Massimiliano Mandorlo su Tommaso di Dio

La ricerca dell’esperienza. Alcune note su Tommaso di Dio

di Massimiliano Mandorlo

Ogni umana ricerca esige la serietà e la radicalità di un “compito”, di una “fatica” che permetta ad ognuno di trovare il proprio posto dentro l’incessante lavorio del mondo, sembra dirci Di Dio conTua e di tutti, sua seconda pubblicazione dopo l’esordio con Favole (Transeuropa, 2009).

La poesia, da come si evince in una zona centrale dell’intera raccolta, si presenta in tutta la sua piena valenza di atto conoscitivo, attraverso il quale la realtà si rende gradualmente trasparente al soggetto: «Io voglio capire/come splendono per la terra oscura/tante vite» (Il cielo sgombro; con gli alberi di castagno là). In un testo successivo (La ricerca dell’esperienza) emergono poi i tratti di questa inquieta ricerca sospesa tra oscurità ed illuminazione: «La ricerca dell’esperienza. Andare dove. Sentire.[…]/Non andare. Nè la luce mai/riposa. Allora dove; è persa. E dove poi./La luce si ritrova». La scrittura si rende perciò strumento necessario e privilegiato per indagare i fondamenti dell’esperienza umana, avvistandone le tracce non ancora cancellate durante il percorso («cancelliamo dall’esperienza/ogni cosa» si afferma infatti in uno dei testi della silloge).

La “ricerca” che anima il soggetto al centro di queste liriche è visibile anche sul piano verbale e sintattico: prova ne sono l’anafora del termine “ricerca” e la frequenza del verbo “cercare” nelle sue varie forme, per un totale complessivo di 11 volte; infine, anche la sintassi dei testi spesso incisiva, veloce e spezzata, è specchio di una tensione del dire, di un magma linguistico portato all’incandescenza (con notevoli punti di contatto, stilistici ed estetici, con Mario Benedetti, poeta caro a Di Dio). Tra i tanti passaggi esemplificativi dello stile di Di Dio, varrà la pena riportarne qui alcuni: «Tutto questo non possiamo noi dimenticare» (iperbato e anastrofe); «nella montagna/fragile delle paure che dilava/cancella/amici case paesi»  (asindeto e climax ascendente); «Quel che ammonirono i libri santi./Quel che scrissero i poeti. Le epigrafi./I ruderi. Le pietre le caverne» (ellissi, anafora, asindeto, climax); «La ricerca dell’esperienza. Andare dove. Sentire» (ellissi).

Il soggetto della ricerca, a detta dello stesso autore, attende la “grazia”, termine poi messo in rilievo tramite la ripetizione nello stesso verso: «ad aspettare/la grazia da qualche parte come me, la grazia/di qualche animale che come me/abbia fame»; i versi appena citati si trovano inoltre a brevissima distanza dal testo che introduce, in funzione di prologo, la silloge, e in cui il protagonista: «mette in opera il mondo» (Tutto questo non possiamo noi dimenticare). La vicinanza, probabilmente non pensata o costruita, non può non far pensare al Luzi di Augurio: «Sia grazia essere qui,/nel giusto della vita,/nell’opera del mondo»; seppure con le dovute distinzioni, anche il protagonista della “ricerca dell’esperienza” di Di Dio si muove in un un mondo brulicante di presenze vive, in cui tutto parla ed “opera”, anche dal suo apparente oblio: «La città che splende. La notte./Il vuoto le strade. Gli angoli scavalcati/dal fiato corto le poche/donne sui marciapiedi e sembra tutto catrame/questo tempo, senza rimedio/senza soccorso» (La città che splende. La notte)

L’autore si muove tra epica e cronaca, attraversando e soffermandosi sulle innumerevoli stratificazioni (geologiche, biologiche, storiche ed umane) che compongono il tempo presente, come evidenziato in uno dei testi più notevoli di tutta la raccolta (Queste sono le nostre imprese):

Queste sono le nostre imprese.

Gli archi fuori dall’asilo, nel parco di provincia.

Il cerchio d’alberi, vicino al ponte vicino al bosco

dove sotto rimane

il canale svuotato d’acqua ormai, ma pieno

di foglie, rami. Il tempo di allora; il tempo

adesso. L’immagine rovesciata che ritorna in me

di un me dal volto corteccia

staccata di betulla e questa foga nel processo

la luce azzurra dei lampioni, il vento, gli anni.

Questi versi, tratti da una delle poesie conclusive ispirata alla famosa disfatta romana contro le tribù germaniche nella foresta di Teutoburgo, descrivono con efficacia l’azione e il segno dei processi storici sul mondo vegetale e umano (o minerale, come accade in altri testi della raccolta); anche qui bisognerà citare tra i precedenti letterari non trascurabili il Galateo in Bosco di Zanzotto, in cui la poesia prende corpo e vita dalla storia ancora pulsante del Montello, teatro della Grande Guerra, osservato nelle sue molteplici stratificazioni.

Anche per Di Dio poesia e vita costringono a «risalire/per le vene le tracce, i depositi» (La macchina con il cofano aperto; l’uomo dentro): generare implica sempre una risalita verso il punto originario della propria consistenza ed eredità. Obbliga ad essere presenti in corpo e spirito senza mai disertare la fatica, lasciando spazio al desiderio:

Se provi a tenere infine chiusi gli occhi

ognuno da solo vede dentro di sè

l’immensa grandezza

delle cose compiute.

TOMMASO DI DIO, Tua e di tutti, LietoColle, Faloppio 2014.

 

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