La poesia ai bambini

di Salvatore Ritrovato

Ai bambini della V A e della V B (a.s. 2017-2018),
della Scuola Elementare “Luigi Rossi”
di Fano, e alla loro maestra Elena

Spiegare “che cos’è la poesia” a bambini di dieci undici anni, che stanno per lasciare l’età d’oro dell’infanzia per entrare in quella di bronzo dell’adolescenza, è come spiegare di che materia sono fatti i loro sogni. Nessuno di loro mi ha mai domandato a che cosa serve la poesia, perché sarebbe come se uno si domandasse a che cosa servono i sogni: la poesia è. Esiste. Se ne può fare a meno, si può credere che non esista, ma essa è là. La questione invece è come si incontra, e quando. “Per sognare occorre dormire, e per la poesia?”, si chiedono i bambini, “forse è un segreto che gli adulti non sanno o non hanno voglia di svelarci?”. Nessun segreto. Quando incontro dei bambini, mi viene voglia di dire, parafrasando il Vangelo: venite qui, parlate, esprimetevi, perché è vostro il regno della poesia; io sono venuto da voi, su invito della vostra maestra, per apprendere non per insegnare. Non sono venuto a mani vuote, beninteso: ho portato dei piccoli doni, sette poesie sugli animali (cani, gatti, mucche, volpi, oche, maiali…) per cui immagino i bambini nutrano molto affetto; e fra queste poesie, una mia, scritta una decina d’anni fa proprio per una bambina, mia figlia. Qualcosa occorre che dica se non voglio deludere le attese degli scolari educati ad ascoltare con attenzione.

Che cos’è dunque la poesia? E dov’è? Forse in un luogo speciale? In verità il manuale in adozione, che la maestra mi ha gentilmente prestato, parla di un “testo poetico”, non della poesia, e sostiene che un testo poetico sia fatto di rime di vario genere, o di “versi sciolti” [sic], e quindi di metafore, giochi di parole, onomatopee, e altre “figure retoriche”. È un fitto elenco d’indizi che però non portano alla poesia, ma al “testo poetico”. La poesia è solo questo? Vediamo cosa ne pensano i bambini: la poesia è qualcosa che riguarda l’espressione dei sentimenti – mi rispondono –, anzi dei pensieri, delle opinioni, delle idee. La poesia parla d’amore, ma anche della natura, di piante e animali. Insomma è qualcosa che li riguarda da vicino. Se chiedo cos’è la storia, essi pensano a qualcosa che riguarda i fatti dei grandi, e devono impararla perché un giorno diventeranno “grandi”. Se chiedo cos’è la scienza, questa riguarda le “leggi” della natura; e devono impararla perché così capiscono meglio com’è fatta la terra. La poesia no, può parlare di tutto, anzi spesso parla proprio di chi scrive, che non si sa mai di cosa abbia davvero voglia di scrivere: l’amore, la guerra, la malattia, un fatto buffo, un ricordo… E non si sa mai perché scrive, a chi scrive. Ma allora cos’è e dov’è questa poesia? Se è in un ricordo o in un sentimento, sarà difficile afferrarla. Una cosa è certa: che non basta una rima o una metafora a fare una poesia. Ci vuole qualcosa di “invisibile”. È un invisibile che esiste proprio come un sogno. A tutti capita di fare dei sogni, quando, sopraffatti dalla stanchezza, ci addormentiamo e la mente se ne va per conto suo pescando qua e là nell’inconscio; ma a nessuno capita di trovarne in giro, per strada. La poesia si nutre di cose invisibili (spiego ai bambini), e non lo dico io, ma lo dite voi quando avete provato a definire che cos’è la poesia: cosa sono i sentimenti, i pensieri, le opinioni, le idee, di cui parlate se non cose invisibili, ma che esistono e che possono cambiare la vita delle persone? Già, esistono, ma sotto che forma? Non se ne trovano al supermercato, magari in svendita, questo è sicuro. Si trovano nella nostra testa, o nei libri, e sono fatte di parole. Amore è una parola, ma può essere accompagnato da altre parole che lo definiscono meglio, lo specificano, può diventare una dichiarazione, un discorso, e quindi una poesia. Allora, la poesia è fatta di parole? E le parole, che certamente esistono perché le sentiamo, ci giungono sotto forma di suoni alle orecchie, e le vediamo, perché le scriviamo e leggiamo sotto forma di segni sul quaderno o su un computer, non hanno anche qualcosa di invisibile, cioè che sfugge ai nostri sensi, in quanto risiede nel loro significato che ci richiede ancora di ragionare, cioè di usare altre parole, e così via? Vedete, dico ai bambini, noi siamo fatti di parole, il mondo è fatto di parole, anzi è di per sé una parola, ma le parole non sono vane: pesano, anche se sono più leggere di una piuma, più immateriali dell’aria. Posso riempire una busta di aria, ma non di parole, le quali invece possono riempire pagine e pagine, diventare un libro, formare una biblioteca.

