La Notte di Isabella e di tutti

“Notte” di Isabella Serra è una prova raffinata e estrema di una voce poetica che ho subito apprezzato, fin dal suo primo timido apparire. Timido ma potente, come sono le cose vitali che non sono necessariamente le più evidenti, che so un fiore in una crepa, una vista di mare in un vicolo, un riflesso in uno specchietto retrovisore.

Chi avrà la fortuna di leggere il libro, accompagnato da una bella nota di Francesco Napoli, potrà constatare che si tratta di una voce assorta e però animata da una segreta danza interiore, una voce concentrata e però pronta al gesto quasi violento, estremo.

Ne viene una poesia per molti aspetti lontana dalla consueta in questa epoca di iper-pseudo-letteratura in versi tra il minimalista e il risentito. No, la voce della Serra, anche per i nutrimenti che le vengono dalla frequentazione come lettrice e traduttrice della tradizione russa, viene sulla scena da un’altra quinta rispetto alle solite. Porta direttamente, con quei suoi titoli essenziali, chiari (Notte, Vivere, Essere, Giorno) una densità della esistenza nei suoi movimenti primari, certo sorpresi nell’avvicendarsi delle cose, dei luoghi, degli amori, ma per così dire allo stato “nascente”. Intendo dire, se mai dire si può, che in voci come questa – e non sono tante- il tema, argomento e musica, è l’accadere medesimo della vita, di questo mistero fragile e stupefacente.

 

“Io do vita all’esistente

come fumo d’alba sulla radura,

nessuno lo vede, nessuno lo sente,

è l’oro della notte alla quinta ora”

 

Questa e altre belle poesie ci offrono uno spazio di stupore netto, senza fronzoli, che mette radici in una zona nuda dell’anima, in un territorio psicologico dove i molti venti e passaggi e fantasmi lasciano e incidono una luce prima, una consistenza assoluta. In un luogo che è di tutti, ed è infatti poesia personalissima e però universale.

Intendo dire, se dire si può, che è una poesia dell’anima, finalmente e sfacciatamente.

“Pur conosciuta e ancora ignota/ io ero pronta” dice di sè in una bella poesia. Ed è un dire di sè come anima. Del resto, come Napoli coglie ma non arriva del tutto a dire, la notte della Serra non è “certo romantica, alla Novalis, né tantomeno orfica, ma, quasi ossimoricamente, congiuntura di massima luce per l’osservazione”. Il che sospingerebbe a riconoscere che ci troviamo prossimi a quei territori di “mistica” – quasi di mistica naturale e “allo stato selvaggio” per citare il Rimbaud letto da Claudel- che sono la terra promessa e il cortile confinante di ogni poesia, come questa, psichicamente incendiata.

Il costo di questo approssimarsi è altissimo, e lo si nota dalla furia interiore e artistica al massimo livello con cui la poetessa deve aver lavorato perché i versi rimanessero nella forma della loro possibile esistenza e dicibilità, invece che frantumarsi e aggrumarsi in grido, poltiglia di voce e sguardo, di lamento e pianto. Tale furia emerge talora in versi abitati da turbate visioni di sé (dell’anima): “Divoro un trambusto di viali/ mi sfracello in un tappeto di viole”. O più misuratamente, ma in modo non meno radicale, in questi altri bellissimi: “Tu mi chiamavi a essere/ la mia gioia nello spazio/ di stanza tra me e il tavolo/ tu che sei di me l’essenza”.

Un libro che tocca come pochi altri recenti nel profondo, presentando, ovvero dando presenza, al mistero tremante dell’esserci. Uno stupore drammatico e raccolto per il vivere che per fortuna, in tempi di facile dissipazione e di troppe inutili rincorse, ci richiama da volti nella folla, da luoghi feriali traversati da luci inattese, da piccoli grandi doni come questa voce di poetessa.

Davide Rondoni

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