La parola è il “taglio”

Una lettura di “Compitu re vivi” di Sebastiano Aglieco (Lorenzo Babini)

 

È bilingue l’ultima raccolta di Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi (Il compito dei vivi), edita con un’approfondita prefazione a firma di Maurizio Casagrande. La parte più consistente della raccolta è infatti composta in dialetto siracusano; solo tre delle nove sezioni che compongono il libro sono scritte in italiano.

L’esordio è affidato alla rievocazione onirica di un’infanzia trascorsa in un microcosmo arcaico, mitologico, dentro una comunità scandita da eventi (nascite, battesimi, processioni ecc…) popolati da fantasmi e da strani rituali, dove ogni cosa è passaggio e iniziazione. Il poeta non prende le distanze da questo luogo ancestrale, non lo descrive da spettatore né sa immaginare altro all’infuori di esso (fuori c’è il mondo: “nu burdèllu, nu fumèri”, un letamaio):  è lui il bambino spaurito che, tra terrore e redenzioni, viene battezzato, impara a parlare, conosce la colpa e il peccato. Un senso di perdita e di nostalgia corona queste prime sezioni del libro e qualcosa del Montale di Fine dell’infanzia o de La casa dei doganieri  vi si può riconoscere: “Casa ri ventu e scuro / frànunu i vuci e na porta è ‘nsirràta / rarrèri l’acqua passàta / rètri, sbàttunu i ménnuli / u ventu si suca a vanèdda […]” (Casa di vento e scuro /franano le voci e si chiude una porta, / dietro, l’acqua marcia / dietro, sbattono i mandorli / il vento succhia il vicolo).

Presenza costante di queste poesie siciliane è la figura paterna, legata a sensi di frustrazione e inquietudine (“fjùra ri patri ca manu isàta”, immagine di padre con la mano alzata), ma soprattutto l’ossessione per la madre, sovrapposta alle immagini delle tante Madonne col bambino che il meridione esibisce e la pietà popolare esalta, che scatenano nell’autore spettatore e pellegrino visioni ed ekphrasis.

Proprio dall’esperienza biografica della morte della madre trae spunto la sezione che dà il titolo alla raccolta; un’esperienza di dolore da cui Aglieco sembra trovare la conferma della propria vocazione al canto e alla scrittura, vero e proprio “compito dei vivi”: “mònicu mi muru / tra luci e mmuru / e travàgghiu astutàtu / ri ogni abbèntu / a bbéniri ‘n gnornu sinza ventu” (eremita mi muro / tra fuoco e muro / e lavoro / senza illusioni /  verrà un giorno senza vento).

Seguono le poesie in italiano, legate a diverse tematiche e ad esperienze biografiche più recenti (particolare rilievo assume quella dell’insegnamento scolastico). Si ritrova, cristianamente, il tema dominante del perdono (parola chiave delle ultime sezioni) e l’invito ad un’apertura al mondo e alla parola nella dolorosa attesa di una redenzione.

Frammentata in sezioni (anche minime) e costellata da un numero sterminato di eserghi, oscillando tra dialetto e lingua e tra i temi più disparati, questa raccolta fatica forse a imporsi al lettore come opera unitaria, tenuta insieme dalla ricostruzione di un’ideale autobiografia. L’unità si riscontra invece a livello di uno stile e una semantica che si rifanno esplicitamente al magistero di Milo De Angelis, così nei testi in italiano come quelli in siciliano. Tra analogie scattanti e perentorie sentenze, la parola è il “taglio” che fa scaturire le immagini più disparate, sempre in anticipo sul pensiero (“stupiscimi, pensiero, col tuo / sottrarre senso dalle immagini”) e la poesia è movimento di ritorno all’infanzia, spazio edenico, mistico (“in questo timore sfioriscono le cose / ritornano alla loro infanzia / incredule, nei figli”).

 

Lorenzo Babini

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