L’aria, che pure non vediamo ma esiste, ha più consistenza delle parole. Che cosa resta da fare per rendersi conto che anche queste in fondo sono fatte di qualche materia se non leggerle? Distribuisco le poesie che ho portato con me ai bambini, compresa la mia, per la quale non so nascondere un po’ di imbarazzo. Partiamo da Guillaume Apollinaire:

Io mi auguro di avere in casa mia:
una donna provvista di prudenza,
un gatto a passeggio tra i libri,
e in tutte le stagioni amici
di cui non posso far senza.

In questa poesia si parla di un gatto a passeggio fra i libri. Ma anche di una donna e di amici. Non mancano i libri. Ma il protagonista è il poeta che si accontenterebbe di avere tre cose nella vita per sentirsi felice. Forse è una riflessione breve e intensa sulla felicità? La poesia è semplice ma non banale: richiede uno sforzo di immaginazione particolare nei bambini, quella di proiettarsi negli anni, vedendosi lontani dalla famiglia, alle prese con un destino che essi non sanno cosa sia. Solo un gruppo di bambini approfondirà questa poesia, che io avevo pensato di abbinare alla seguente, di Umberto Saba:

La tua gattina è diventata magra.
Altro male non è il suo che d’amore:
male che alle tue cure la consacra.
Non provi un’accorata tenerezza?
Non la senti vibrare come un cuore
sotto alla tua carezza?
Ai miei occhi è perfetta
come te questa tua selvaggia gatta,
ma come te ragazza
è innamorata, che sempre cercavi,
che senza pace qua e là t’aggiravi,
che tutti dicevano: «È pazza».
È come te ragazza.

Questa volta c’è una gattina ad attirare l’attenzione del poeta, ma non è una gattina qualsiasi perché il suo mal d’amore è come quello della sua padroncina, una ragazza innamorata, che va di qua e di là come matta. I bambini afferrano la figura della gatta che fa le fusa, sfugge però loro, e si comprende perché, la sua somiglianza con la proprietaria; pertanto mi pare opportuno sottolineare la continuità psicologica che si stabilisce fra l’animale domestico e l’uomo attraverso quel gesto della carezza, che tornerà anche in un’altra poesia, in quanto sublima il possesso con una testimonianza e, nello stesso tempo, con una promessa di affetto.

È qualcosa che non può realizzarsi, invece, nella poesia di Robert Louis Stevenson, l’autore de L’isola del tesoro e de Il dottor Jekill e Mr Hyde, ma anche poeta, di versi intonati ai suoi interessi esotici, che compone una odicina alla sua mucca:

Amo la cara mucca rossa e bianca
per la panna che mi dà, buona e fedele,
e non si ferma mai; e non si stanca
di arricchire la mia torta di mele.
Muggisce e vaga come senza meta,
si allontana però non si perde,
nell’aria fresca e nella luce lieta
nell’allegria del mattino e del verde.
E investita da ogni vento che passa,
inzuppata da tutti i temporali,
continua tranquilla, bella e grassa
a passeggiare sui prati e i crinali.

