La nostra classe sepolta

La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro è una antologia a cura di Valeria Raimondi, uscita a maggio 2019 per Pietre Vive Editore. Si prefigura come «una raccolta corale, militante e non istituzionale, mossa dalla passione e dalla rabbia, dalla convinzione che ci sia ancora qualcosa da dire e che vada detta».
Il libro raccoglie vari contributi dai mondi del lavoro, in cui la cronaca convive con la poesia per dar voce ai protagonisti di una lotta tuttora in corso. Alcuni degli autori qui raccolti sono scrittori già affermati, altri alla loro prima pubblicazione.
Valeria Raimondi, curatrice dell’antologia, ha portato avanti una selezione attenta, emotiva e “intuitiva”, dichiaratamente schierata, la cui prima necessità è quella di raccontare un mondo, anzi i diversi mondi in cui questa lotta ha luogo, mettendone sullo stesso piano e senza particolari distinzioni i protagonisti, per rendere al meglio e con più forza la voce di una classe “sepolta” ma non arresa.

«[…] Non è che l’operaio del Novecento fosse meno sfruttato del lavoratore precario di oggi.
L’organizzazione taylor-fordista del lavoro nelle fabbriche di quei decenni non era certo meno massacrante. E nemmeno la classe operaia degli anni ’70 andava in paradiso. Ma era protagonista, nella società, nella politica e in generale nell’immaginario collettivo. C’era una centralità del lavoro, in particolare una centralità operaia, conquistata anche con le lotte degli anni ’70, che rendeva il lavoro e la classe operaia soggetto sociale e politico. A fronte di una condizione di lavoro per definizione monotona e ripetitiva, la classe operaia aveva in cambio le garanzie del posto fisso, l’accesso al welfare e alla società dei consumi, la costruzione di un sistema di tutele e diritti di cui lo Statuto dei Lavoratori fu l’architrave.
Piacesse o meno, alla base esisteva un compromesso, quello che permetteva, all’interno di un sistema capitalistico, lo scambio tra sfruttamento e diritti, salario, inclusione sociale.
Oggi lavorare non è più garanzia di inclusione né di benessere. Si può lavorare, ma essere comunque poveri.»
(dalla prefazione di Eliana Como)

Di seguito alcuni dei contributi al suo interno.

IL PARADISO
Al Paradiso della Pizza
in fondo a via Pellegrino Rossi
lavorano in tre – ex ragazzi
già verso la cinquantina –
ma sembrano metà di mille.
Hanno perso l’accento
delle province da cui provengono
ma conservano lo sguardo incredulo
dell’ultimo giorno di lavoro in fabbrica.
(Paolo Buffoni Damiani)

LO LAVORO D’OGGI
Lo lavoro d’oggi,
estrude l’anime pusillanime segregostatiche
in massa e movimento
in produzio-capital-vizioso
in ghetti strumentati in cui si finisce per ragion di causa,
causa di terzi che per terzi sterzano e investono innocenzie
e ignoranzie volubili e malleabili e poi a volte disonestevoli.
Lo lavoro d’oggi stuprizza, incunea, renfatizza,
mestrua lo creativo umano pensieratio.
Chi per chi, manopola, manipola, joysticca l’umana massa
compie il più mastrubo, lerghuso, slatterevole peccato
dell’infero più pecezzato, luridio, imbrattofono
e distrugge, a paradosso, anche la distruzia,
perché a tutto cumulo, il male è merda e veleno di se stesso.
Ecco perché onestà prolifica e male si distruzia.
Ma quanto veleno nell’anime prima del comprendio-limita-distruzio.
(Marcello «Guitarsolo»)

***
Alla sera tutti mostrano quello che sono.

Sono più veri dei sassi di Cappadocia,
delle stelle marine corse.
In quella che chiamano sera
l’uomo è bellachioma.
Stravolto, distratto,
dentro le sue viscere, chilometrico,
alla sera lui sa tutto!

