La poesia e il terremoto. M.Panico legge A.Guida

Alfonso Guida, Irpinia, Poiesis, 2012

Melania  Panìco

“Non è cosa comune un paese vuoto con un poeta dentro”[1].

 

Quando ho cominciato a leggere Irpinia mi sono trovata improvvisamente catapultata nell’atmosfera magica, micidiale, descritta nei libri di Ernesto de Martino. Non è un caso che sia Alfonso Guida che Ernesto de Martino siano entrambi legati alla Lucania. Eppure in tutti e due i casi il luogo (la Lucania) è la partenza e l’arrivo è la circolarità del mondo. Al verificarsi di un evento tale – in questo caso il terremoto in Irpinia del 1980 –  dopo il quale tutto è rottura, niente è più come prima, di cui l’essere umano non riesce a comprendere il senso, si innesca una crisi. De Martino ne Il mondo magico dice che “tutto può diventare tutto, che è quanto dire: il nulla avanza”. Crisi della presenza è una frase emblematica e assoluta dell’opera di de Martino. La crisi della presenza è condizione tipica dell’individuo che davanti a particolari eventi, subisce il dramma dello spaesamento, per cui anche lo stesso “esserci nel mondo” è messo continuamente in discussione. Eppure “il pensiero della fine del mondo, per essere fecondo, deve includere un progetto di vita, deve mediare una lotta contro la morte, anzi, in ultima istanza, deve essere questo stesso progetto e questa stessa lotta”. Il notiziario alla radio indica non si sa quanti morti, nel mentre “i lampioni resistono, putrescenti, moribondi”. È una morte che colpisce anche le cose o che mette a nudo le cose e allo stesso tempo la vita continua, inesorabile.

Nel poemetto di Alfonso Guida è come se tutta la grecità lunga millenni venisse improvvisamente fuori, è come se emergesse dalla pagina qualcosa che solo i grandi poeti possono far emergere con la parola che, sempre viva, vuole raccontare una immensità. Tutta la terra e le cose prendono corpo nella scrittura “avvicendata”, quasi martellante dell’autore, una scrittura che ricorda il ballo dei posseduti descritti da de Martino. Il linguaggio, l’utilizzo della metrica da parte dell’autore, non è qualcosa di casuale, semmai causale alla descrizione di qualcosa che è allo stesso tempo tragico e celestiale: “le mie mani aleggiano. Sono spasmi/come quando si uccide un uccello e lui/ continua a volteggiare assassinando/ l’agonia, lo sforzo immane e celeste”. Se è vero, come diceva Heidegger che il linguaggio è la casa dell’essere nella sua dimora abita l’uomo, allora la scrittura di Alfonso Guida non può che essere eccessiva proprio perché rapportata a un evento eccessivo, un linguaggio che trova nei dettagli una lama: “tutto il fogliame rosicchiato. Tutto/ sembra brucare la pagine buie/ dei deserti. Al crepuscolo, ogni piccola/ posata tintinna. Stagioni ignote,/ sconosciute attraverso il mistero/ dei tronchi, le scorze dei ceci”. L’operazione di Guida è quella di trasformare le parole in cose per poi riprenderle e ritrasformarle di nuovo in parole come a “infettarle”: la poesia è anche un atto visivo. La potenza non è aver saputo descrivere tutto l’evento ma aver saputo esprimere la perdita. Ogni cosa respira e le diverse voci che prendono di volta in volta la parola si confondono con le lampade, i lucernieri, i tetti, i terreni calcarei, i muri, i padri, i fratelli, i figli: “i legni e le croci dormano/sul grembo dei vecchi. I bambini invocano/ lo sguardo dei padri. È un’infanzia piena di ricordi. Si comincia dai fiori/ chiusi nell’acqua, da cipolle e sedano/ cotti sul fuoco, dal gorgo del pianto”.

La poesia si manifesta e man mano che ci avviciniamo alla fine del poemetto, quando la parola diventa anche più ostica, ci troviamo immersi in un’aria quasi rarefatta come il respiro di chi resiste: “Ogni tanto i vecchi/ ridono. E insieme ai vecchi ridiamo anche/ noi. Il giorno passa. Giochiamo a carte sui/ deschi, aprendo un po’ la chiusura delle/ tende. Per farci toccare dal sole”.

 

Passi tratti da Irpinia,Poiesis, 2012.

 

 

[…]

Raggiunsi il buio, la quiete. Una scarpa

nel cappotto. Raccontavo alle ruote

di un vecchio motorino Piaggio il dramma

di due mele arse inavvertitamente

legando il picciolo al capestro sotto

la tettoia di fango. “è un gioco tragico”,

dissi a me stessa. Trovando una cupa

mitezza nell’abbandono alla pioggia

che, fuori, scorreva tra le macerie.

Mi piaceva il ticchettio dell’acqua sul

ferrodella grondaia. Era un gioco anche

quello, ma diverso. Più infantile, una

specie di rigore sereno. Devo

trovarmi un’occupazione, un enigma

da sciogliere. Le mele penzolanti,

bruciate, l’acqua, le gronde, il rumore

fresco e soave. Bisognava ingannare

la notte. Il sonno giungeva al mattino

presto. Per tutto il buio colsi un grappolo

di occhi invidiosi all’angolo della mia

bocca. Invidiavo il nord. Potevo starmene

là. Mi sarei risparmiata lo scavo

con le unghie, quel continuo raspare sul

terreno. Cercavo la mia casa fra

gli alberi mozzati, capovolti, fra

tutto quel legno morto, inascoltato,

come un rigore sereno, una mela

nell’incendio, una scarpa nel cappotto.

 

 

 

[…]

Le lampade, i lucernieri, i fiammiferi.

Questa luce di serpi e orti attecchisce

fra le travi come se una radice

rovesciasse il suo cespo tra i tetti. E poi

lamiere, orchestre di lingue inforcate

sui coltelli. Un ciglio, l’ammaestramento

roccioso e angusto dei pavimenti che

legano ai lampioni il riflesso indomito

dei pochi oggetti. L’abbandono. I padri,

figli dei figli, abbassano il coccio dei

pleniluni sull’impronta di un aspro

ripiano di ferro. Ecco l’incertezza

formale dell’inchiostro, le matite

giocose, il trasmutarsi stordito e lauto

dei cibi affumicati. Conserviamo

tutto il dolore che i giorni attraversano

nel corpo. Luce deriva da luce. (…)

 

[1] Franco Arminio su “Il Manifesto” del 23 marzo 2013

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