La memoria del lettore italiano corre immediatamente al sonetto di Carducci: «T’amo, pio bove e mite un sentimento / di vigore e di pace al cor m’infondi…»; anche se siamo nello stesso secolo, vi è qualcosa di profondamente diverso tra il poeta italiano e il poeta scozzese, dal momento che sentiamo, nell’uno, una serenità antica che si riflette negli occhi “pazienti” del bue, ancorché aggiogato all’aratro, nella gravità del suo sguardo, e infine nel paesaggio dell’“umile Italia”; mentre avvertiamo, nell’altro, un punto di vista più egocentrico, se vogliamo, segnato da un humour irresistibile, tra la panna e una torta di mele. Forse è un sogno di libertà che si realizza in quella mucca che se ne va florida e tranquilla, muggendo senza meta fra prati e crinali, nell’aria frizzante e allegra del mattino, senza preoccuparsi di piogge e temporali? Ma sono soprattutto i primi versi a ispirare e a ingolosire i bambini, e in particolare quelli che, nella suddivisione del lavoro per gruppi, si dedicheranno all’approfondimento di questa poesia in ideale simbiosi con questa di Luigi Santucci:

Un vecchio maialone un po’ indolente
incontrò cinque ochette tutte bianche,
che andavano a guazzare nel torrente
dondolandosi vispe sulle anche.

“Perché non vieni a farci compagnia?”
gli chiesero le ochette. “L’acqua pura
è la cosa più bella che ci sia.
Vedrai che spasso. Non aver paura”.

“Grazie” grugnì il maiale “oggi non posso.
Davvero, sono tanto raffreddato,
e qualche male mi verrebbe addosso.
Abbiatemi, vi prego, per scusato”.

“Va’ là” squittì un martino pescatore
dal fondo del canneto, con malizia.
“Da troppi anni lo chiami raffreddore.
Io lo chiamo, permettimi, sporcizia”.

In quattro stanze di regolari endecasillabi a rime alternate, Santucci, a suo tempo acclamato scrittore per bambini e ragazzi, oggi immeritamente dimenticato, descrive con arguzia e leggerezza un quadretto privo di ambizioni moralistiche, ma esatto nel centrare un bisogno innato che i bambini hanno di “verità”. Quel martin pescatore, che alla fine coglie in fallo il «vecchio maialone», ci ricorda che è inutile inventare balle. Altro che raffreddore, è solo la sua sporcizia che gli impedisce di accompagnare le quattro ochette al bagno! I bambini si divertono e immaginano facilmente la scena, cogliendo l’agilità della penna di Santucci che, tra accrescitivi, vezzeggiativi ed effetti predicativi («dondolandosi vispe sulle anche…»), segue in fondo il modello narrativo delle favole di Esopo e di Fedro.

Ma possono esistere anche favole senza nodo né complicazioni, come dimostra questa poesia di Roberto Piumini:

Prima si stana il muso
appuntito e curioso
Dopo, lo sguardo nero
perfora la boscaglia.
Poi le orecchie ventose
distinguono bisbigli.
Poi esce la pelliccia
agile ombra calda.
E poi la coda-nuvola
nella notte si intrufola

Non si tratta di una favola, ma di un’istantanea. Il poeta, forse a passeggio tra boschi e praterie, scorge per un attimo una volpe e, com’è vero che può succedere a molti di noi, non è riuscito a fissarne per un attimo che il suo sguardo che penetra la boscaglia come se fosse notte, prima le sue proverbiali orecchie, quindi quella coda per cui l’animale è famosa in pellicceria. Un’epifania, una visione. Gli animali (ricordo ai bambini) non sono solo sui libri ma anche in campagna, in natura, e forse ci dimentichiamo che lì non sono protagonisti dei simpatici aneddoti con cui abbiamo imparato a immaginarli nelle favole o nei cartoni animati, ma ospiti, come noi, di madre natura, protagonisti dello spettacoloso avvicendarsi delle stagioni, dei periodi, delle ere; e a noi tocca, se non perdiamo l’attimo, trovare il senso del loro passaggio. Come avviene anche in questa poesia di Evgenii Evtusenko, scritta per ricordare una donna:

Ficcando il naso nero nel vetro,
il cane aspetta, aspetta sempre qualcuno.
Infilo la mano nel suo pelo,
io pure aspetto qualcuno.
Ricordi, cane, c’è stato un tempo
quando una donna abitava qui.
E chi era essa per me?
Forse una sorella, una moglie forse,
e forse, talvolta, sembrava una figlia
a cui dovevo il mio aiuto.
Essa è lontana… Ti sei fatto zitto.
Più non ci saranno altre donne qui.
Mio bravo cane, sei bravo in tutto,
ma che peccato che tu non possa bere!