Sorella, a me non piace dire «sera»,
diciamo «giorno lungo».
Rosicchiamolo il tempaccio,
evadiamo dalle lancette, dalle chiamate
del dirigente, dalle tasse!

«Sporco disobbediente!»,
urleranno dall’alto, loro,
quelli che si gonfiano parlando
di sotto-salariati, alberi, rami
e botteghe.

Una pantera di cuoio nelle stanze,
e un bambino rosa
là, in opificio, che afferra le corde del bue.
Poi sul bue scriverò con una punta di metallo:
«a mamma fanno male i gomiti in fabbrica!»

Siate,

siate

delle formiche operaie.
Siate, un poco.
(Marjo Durmishi)

COLATA CONTINUA
Chiedilo alle vedove agli orfani
cosa vuol dire esser moglie
figlia
figlio
di un caduto sul lavoro.
Chiedi se ricordano
l’ultima volta che l’hanno
visto uscire
alle sei del mattino per andare in fabbrica
resistere
per pagare l’affitto
gli studi
la spesa
per lui
per loro
nell’unico tempo della vita
per costruire un futuro
per mancare il ritorno
per lasciare l’amore nel vuoto
nel nero colore del lutto
lì accanto.

Oppure
chiedilo a Loro
che sapore ha il vuoto
di una mancata rappresentanza
ché quando hanno avuto bisogno del voto
allora sì che sono venuti alla fabbrica.
Che cosa ne sanno Loro
della colata continua
dell’acciaio che fuso
ha incenerito
l’affetto
dei compagni
del turno.
Che conoscono Loro del lutto
per Eternit.

Dopo ogni funerale
dall’ombra del loro stendardo
se ne ritornano al lavoro del potere
dopo un saluto ufficiale
alle vedove
agli orfani.
(Mario Archetti)

UN COLPO CHE NON ERA A SALVE
Qui, le conchiglie non traducono
le declinazioni del vento
e le ore sono ergastolani
agli arresti domiciliari.
Il cielo è una zebra che semina
vizi e noia con la zampa destra
e annoderei lenzuola in fila
per tentare la fuga da questi sorrisi
parzialmente scremati, se non fosse
per le sbarre così strette.
Non rumino più ruggine di porte
aperte.
Resto, cos’altro posso fare, poi?
Aspettare, qui
è una corsa morta
sulla linea di partenza
e il colpo non era a salve.
(Francesca Pellegrino)

[…] Sarà la poesia a leggervi tutti: compito di tutta una civiltà, se vuole divenire coscienza critica di ciò che le accade. Nel frattempo, in un mare di sillabe ancora paziente, chi legge può trovare e ritrovare la necessità, mai banale ed ovvia, di un senso storico ancora presente, senza nessuna intermediazione e rimozione digitale degli schemi e degli schermi. Coloro che le hanno scritte hanno riunito quello che l’umano conosce e sa di poter fare con le proprie forze.
(dalla postfazione di Alberto Mori)

Con testi e contributi di: Alberto Figliolia; Alberto Mori; Alessandra Flores d’Arcais; Alessandro Silva; Andrew Marini; Anna Lombardo Geymonat; Benny Nonaski; Christian Tito; Claudia Zironi; Ed Warner; Eliana Como; Fabio Franzin; Fouad Lakehal; Francesca Del Moro; Francesca Pellegrino; Francesco Tomada; Francesco Zanoncelli; Gassid Mohammed; Giuseppe Boy; Luca Bassi Andreasi; Lucianna Argentino; Marcello “Guitarsolo”; Marco Cinque; Marco Di Pasquale; Maria Nardelli; Mario Archetti; Marjo Durmishi; Matteo Rusconi; Paola Musa; Paolo Buffoni Damiani; Patrizia Argentino; Pino Simone; Pippo Marzulli; Savina Dolores Massa

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