioni pur essendo di fronte a una generazione che non ha più la minima idea di chi fosse Rosa Luxemburg e cosa ardeva in cuore a chi indossava quei passamontagna.

Si tratta di una controversia inevitabile per il poeta. La poesia può essere ancella della storia o, come oggi, sua contraddizione. Questo determina oggigiorno probabilmente le correnti letterarie e fa percepire l’autore simpatetico a chi qui scrive. Senza che la cronaca del pensiero e degli ideali faccia rinunciare a risonanze assolute nella poesia. Si ascoltino queste:

 

Non so se i boschi si dicano
o i mari di laggiù… ma qualcosa
si impiglia…
 

oppure altri passaggi ancora più evidenti

 

voi, i sempre vivi
e rimossi che tornate
per i viaggi, gli spaesanti
sospiri, gli accordi,
i tratti […]

 

e si dica se qui non echeggia la musica di Rilke, le cui Elegie peraltro sono prossime ai luoghi di Marangoni. Ma anche un simile salto verso l’alto, il rintoccare di angeli e amanti, la stessa trascendenza di luci e di buoi che si scambiano posto come l’ombra sul terreno delle foglie del bosco, mosse dal vento.

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