La donna ha lasciato il poeta solo (vien da dire) come un cane, anzi con un cane che, fedelmente, non abbandona il padrone, lo aiuta a superare la sua solitudine accostandosi con pazienza e devozione, mettendosi in ascolto di qualcosa che non potrà mai capire e che tocca a noi intuire. Tocca a noi, e ai bambini, i quali conoscono il valore di un animale-compagno, bravo in tutto. Tranne che a “bere”. Non mi aspettavo che la curiosità dei bambini si appuntasse su quest’ultima parola: bere, non nel senso di dissetarsi, bensì di accomodarsi a una sbronza per dimenticare. Probabilmente, ad alimentare nei bambini una sana simpatia nei confronti del cane, è proprio la loro condizione, che impedisce loro di “bere” come fanno gli adulti, i quali non sanno più giocare (e forse per questo bevono?). Ma se c’è qualcosa che impedisce ai bambini di spingersi nel mondo degli adulti è anche la percezione della morte. Perciò l’ultimo testo che propongo è una mia poesia, uscita in L’angolo ospitale (La Vita Felice, Milano 2013), dal titolo Dov’è dov’è, e che ho scritto a ridosso della morte di un cane:

Sì, questa è la catena, questa la sua casetta.
I cartoni fradici sanno ancora di lavanda.
La scodella di zinco rovesciata.
Sotto, il tappetino d’erba, la neve fresca.
Ti affacci dentro col capino, ma piano.
Dov’è dov’è, chiedi. Non c’è.

Che spavento ti dà questo luogo strano
che i grandi chiamano Tempo.
Mi guardi come se sapessi dei guai
che passano senza di noi i cani.
È andato via, lontano. Ma torna?
Certo. Quando? Domani.
Aveva la bua, è venuto il dottore, sai.
Gli ha fatto la puntura.

Stringo nel guanto una piccola mano.
Ma è passata la bua? Passa sempre, invano.

Un giorno, mia figlia, che poteva avere tre anni, non di più, tornata dai nonni e non vedendo apparire l’anziano, un po’ malandato, ma sempre festoso canelupo, si precipitò verso la cuccia perché pensava di poterlo trovare là, addormentato. Lo chiamò ma non appariva; lei si spinse all’interno per cercarlo, e constatò che il cane non c’era proprio. Mi chiese dove fosse: le risposi che l’aveva portato via il dottore per fargli una puntura. Quando mi chiese, con un tono che non nascondeva dubbi, se sarebbe tornato, non riuscii a dirle di no. Gelarla con “il cane è morto” mi pareva una crudeltà non tanto inaudita quanto inutile, e precisai, alla sua richiesta “Quando?”: “Domani”, ben sapendo che nel frattempo noi saremmo andati via prima. Narrando l’episodio, dal quale scaturirono i versi, mi accorsi che l’identificazione dei bambini, che ascoltavano in raccolto silenzio, nella situazione esistenziale descritta, era ormai completa. Ne ebbi la prova allorché, alla fine della lezione, mi arrivò una raffica di domande proprio sulla mia poesia.

