LA POESIA è COME L’ACQUA

Il 12  agosto 2015 ho potuto organizzare a Termoli un reading coinvolgendo assieme a Davide Rondoni e Federica D’Amato anche un poeta molisano che non ancora conoscevo bene.

Nato a Rotello ma vissuto per lo più altrove, Michele Miniello è slavista e glottologo, ha studiato a Torino, Londra e Firenze. L’incontro aveva a tema  l’abisso dell’animo umano.

 

Parlai con Michele e seppi che di lì a breve avrebbe pubblicato un nuovo libro, l’avrebbe presentato anche in casa ovviamente !

Dopo la  presentazione e la sua presenza, anche quest’anno, al mio piccolo appuntamento estivo, con Davide Rondoni abbiamo pensato potesse essere un’avventura interessante chiedere a Michele di  concederci per rivista ClanDestino una chiacchierata.

Un dialogo che, pur  avendo come cardine il suo nuovo libro, potesse essere qualcosa di improvvisato, anche discontinuo, ma sincero ed unico.

 

Il  3 settembre ho potuto incontrare Michele ai piedi del castello di Termoli  e,  acceso il registratore, è iniziato il nostro colloquio.

Alessia Iuliano

 

A.I : Quando lo scorso  luglio, a Rotello, presentasti  la tua ultima raccolta di poesie edita per Cartacanta editore, mi stupì  molto, Michele,  la tua premessa. La necessità di dovere, a noi del pubblico, delle spiegazioni:

“Non pensavo avrei mai pubblicato il libro, me lo son trovato così, davanti,  non avevo scelto neppure un titolo, ma sono stati bravi loro di Cartacanta, Michele Miniello – Poesie!”

Prorompente introduzione, che lascia sorpresi della tua sorpresa, come se questo libro  non abbia chiuso i conti e avesse  da dire altro, oltre le Poesie, qualcosa che forse ancora indaghi e non sai.

Una voce cruda e potente, descrive D. Rondoni nella postfazione , che da tempo taceva, aggiunge.

Taceva davvero, o celava la sua stessa genesi ?

Se  tanta è stata la tua sorpresa, allora, quale è il motore, il bisogno che ti ha  per così dire obbligato, chiamato, a  scriverle al di là di ogni eventuale stampa ?

 

M.M : Ah, bella, bella  questa ! Molto interessante!

 Allora, io ho sempre detto che non è vero che si scrive  per noi stessi, si scrive per un pubblico, anche se non ci sarà mai.

Dentro di noi lo sappiamo, scriviamo perché arrivi qualcosa a chi legge o a chi ascolta.

Io non so, perché credo che ognuno, poi, abbia un suo modo di fare poesia.

 No? Non deriva dal greco? Poien , fare, un fare mentale …

 A me accade di avere un qualcosa che mi frulla in testa che non so bene cosa sia esattamente però c’è … ecco, posso dirti, per le mie prime raccolte mi interessava raccontare,  e  potevano risultare poesie più prosastiche, anche se con un loro ritmo – perché vedi , il verso deve planare,  è sempre una tecnè – come ho detto anche qui a Termoli, molti sono convinti che il poeta si sieda a tavolino ed arrivi lo Spirito Santo a fargli scrivere qualcosa, ah!

Quella è l’idea di partenza semmai, l’in put !

Le poesie prima si trovano, poi si “costruiscono”.

Ora, più di prima , forse è l’età che ti porta a questa maturità, quello che mi interessa è lo sguardo. Infatti quando cammino per strada sono molto attento alle persone, come si vestono, cosa indossano, che portamento assumono, e poi cerco di tradurre in emozione questa esteriorità, perché l’immagine parla, il poeta – e questo è quello che penso di aver fatto – va al di là, nel profondo.

Perché si dice che Dostoevskij ha buttato la luce nell’abisso dell’animo umano?

Quando Dostoevskij nel suo libro, Le memorie del sottosuolo, apre il discorso scrivendo: Sono un uomo malato, in Russo, come in inglese, l’aggettivo avrebbe dovuto precedere il nome, ma lui lo aggiunge dopo, perché ? Perché lo vuole sottolineare, perché la malattia di cui lui parla, al di là dei vari acciacchi, è quella dell’anima.

L’uomo nel sottosuolo grida e la sua cassa di risonanza è una stanza, nel sottosuolo appunto.

