La poesia, fiocina in cielo. Riscoprire una voce, A. Salvatori

Di Giulia Bravi

 

La poesia di Antonio Salvatori è un grido al cielo che non si accontenta di essere detto, urlato, sentito. Tende più in alto, cresce verticale come gli alberi fino all’azzurro. E chiede risposta.

Nel suo libro d’esordio, pubblicato a soli ventitré anni, dichiara fin dal titolo della raccolta: “Ho piantato una fiocina in cielo”. Una fiocina. Un tridente che entra nell’eterno, un uomo che desidera penetrare l’aria e aspetta che l’arpione si riempia, che non ritorni da lui vuoto. Un uomo che non si soddisfa se tiene gli occhi piantati a terra e per questo li destina sempre al cielo a cui naturalmente tendono: “se non hai crocifisse le mani e ferito il costato, / sei una coda di gatto che balla tra i ciuffi e gli sterpi, / una quaglia che bacia col becco i colori dell’erba. //”. Il rapporto di Salvatori con il divino non è certamente un pacifico affidarsi ma un perpetuo e instancabile richiedere vicinanza. La sua preghiera è continuamente sostenuta da immagini originali e a volte persino spiazzanti che si fanno ancora più avvincenti e nitide nel loro stesso surrealismo all’interno della sua seconda raccolta poetica, “Dallo cherry alla fiamma della festa”. È così che può scrivere: “Cul-de-lampe graffio d’amore al cranio / più scemo dei granchi fuor di luna / lupo cerviero la nona decina / della carta violento il più bello del racconto/ trascino e spando su carbone pesto”.

 

Antonio Salvatori è nato a Rimini nel 1954. Ora insegna letteratura italiana in un liceo di Riccione e si sente, temporalmente parlando, molto lontano da quei versi scritti negli anni settanta. Lui stesso, al mio chiedergli di rilasciarci un’intervista, ha definito “Ho piantato una fiocina in cielo” (Forum Quinta Generazione, 1977) e “Dallo cherry alla fiamma della festa” (Forum Quinta Generazione, 1979) due libretti che fanno parte dell’archeologia della sua vita. Eppure le parole che ha affidato alle sue raccolte continuano a vivere. A parlare. A chiedere di essere sentite.

 

G.B. Caro Antonio, cosa è successo e cosa è cambiato in te e nella tua poesia negli anni trascorsi dopo la pubblicazione di due raccolte tanto promettenti? Giuseppe Brunamontini, nella postfazione del tuo esordio, si chiedeva: “che cosa scriverà dopo? Continuerà su questa traiettoria? Manterrà l’orbita spaziale, lontana dalla poesia intimista ripiegata su se stessa, dal becerismo facile, dalla retorica politica?” Che risposta daresti oggi?

 

A.S. Per ventotto lunghi anni, a causa di un lutto orribile, non ho scritto un solo verso. Non ho letto più i poeti, che consideravo responsabili del mio dolore. Poi, una sera, una lirica di Dino Campana, “Quando gioconda trasvolò la vita”, mi ha colpito al cuore e sono tornate le parole. Tutta qui la traiettoria. Adesso scrivo con il piccolo popolo dei miei insetti, che sono tutti matti e credono che la poesia possa incoraggiare la virtù e redimere dal peccato.

 

G.B. In una poesia che reputo meravigliosa appartenente a “Ho piantato una fiocina in cielo”, dal titolo “Per un signore che si è ucciso”, due versi in particolare hanno fatto riecheggiare in me uno dei miti più belli della tradizione letteraria greca: “hai puntato con le spille i tuoi occhi / ai tralicci d’acciaio della città mai umana”. Il mito di Edipo, l’uomo che credeva di vedere e invece era cieca pedina della τύχη. Reso cieco, alla fine, da se stesso con la spilla della moglie-madre. Quanto credi che la tua formazione abbia influenzato la tua vita e suggestionato i tuoi scritti?

 

A.S. Più cieco di Edipo, sono stato mille volte più cieco… Mi torna alla mente un personaggio dell’inferno dantesco, il falsario adulteratore alchemico Capocchio da Siena. Secondogli interpreti più antichi della “Commedia” pare che costui fosse un compagno di scuola di Dante e sapesse dipingere meravigliose immagini (il più delle volte storie della passione di Cristo) sulle proprie unghie. Qualche commentatore narra come una volta Dante, incuriosito, si fosse avvicinato per sbirciare quelle splendide miniature e Capocchio, pur di non mostrarle, le avesse cancellate in un attimo con la saliva, mettendosi le mani in bocca. Penso che la mia formazione si sia persa molto presto così, con una succhiata di dita.