La poesia è un uso speciale delle parole. Ma se siamo tutti d’accordo che serva a “esprimere” qualcosa che abbiamo dentro di noi, quali parole userà la poesia? Evidentemente, le parole che appartengono alla nostra vita e al nostro modo di essere e di pensare. Voglio dire che possiamo fare anche una poesia su un fatto storico, non per spiegare come mai quel fatto è successo e quali conseguenze ha avuto sulla vita degli uomini, bensì per esprimere un nostro sentimento su quel fatto; così come possiamo fare una poesia sul nostro animale domestico, non per spiegare che cosa gli facciamo mangiare o come lo laviamo, bensì per dire quello che esso significa per noi. La poesia, insomma, qualsiasi argomento essa affronti, è fatta di parole che esprimono la nostra interiorità, parlano del nostro “sentire”. Se in una poesia non ci mettiamo in gioco, è difficile che essa possa emozionare. Può anche essere un gioco simpatico e gradevole con le parole, ma sarà più bella, avrà più lettori, e durerà più a lungo nei secoli, quando avrà al suo centro un sentimento forte di quello che è successo al suo autore. Questa è la famosa “verità” della poesia: essa non consiste in una risposta esatta a un questionario, né in una formula che spiega un evento scientifico; la poesia dice la verità quando il suo autore l’ha scritta con il cuore e le viscere, oltre che con la testa, cioè quando ci ha messo qualcosa di suo che è così profondo che noi possiamo condividere e fare nostro. Per esempio, non basta scrivere una poesia sulla morte del proprio cane; bisogna che il sentimento di pietà e di dolore innescato da questa morte sia espresso con delle parole in cui noi possiamo riconoscere i nostri sentimenti, ovvero ciò che abbiamo sentito quando, a nostra volta, abbiamo perduto un cane o un altro animale, o ciò che potremmo sentire all’idea di perdere un cane o un altro animale.

Il poeta per questo è un “genio”. Sì, un genio, nel senso etimologico del termine, perché sa trovare le parole che noi stiamo cercando per esprimere qualcosa che è dentro di noi, è un nostro “gene” anche senza saperlo. A differenza di un politico che sa trovare, quando va bene, parole per convincere gli elettori sulla bontà di una scelta, il poeta – dico il vero poeta – non va alla ricerca di parole per essere applaudito e ricevere complimenti, ma perché non può fare altro che scrivere, cioè sente che è urgente e necessario che scriva, anche se non sa esattamente a chi si sta rivolgendo, forse lì per lì a qualcuno cui la poesia è dedicata, ma anche a tutti i lettori che avranno voglia di leggerlo e capirlo e che lui non conosce, insomma al genere umano. Il politico sale sulla tribuna o va in televisione, guarda in faccia il suo pubblico per persuaderlo delle sue idee, lo scienziato espone la sua teoria rivolgendosi alla comunità accademica, il poeta scrive qualcosa che valga per sé e per tutti, non vuole persuadere nessuno, semmai condividere qualcosa con gli altri, costruire una comunità, anche senza usare la lingua in maniera comunicativa. Il genio del poeta è proprio in questa condizione orfica: senza rivolgersi a nessuno in particolare, può raggiungere tutti, e non solo nel suo secolo, nel suo paese, ma per il resto dei secoli. Noi leggiamo ancora poesie di 200 o 2000 anni fa; leggiamo, in lingua o in traduzione (ove non imparassimo un centinaio di lingue, ma non ci basterebbe una vita) testi scritti nelle parti più lontane della terra. E se oggi leggiamo un poeta greco del secolo VII a.C., e ci commuoviamo come se fosse qui presente, è difficile che accada lo stesso se leggiamo un politico, non dico di 2000 anni, ma neanche di pochi anni fa, o se leggiamo uno scienziato le cui teorie, importanti per la sua epoca, dopo qualche tempo sono già superate; con la poesia niente di tutto questo. Se il poeta ha scritto qualcosa di vero e profondo nei suoi versi, se ci ha messo il cuore, la passione, allora, per quanto antologie e manuali scolastici lo definiscano un “minore”, ha scritto per sempre e non sarà mai superato. Tutt’al più potrà, per qualche tempo, essere dimenticato, e per questo servono studiosi e critici bravi che possono riportarlo alla luce, ripubblicarlo, farlo apprezzare dai lettori.