Come dice anche Kafka nei suoi diari, il luogo ideale  per uno scrittore  è una cantina vuota con un tavolo ed una lampada, inquietante!

È un laboratorio, come l’artigiano col martello ed altri vari strumenti, noi abbiamo le parole, il ritmo e le parole e stiamo lì, a scrivere e scrivere, a cercare di cogliere …

Come diceva Brodskij, il poeta è il signore della lingua, può fare, anzi deve fare di tutto!

Mario Luzi stesso deformava i verbi!

Insomma, tornando a noi, si scrive per dare qualcosa a qualcuno! Perché, qualora tu scrivessi un capolavoro e poi non venisse letto da nessuno, non sarebbe affatto un capolavoro, in quanto sterile, lasciato lì !

Quando si pubblica un libro, quello ormai è consegnato, non è più dell’autore, è dato, è di chiunque, non dell’autore!

  

A.I : Poco fa hai citato Brodfkij , il poeta  è il signore della lingua, e col suo sguardo fa luce in un modo altro, comunque autentico, sulla realtà.

Questo mostrare scenari, rievocare volti e episodi  risponde però, nelle tue poesie,  a urgenze, sì oscure ma  non incerte, sottese di  mistero …

quest’ultimo ha sempre avuto un ruolo così rilevante nella tua poesia ?

 

M.M : Allora, sì. Anche altri mi hanno domandato di questa eco misteriosa. In realtà non è cercata, è frutto di un urgenza. Ho l’urgenza di trovare  “la misura”, anche quando parlo di cose drammatiche cerco sempre di mantenere una distanza, una misura, per cui sembra che non dica tutto. Ma la poesia questo deve fare.

Mi piace accostare la poesia ad un’equazione con un’incognita, l’incognita è il talento, o meglio, svela  se c’è talento o meno!

La poesia non deve spiegare, non deve essere didascalica, può anche non essere compresa totalmente, lasciare l’incognita là. L’incognita che risolve l’equazione che sta in piedi. Ed anche se non la risolvi tutta, ma in parte, e ti rimane in bocca quel sapore di mistero – ma in un certo modo comunque ti ha commosso – allora, la poesia è ben riuscita!

 

A.I : Credo da sempre che la poesia, l’arte – tanto per il fruitore quanto  per l’artefice-  siano , in primis, un mettersi in discussione, un decidere di essere disponibili ad un incontro, un confronto.

T.S.Eliot diceva : “ l’arte  è fatta per esprimere il vero della vita”.

Quando  termini la poesia  L’amico eroe con il verso:

nel porto sicuro della vita che continua

il porto –  Ungarettiana metafora del viaggio –  lo chiami sicuro, ma altrove parli dei “tormenti di una vita”.

Dunque, se sicuro non sta per calmo, cosa c’è  a monte per fare una tale affermazione?

 

M.M : Allora, il porto sicuro è per gli altri, non è per lui!

Lui, ciascuno di noi, per i nostri cari, per chi ci conosce, siamo una presenza. Così il suo tormento, il nostro essere tormentati è comunque una manifestazione dell’essere, dell’esserci.

Anche tormentati, anzi, il tormento è di buon auspicio, è carnalità!

È chiaro noi non possiamo sapere cosa passa per la testa della gente, possiamo solo osservarla, godere della sua presenza, così in quella poesia . Seppur nel tormento, nel suo handicap,  è segno di un porto, sicuro appunto !

 

A.I : Veniamo alla forma ! –  Il verso, ricordi ogni volta che ne hai occasione – il verso deve planare. Caricarsi di significato e viaggiare col significante.

Non tutto il significato delle poesie può esser comunicato tramite la parafrasi perché, appunto, il poeta è impegnato sui confini della coscienza, oltre i quali le parole non bastano più, sebbene un significato esista ancora … detto ciò, la mia domanda:

Che rapporto hanno, nella tua poesia, verso e significato, misura, ritmo ?

E poi, ci sono stati nel corso dei tuoi studi, nella tua crescita, umana e poetica, maestri  la cui lettura o incontro, più di altri, ti ha aiutato e guidato a scoprire la tua voce, il respiro che oggi alimenta i tuoi versi ?

 

M.M : Partiamo dalla fine ! I poeti che in qualche modo mi son piaciuti: Mario Luzi e Cucchi.

Completamenti diversi !

Mi piaceva la musicalità di Luzi, è fantastico, amo il modo in cui disponeva i versi, ma non mi è mai riuscito di scrivere una poesia Luziana !