 

G.B. Il tuo libro d’esordio, “Ho piantato una fiocina in cielo”, è cucito attorno a due temi cardine, compresenti e abilmente intrecciati fra loro: il divino e il demoniaco.Troviamo, in questa raccolta: “satanasso col naso appiccicato ai vetri”, lasciato entrare nella stanza nonostante la paura; la “croce ubriaca di gioia” nel giorno della Pasqua; “gli angeli sbronzi / del vino della Vita”; “la serpe maledetta”; i “capelli di un cristo supino, treccia di stelle”; “la madonna” che è “una pietà dal seno caldo caldo” e tantissimo altro. Da dove e perché l’esigenza di tenere insieme, inscindibili, due presenze da sempre antitetiche?

 

A.S. Da giovane ero ossessionato dall’idea del peccato, dalla minaccia del Dio che passa e non ritorna… Mi sentivo inzaccherato dall’ “urina di Satana” … Non potevo parlare di Dio senza tremare di paura, senza accennare al “cane nero” che mi attendeva nascosto nella tenebra… Il rompitore di strade, l’assassino… Bisognava catturare il paradiso, non farlo andare via, era necessario lanciare una fiocina in cielo… Come ha scritto qualcuno, l’anima è costretta ad ammalarsi sempre di nuovo, finché non ha ottenuto ciò che vuole… Inoltre il diavolo è plurale: tutti i miei piccoli animali striscianti e zampettanti, i pugilatori calvi del mio piccolo esercito, dovevano vivere con me.

 

G.B. Nella nota critica che Stefano Lanuzza ha scritto in appendice al tuo “Dallo cherry alla fiamma delle festa” si trova scritto che il tuo fare poesia è un “fare festa, recitare il sogno teatrale della vita”. L’esistenza si muove danzando in ogni pagina di questa raccolta, vibrante sa incarnarsi in immagini e colori, quasi si celasse dietro ogni tuo verso l’irrefrenabile Dioniso nietzschiano. Qual è stata l’origine, il Big Bang primordiale che ha scaturito questo incessante movimento di fuoco?

 

A.S. Scrivere “poesia della carne”, rafforzare il legame tra il corpo e l’atto della scrittura: questo mi dava gioia. Sentivo anche le parole come corpi, le vedevo esibirsi sulla scena dei miei versi. Ho capito troppo tardi che era impudico e volgare ciò che stavo facendo e che la poesia non deve eccitare alla malvagità. Non si deve sentire l’odore del sangue. Bisogna contenere le passioni nei limiti della grazia.

 

G.B. Concludendo, sempre nel tuo “Dallo cherry alla fiamma della festa”, sono presenti alcuni versi davvero interessanti per comprendere appieno la tua concezione di letteratura come “spina di acanturo” che “commercia in fiori recisi e perdilegno”. Lo stesso termine “acanturo” richiama, nella sua etimologia, alla spina che lo contraddistingue, dal greco ἄκανθα. Puoi spiegarci meglio questa tua dichiarazione in versi? La consideri ancora valida e attuale?

 

A.S. Il mio io eroico si è addormentato. Non so se è un delirio senile ma credo che la poesia debba essere equilibrio di tutte le facoltà, salute, virtù. Non mi piacciono più i rebus proibiti dei poeti. Solo magia bianca, per piacere, perché il mondo è abitato da spiriti crudeli. Vorrei che nei versi comparisse solo la semplicità e nessuno potesse accorgersi che il poeta – in precedenza, nella sua lotta con il demone – si è fatto mangiare il cuore.

 

poesie scelte:

Per un signore che si è ucciso                           

da “Ho piantato una fiocina in cielo

Dove? sulle labbra dei gigli di un giardino ala di cigno?

guancia a guancia a una sindone fioca, sui filari del fatuo,

dove il grano saraceno e bruno offre un cristo di pane…

Sei meraviglioso, perché hai puntato con le spille i tuoi occhi

ai tralicci d’acciaio della città mai umana,

perché dal carillon dov’eri un rigoletto ballerino

sei sceso ai piedi d’un favo stillante, all’ombra d’una rupe

effige di sasso maestosa di un vecchio guancia di luna,

poiché l’amore è un vaiolo

che colpisce anche amanti di pietra.

Sei ruzzolato da un quadro di cielo

sui capelli di un cristo supino, treccia di stelle

e la madonna è una pietà dal seno caldo caldo

e su un presepio tinnulo di gioia

getta le sue arcate di storia irredenta

il magnifico ponte del sempre.

***

da “Dallo cherry alla fiamma della festa

Io che non ho sofferto vivere racchiocciolato

sotto le ali di un ceffo d’angelo

che ogni notte cacciavo dal letto

e m’annoiava col suo cero sempre acceso

finché si licenziò come una governante stizzita

ed io appiccai la gioia

alle micce e gli alambicchi

sul mio scrittoio mille diavolerie

congegni alchemici bugie parole

ed io cagliostro con lo stiletto al fianco

la caramella all’occhio che non vede

chino sopra il leggio accanto al lume

sulle dottrine accese dell’inferno.

 

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