Ma tutti possono scrivere esprimendo se stessi, e non tutti sanno farlo con profondità, giungendo a dire qualcosa di vero in cui avvertiamo qualcosa di nostro. Io posso scrivere decine di diari parlando di me, dicendo quello che mi accade, ma questa non è poesia. La poesia è di là dal diario, oltre il rimpianto di un amore perduto o di una persona cara e la riflessione sui casi della vita. La poesia è in alcune parole in cui la vita di chi scrive riesce a tradurre il quotidiano personale in immagini universali. Nel quotidiano personale si riflette la personalità dello scrittore, le sue abitudini, i suoi gusti; nelle immagini universali che lo scrittore ha usato per interpretare ciò che gli è capitato, ciò che sente, noi scorgiamo il legame fra noi e lo scrittore, come in una grande famiglia, sentiamo la gratitudine verso chi ha saputo trovare delle parole che non sono servite solo a lui per esprimere i suoi sentimenti, ma a tanti altri lettori per trovare i propri. Per tornare all’esempio di sopra, se un giorno mi muore il cane, e scrivessi su una pagina: “Ieri è morto il fedele cane Moz”, questo sarebbe diario; ma se io mi interrogassi sul significato che la scomparsa di questo animale ha avuto nella mia vita e in quella – per esempio – di una bambina di due tre anni, che non sa cosa significa “morire”, allora sarei pronto per scrivere una poesia. Dico pronto perché manca ancora qualcosa di essenziale, cioè l’ “immagine” che condensa quella situazione esistenziale, e che finisce per diventare rappresentativa, emblematica, per chiunque, avendola vissuta o temendo di poterla vivere, abbia la ventura di leggerla, e la capacità di sentirla, serbandone il “sentimento”.

La poesia è fatta di parole, che non informano come quelle usate e abusate nei notiziari mediatici, non raccontano dettagliatamente come quelle di un libro di storia, non spiegano come quelle di un manuale scientifico. La poesia non comunica, ma è, e le sue parole, pertanto, si limitano a fissare delle immagini in cui le cose designate (una nuvola, una coda, una nebbia) non sono solo quello che esse nella realtà designano (cioè una nuvola, una coda, una nebbia), ma anche qualcos’altro, un “simbolo” o un’“allegoria” che non è detto si riveli subito, magari ha bisogno di tempo, di molte letture, e però può anche immediatamente risultare chiaro e comprensibile. Un quid, che, pur immateriale, perché sfugge alla capacità dei sensi, esiste tuttavia nell’immaginazione degli uomini, innescando emozioni, riflessioni o, addirittura, nuove immagini.

Riprendendo il filo delle poesie presentate ai bambini, ho pensato di suddividere le poesie in tre gruppi (“i gatti”, “cane e volpe”, “mucca e maiale”), e di allestire un piccolo laboratorio poetico, in cui, d’accordo con la maestra, ho deciso di non fare la solita analisi del testo (trova le rime alternate, individua le metafore rilevanti, spiega che cosa significa la parola x o y, e così via), ma di proporne una più creativa: in una prima fase, scegliere una delle tre coppie di poesie, motivando la scelta; elencare le parole più importanti presenti all’interno di quella coppia di poesie; motivare perché quelle parole sono importanti. In una seconda fase, provare a scrivere un proprio testo – in versi o in prosa, in rima o senza rima, non ha importanza – partendo da quel gruppo di parole sottolineate nel corso della lettura. A parte ho lasciato la mia poesia. Più che letture, i bambini hanno cercato delle risposte alle questioni che ponevano con un taglio straniante (proprio di chi guarda dal basso alla realtà), capace di rovesciare le prospettive. Così siamo tornati, per gruppi, a ripercorrere alcuni snodi delle poesie lette, e a intravedere nuovi orizzonti, e soprattutto a mettere da parte alcune parole che i bambini, come un piccolo capitale, avrebbero utilizzato per approdare a un nuovo testo, imparando che la poesia si nutre della vita ma è fatta di quelle parole che essi sono riusciti a far proprie.

