La Poesia migrante di Antonio Nazzaro

di Giuseppe Nibali

Seducente e pericoloso è agire dentro, muoversi, perdersi tra le parole di Antonio Nazzaro, giornalista, poeta e traduttore italiano da anni peregrino tra Venezuela e Colombia. Nazzaro, oltre che poeta, è ottimo traduttore dall’italiano allo spagnolo e viceversa. Ha pubblicato nel 2013 il libro Odore a Torino Caracas senza ritorno, edito in italiano e spagnolo e nel 2017 Appunti dal Venezuela. 2017: vivere nelle proteste, libro che gli è costato l’esilio in Colombia. Ha poi tradotto il libro del poeta argentino Juan Arabia Il nemico dei Thirties, Samuele Editore, 2017 e La notte di Dino Campana, per la casa editrice cilena Edicola Ediciones, 2017.

Seducente, dicevo, questo viaggio in quel Sud America, così centrale nel ‘900 e oggi così abbandonato, così solo, così lontano, perché il testo Amore migrante e l’ultima sigaretta (Edizioni Arcoiris, con testo bilingue italiano e spagnolo) si apre subito con il macro-tema che è proprio dell’atto di scrivere poesia da quando la parola si articola per nominare l’altro e per definirlo, il tema madre sbandierato già dal titolo: l’Eros, propriamente, Ἔρως, desiderio, che rende l’autore parte del regno umano nato dunque ἔραμαι, per desiderare, per muoversi.

Nazzaro non ha tempo, è poeta transiens e transeunte sono le sue passioni, l’oggetto del suo desiderio, Nazzaro è esso stesso ciò che è in migrazione e inefficace è il modo per fissare nella mente (o magari, più propriamente, sulle carte con il lapis) i particolari delle sue visioni: «Di te so poco: / la lunghezza delle tue braccia / il tempo dei tuoi baci / quelli umidi dell’amore vorace / e quelli lenti dell’amore quotidiano».

Pochi, d’altronde, sono i momenti di tregua, quasi come se si scappasse continuamente da due guerre: una, l’agita, cioè i grandi tormenti della terra latinoamericana; l’altra, l’agente, che anima i sogni e l’inconscio del poeta, abitato da marciapiedi, strade larghe, alveari d’appartamento.

Siediti qui a guardare la città che non ha fine
eppure si può toccare ogni muro
ogni asfalto.

Sanno raccontare storie di odore di benzina e neon
che frantumano notti e cuori.

Ma tu, tu siediti qui
le luci non colpiranno gli occhi
e le stelle sembreranno sorridere su questo delirio
che corre sui marciapiedi
e la signora così grassa che occupa la porta della metro
non chiuderà lo sguardo.
[…]

Tentativo o voglia di restare fermo in un luogo, quella di Nazzaro, che sembra non sapere nulla «di orologi e del Natale, della Cortina di Ferro e di tutte le cose che regolano il modo di pensare degli uomini. Ha una consapevolezza della vita sulla terra che è molto diversa dalla nostra, che utilizza venti, temperatura, pressione barometrica, orientamento, correnti termiche in un modo tale che noi ignoranti esseri umani non possiamo neanche sognarci di eguagliare». Utilizziamo qui, e non a caso, le parole di Richard Adams sul volo dei grandi uccelli migratori che lasciano l’Europa per attraversare l’Atlantico. Ed è proprio da questi che il poeta sembra aver imparato l’arte misera dell’emigrazione, come dalla madre e dal padre, dal bolo che lo ha nutrito nella fase precosciente e che adesso lo rende capace di dissetarsi e nutrirsi, di alzarsi e usare i muscoli del corpo, di respirare e andare da un Paese all’altro, in solitudine.

Il silenzio
di tante lingue.

Lo sguardo
di tanti orizzonti.

La solitudine
di ogni terra.

Masticare polvere e acqua.

L’essere emigrante
non ha fine.

Ma l’autore, nelle sue circonvoluzioni tra l’universo linguistico italiano e quello latinoamericano, non rinuncia agli ammiccamenti letterari colti, alle tematiche trecentesche, da canzone cortigiana, da sonetto amoroso. Ἔρως, come si diceva, è figura centrale, ma anche Ἑρμῆς (Ermes), divinità del viaggio e dei confini, è dominante, soprattutto nella seconda sezione del testo, dove l’oggetto amoroso si smargina, diventa tutt’uno col paesaggio e col ricordo.

Spicca, su questo, la terzina: «Lei ha la leggerezza della nuvola / davanti alla finestra che toglie lo sguardo / alla montagna per un nuovo orizzonte», che riportiamo come esempio ottimo di una metrica barbara che resiste benissimo anche alla prova della traduzione italiana.

Il poeta predilige evidentemente la forma breve, quartine e terzine, di solito, anche se molto spesso è al distico o ancora al singolo verso che Nazzaro affida le verità ultime e le chiuse. Il Tu onnipresente della prima sezione, da soggetto femminile si trasfigura piano piano, nel corso dello scorrere dei testi, ricomponendosi in una forma precisa e ancora più intima: quella della rimembranza familiare.

Così la donna musa, una e molte, torna edipicamente la madre, il cavo dentro cui inizia e termina la vita dell’uomo. Ancora: la sorella Daniela, a lei sono dedicate le poesie forse più strazianti dell’intero libro, a lei e ai suoi cinquant’anni di silenzi: «A te che non leggerai / ma come ti racconto / sulla tua sedia dalle ruote che non girano / sulla tua testa che non, che non sta su / e gli occhi ad indicare il nord e il sud / il sud di quest’amore / che non ha parole / ma raccoglie con la mano / la tua bava che cade. Il padre, infine, l’uomo buio, duro come è dura la scorza del figlio, che con lui condivide nel cuore oscuro i tanti segreti dell’uomo: l’handicap della figlia, le navi e gli aerei, il distacco e l’inappartenenza, il segreto, soprattutto, di un grande amore mai detto.

*
Ho visto il dolore urlante
dei corridoi del manicomio
e una sorella legata al letto.

Ho visto il dolore in lotta
di tute blu che sognavano
un cielo rosso.

Ho visto il dolore del risveglio
di sogni d’ago sotto un ponte
e uno sconosciuto al fianco morto.

Ho visto il dolore del saluto
di una valigia d’emigrante
e il silenzio di lingue incomprensibili.

Ho visto il dolore di un padre steso sul marciapiede
e suo figlio a spingere via i soccorritori
per difendere una morte di una vita d’uomo.

Ho visto il dolore della minaccia
una pistola nella bocca
e dodici anni in ventitré chilogrammi fuggire.

Ho visto il dolore magnifico
del vivere sempre
e comunque.

E sorga il sole o la pioggia
aspetto con la sigaretta di sempre
un nuovo dolore.

*
Sosteniamo il peso
dell’altura sui fianchi
dondolando su un passo lento

Camminiamo questo altipiano
che si confonde nell’orizzonte marino.

Terra infinita stretta nella mano
è un odore che non s’afferra
ma ricorda una solitudine
d’emigrante.

*
Ho mani d’emigrante
tagliate ferite macchiate
da lingue e vite non mie.

Da dove vengo
non lo so.

Ricordo una madre e un padre
ma non hanno radici.

Mi sgretolo sotto la pioggia e il sole
e non avrò riparo.

Ostinatamente avanzo
verso la terra nera e muta
che coprirà un nome
perduto.

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