La poesia che Rilke dedicò alla Pietà di Michelangelo

"Ora la mia miseria si fa colma
e tutta mi riempie di uno strazio implacabile
che non ha volto e nome.
Irrigidisco come irrigidisce la pietra,
in ogni vena è fatta pietra dura
questo soltanto io so, tu sei cresciuto, sei cresciuto, figlio,
dismisuratamente, per superare l’angoscia senza limiti,
l’ambito smisurato del mio cuore.
Ora sul grembo tu mi giaci tutto sghembo e riverso
e non ti posso, non ti posso, figlio, più partorire”.

di Davide Rondoni

Nella poesia che R.M.Rilke dedica alla celebre Pietà di Michelangelo vibra tutta l'intensità di un uomo che ammira il mistero del dolore rappresentato con altissima grazia da quell'opera d'arte. Lo strazio della madre che non può "più partorire" quel Figlio fattosi grande, è al tempo stesso la commozione per la grandezza dell'amore divino, che è cresciuto tanto da superare smisuratamente ogni cuore, e ogni "angoscia senza limiti". In pochi versi, pena e stupore si fondono, ferita e ammirazione. Rilke era poeta vicino a tanti artisti, da Modigliani a Rodin, e nutriva per Michelangelo una devozione assoluta tanto da tradurre per tutta la vita i suoi sonetti, un incontro di anime. Del resto era lo stesso Rilke a suggerire che non si può incontrare l'arte con la critica d'arte, ma con altra arte. Andrebbe ricordato anche questo, in una epoca come la nostra dove sembra che solo esperti, critici e curatori possano penetrare e vivere l'arte. Così mentre entriamo nello struggimento dei versi di Rilke entriamo anche nella magnifica bellezza dell'opera di Michelangelo che ha offerto al mondo intero una immagine del dolore e della salvezza. La poesia ci insegna ad ammirare, ovvero a mirare, a guardare al livello giusto la vita. Il grande poeta del Novecento in dialogo con l'opera del grande artista del Cinquecento supera le epoche e chiama anche noi, nella nostra, ad affinare lo sguardo. A lavorare sulla nostra anima, su quel che ci rende umani.

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