Quando ormai la lezione pareva conclusa, con la soddisfatta partecipazione di tutti i bambini, e provavo a tirare le somme, è cominciata una lenta e allegra pioggia di domande, di tale commovente ingenuità da toccare le fondamenta del mio lavoro sulla poesia. Mi si domandava: se da bambino scrivevo poesie e da quanto tempo scrivo poesie; se per scrivere una poesia bisogna stare soli; se scrivo di getto o mi ci vuol tempo prima di finire una poesia; cosa sento quando scrivo una poesia, e cosa faccio se eventualmente mi capita di non riuscire a finirla; quante poesie ho buttato, e se ho una poesia preferita, e se le imparo tutte a memoria, o solo alcune; che cosa penso della poesia italiana; di cosa parlava la prima poesia che ho scritto, e che cosa mi aveva spinto a scriverla; se scrivo altro che poesie; se sono felice quando vedo che le mie poesie piacciono. E altro che non ricordo più. Nessun poeta – credo di poter dire con ragionevole certezza – nessuno scrittore può dire di avere delle risposte pronte quando gli si chiede di parlare della propria opera. Ancora meno mi sentivo io di fronte alla curiosità dei bambini, che avevo provato a tener lontani dal mio testo, più per modestia che per altro. E tuttavia mi sentivo “felice” non perché la mia poesia fosse stata apprezzata, ma perché mi pareva che tutta la lezione avesse dato o almeno suscitato in loro un grande interesse in generale verso il farsi stesso della poesia. Ogni poeta vero, ogni scrittore – ho provato a spiegare loro – non scrive mai per sé, ma per gli altri; non mira alla sua felicità, ma a trasmettere qualcosa di sé, cioè il meglio, quanto di meglio ha, con la speranza che chi legge possa trarne giovamento; e quindi è qui la felicità, nel mettersi a disposizione dell’altro, sapere che l’altro possa essere felice. Se questo non avviene subito, nessun problema: può darsi che i tempi non siano ancora maturi, o semplicemente che il testo non funzioni bene. Lo rivedrà? Chi lo sa, un giorno forse, non è detto. Bisogna che la poesia sedimenti, e che passino i mesi, gli anni. Non è come un vestito che subito deve andare bene. Può capitare di comprare un vestito più grande per il proprio corpo, e bisogna aspettare qualche anno prima di indossarlo. Inutile riscrivere tante volte il testo, meglio lasciarlo in un cassetto, prima di buttarlo per sempre. Può capitare, anzi, che una poesia che si riteneva imperfetta alla fine si riveli perfetta proprio grazie alla sua incompiutezza, così come è capitato a tanti capolavori dell’arte, ed è capitato, ad minora, anche a me. Ho portato l’esempio di una mia poesia, scritta oltre dieci anni fa, dal titolo Ponte della Donna Onesta, uscita in La casa dei venti. Ho atteso a pubblicarla poiché la ritenevo incompleta, ma non l’ho neanche buttata sperando di poter trovare un giorno modo di concluderla; alla fine l’ho pubblicata così com’era perché non chiedeva una parola di più né una di meno, insomma può finire nel novero delle “incompiute”, frammento di una vita incompiuta:

…tu, bambina,
che lo varcavi ogni mattina
lasciavi la tana calda e una curva
diafana come la brina
tanto era allegra la tua prima
così dolce stagione.

