La poesia di Michele Paoletti in “Foglie altrove”

di Melania Panico

Michele Paoletti, Foglie altrove, Arcipelago Itaca, 2020

 

Foglie altrove è l’ultimo lavoro poetico di Michele Paoletti in cui altrove potrebbe significare in altro luogo. Ma dove?
Qual è il luogo della poesia?
Nella poesia di Paoletti, l’io lirico ha sempre un posto di spicco ma non privilegiato. E se altrove fosse in un tempo altro? Qual è il tempo della poesia? («come strappare un po’ di primavera,/ farla durare più del grido di uno storno/ che vola verso il sole e non si volta»).
È il tempo dell’aggrapparsi, riconoscere i giorni anche se «qui non hanno nome/ si fanno accatastare tra la legna».
A primo impatto la lettura è piana, c’è come una calma che traspare dall’utilizzo delle stagioni come filo conduttore a livello della narrazione. Eppure improvvisamente il flusso viene scardinato da una risata che «suona ancora/ incastonata chissà dove».
Paoletti è un esperto cantore della perdita e quindi della memoria. È una memoria frastagliata in cui difficilmente troveremo una linea di demarcazione prima/dopo: semmai un congiungersi malinconico tra le fasi. Nella sezione La luce nei cortili il dramma della memoria è acutizzato da una luce quasi perimetrale e nonostante questo straripante: «esisteva soltanto la luce in quei cortili./ Noi, la polvere/ e un gomitolo di ombre accanto al muro», fino a giungere all’ultima parte del libro Seme che sorge, che si staglia come una grande promessa: «Ti insegnerò un volo verticale/ per distinguere le cose da lontano». È una promessa di chiarezza e verità: si potrà anche fallire ma sarà gioia che frana intorno.

Questo maestrale improvviso
mi tiene attaccato alla terra
tra i refoli brevi che l’autunno concede
prima di rigare l’aria
con fulmini sempre più fitti.
Le stagioni che stanno nel mezzo
conservano il tempo, lo schianto
l’attesa. L’urlo del vetro contro
la notte. La resa.

Cosa resta di una stagione
secca come un colpo di fucile.
Una foglia calpestata appena,
un albero che non riconosco,
il cigolio dei cardini sul muro.
Una risata suona ancora
incastonata chissà dove.
Un’eco irripetibile cova il tempo
il suo segreto muto.

Si è sciolto l’ultimo nodo di neve:
la città è un diamante capovolto.
Se questo silenzio largo e piano
fosse una stanza
indugerei sulla porta a fissare
le pareti, l’assenza di mobilia
il filo scoperto della lampadina.
Quel punto di luce che riempie
la notte che mi porto nella gola.

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