Mentre Cucchi è stata una scoperta, il suo ritmo sincopato, in levare, l’ho conosciuto col suo secondo libro, trovato per caso in libreria …

La mia poesia potremmo definirla la poesia della soglia.

Della soglia ha parlato tanto Edmond Jabès, ma io non ho riesco a scrivere poesie come lui.

E così  è giusto, quando scrivi poesia devi trovare il tuo viottolo in qualche modo.

Ricordo che quando ho pubblicato il mio primo libro a Firenze, avevo circa 35 anni, ricevetti i complimenti da gente molto più navigata di me perché, per essere un esordiente, ero già molto autentico. Fare il verso, avere echi di qualcuno è nella prassi per ogni buon poeta, all’inizio …

a me accadde diversamente!

Quello che ho  capito grazie a Cucchi è appunto la differenza tra la poesia e la prosa.

La poesia ha i salti gli scatti, non racconta tutto, come accade in prosa …

 Stare sulla soglia questo vuol dire: avvicinarsi alla vita, lasciarsi coinvolgere , entrare con lo sguardo, cercare di fare proprio quello che si vede e tradurlo in parole. Però, chiaramente, rimane una opinione di chi scrive, in questo caso la mia, dando comunque voce anche agli altri, senza impossessarsene, cercando di capirli.

Non si deve esprimere dei giudizi, non credo bisogni essere sentenziosi in poesia.

Sebbene siano sempre i miei occhi e la mia sensibilità, ma è ovvio, perché dentro l’anima di una persona non ci entri.

 

A.I : Bene Michele, grazie per la tua disponibilità a raccontarti, ho, però, ancora una domanda.

L’ultima sezione del tuo libro, ricordiamolo, Poesie, edito lo scorso Aprile, apre così :

Dalla felicità ormai sono immune,

la gioia è una sbornia passata,

all’improvviso sono sazio

del peso del mondo e ripongo

in un cassetto dorato i ritratti,

non ho più voglia di dare consigli

e non mi importa la lotta della vita,

perché il destino si è fatto più scaltro.

Un ossimoro, questo tuo, che mi ha fatto a lungo riflettere. Perché un’affermazione così violenta, perché uno, perché tu, dovresti arrischiarti di dirci così se non  perché convinto che sia così ?

Mario Luzi in uno dei suoi scritti sulla poesia del 900 osservava come  l’asse portante del sistema della poesia gradualmente stesse spostandosi e che la poesia stessa stava iniziando ad elevare  a oggetto la crisi del suo oggetto. Forse è questo lo status della poesia del nostro secolo, eroica e fragile, lavica e divorata dal tempo, dalle condizioni difettive di questa nostra epoca.

Tu, che ci lasci i versi appena letti, dove vedi destinarsi la poesia ?

 

M.M : Eh, a saperlo ! Vedi, in poesia non esiste la bussola, il poeta  è un rabdomante, non sa le cose !

Il discorso è questo, col passare degli anni vedi con un’ottica diversa tutto, forse, la così detta esperienza è fatta solo dalle cose brutte, quelle belle si dimenticano. Una cosa brutta ti segna, ti cambia e non la dimentichi più, chiaramente parlo per quello che mi è successo. Quando quattro anni fa in due ore ho perso mia moglie, per una caduta banale, per le scale, si è addormentata per sempre.

Nota bene, si cerca l’immunità da qualcosa di negativo. Arrivati a questo punto qui, anche una cosa positiva assume un’accezione negativa. Anche elogiare una persona, alle volte, può essere un’offesa, appunto perché l’angolazione che noi abbiamo per alcuni moti dell’anima cambia, ed io ho scambiato la felicità per una malattia .  

Amo tantissimo l’ossìmoro, o ossimòro, alla latina …. ma preferisco ossìmoro.

Elementi linguistici contrastanti completamente .

 Per il futuro della poesia posso dire che il libro migliore deve essere ancora scritto, il poeta è un rabdomante, l’ho detto ! Si deve anche perdere, nel sottobosco, nella nebbia per dare il meglio di sé!

La poesia va, va per conto suo, è come l’acqua, trova sempre un varco, e quando trova un ostacolo alto si riempie, e poi trabocca, trova sempre la sua strada, magari non spiega niente – la poesia non spiega – però dice!

 

Michele Miniello e Alessia Iuliano

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