È una delle poche poesie che ho scritto e che mi è rimasta a memoria. Io, infatti, preferisco non impararle a memoria, semmai imparare quelle degli altri, sperando che gli altri lo facciano con le mie. Un volta, ho ammesso che scrivo proprio per dimenticare ciò che scrivo! Come se mi dovessi togliere delle spine: alla fine mi resta la sensazione di una puntura, dove faceva male, ma non la spina. Le poesie – dico ai bambini – non salvano la vita, almeno non quella del poeta, magari quella degli altri. Altrimenti uno scriverebbe per narcisismo: scriverebbe – ho spiegato – perché si ritiene un grande poeta, in quanto vuol dimostrare a tutti che è un’“anima bella”, cioè candida e ricca di sentimenti! No, il poeta è come tutti gli altri, né migliore né peggiore – lo diceva già un grande poeta inglese, Keats, ho ricordato ai bambini, due secoli fa – e va giudicato non come uomo ma come poeta, per quello che scrive, per quello che ha saputo mettere di vero (non di grande, né di bello) dentro ogni parola che egli usa per la sua poesia. Perciò non ho poesie preferite, né libri preferiti: sarebbe come dire che ho figli preferiti. Ogni poesia preferita ha la sua importanza, e a volte mi pare più importante una, altre volte un’altra, dipende da tanti fattori, a cominciare dal mio stato d’animo. Certo, ci sono poesie più importanti delle altre, che ho scritto in particolari momenti; e quando le scrivevo cosa provavo? Il bisogno di scrivere, l’urgenza. Nulla di drammatico, scrivere è qualcosa che senti di dover fare, come un bisogno fisiologico: prendi un taccuino e una penna e scrivi: e all’inizio sono soltanto appunti… E se non puoi fermarti perché stai guidando, rigirati nella memoria quelle frasi finché non puoi fermarle. Se sei a letto, a qualsiasi ora, in dormiveglia, quando vengono i pensieri chiari e nitidi, provi in tutti i modi a raggiungere il tavolo dove scrivi. Anche se temi che, abbandonando quella comoda posizione orizzontale, i versi che hai in mente possano svanire. Certo le cose più interessanti mi vengono viaggiando, in macchina o in treno o anche in aereo, quando l’ho preso. Perché il viaggio distende, permette di rilassarsi, di stare con se stessi, di pensare, immaginare e rimuginare, fare chiarezza. Perché solo con se stessi, guardandosi in uno specchio come se colui che appare nello specchio fosse un altro – ho rimarcato – si può fare chiarezza e, quindi, permette altresì di scrivere una poesia. Il lavoro del poeta non è come quello del regista che ha bisogno di tante persone per realizzare la sua idea cinematografica, o come quello dell’architetto che fa il progetto e lo lascia realizzare agli altri; non è neanche come quello del cantautore che scrivendo una canzone si confronta con il paroliere, l’arrangiatore, il batterista, il chitarrista, e forse anche il produttore, e mette insieme i pezzi, prova i passaggi e poi dice è fatta.

Scrivere una poesia è l’arte più semplice e più difficile del mondo: è la più semplice perché è la meno tecnologica, non c’è bisogno di particolari pennelli, di obiettivi fotografici raffinati, di amplificatori; la più difficile perché chi scrive non ha altro da occuparsi che delle parole, di capire se quelle che ha in testa per scriverci una poesia sono davvero sue e meritano di essere scritte. Anche il cantautore cerca le parole giuste, ma per assecondare un ritmo musicale che ha già in testa, così mette le parole in combinazione con la musica o addirittura al suo servizio. Il poeta cerca solo parole: cioè le parole giuste, nient’altro; il ritmo è in queste stesse parole. Quando ho cominciato a scrivere poesie, ascoltavo poca musica leggera, se non niente, e invece leggevo con attenzione: i poeti moderni italiani e stranieri, saggi impegnativi che parlavano di archeologia, storia, religione e altre cose complicate. Ho passato la mia infanzia a giocare, e i libri che mi piacevano di più erano quelli di esploratori e viaggiatori, oltre ai manuali sui dinosauri. Pochi romanzi, fra cui quelli di Rodari, Verne e Salgari, e ovviamente Pinocchio. La prima poesia (se tale posso considerarla) la scrissi verso i sedici anni, ed era molto narrativa: parlava di un viaggio che io facevo in treno, che però non andava sulla terra, ma si lanciava nello spazio, una specie di shuttle. Salito su questo treno, mi accorgevo a un certo punto che oltre a essere molto comodo non mi portava nella destinazione che pensavo, anzi pareva non avesse destinazione, ragion per cui dovevo rassegnarmi al viaggio ignorando che fine avrei fatto. Una specie di incubo, un po’ in versi, un po’ in prosa, che scrissi dopo un’accanita lettura su un libro su scienza e fede oggi: libro che mi pose molte domande ma non mi diede altrettante risposte. Fermare sulla carta questa inquietudine fu la prima spina che mi tolsi, e quando la feci leggere a mia sorella, tre anni più piccola, poco più di una bambina, lei mi disse che era bellissima, e ne voleva una copia. Allora pensai che valeva la pena di continuare.

Photo by Dmitry Ratushny

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