la misura smisurata di Antonella

Antonella Sbuelz, La misura del vicino e del lontano, Raffaelli editore

lettura di Paolo Medeossi

Ci abituiamo al buio mentre la vita cammina quasi dritta, scrisse la grande Emily. Ma non è facile capire il linguaggio dei poeti. Il loro non è un lavoro fotogenico, visibile. E’ invece un cammino tutto interno, sapendo pure che chi pubblica i propri versi brucia vascelli e taglia i ponti con un passato. Solamente il futuro diventa il presente, il tempo in cui raggiungere totalità e verità. Per riuscirci occorre una caratteristica poco diffusa e seguita al giorno d’oggi, quella della pura umiltà. L’umiltà indispensabile per vedere e udire realmente. Insomma, accettazione di essere testimoni oculari per narrare un mondo che altrimenti resta inespresso. Questi i passaggi affrontati da Antonella Sbuelz nel donarci “La misura del vicino e del lontano”, raccolta che, edita da Raffaelli e con prefazione di Davide Rondoni, è uscita lo scorso maggio. L’autrice, friulana, docente a Udine, è conosciuta per i romanzi “Il movimento del volo”, “Greta Vidal, “Il nome nudo”, “Amori minimi”. Stavolta è tornata alla poesia ritraendo in versi una terra sempre in bilico fra confini e sconfinamenti, svelati con il tocco gentile della saggezza quotidiana, con l’alone del racconto sottratto al tempo, con una pulsazione affettiva verso figurine sballottate dentro una storia imposta da voleri superiori. Antonella colloca il mondo di personaggi minuti e sfuggenti in una sorta di grembo personale dopo averlo sgomberato da quanto di esterno finisce per centrifugare le vite indifese. Il vicino e il lontano sono dimensioni dell’anima, elementi del quotidiano, i primi nomi con cui l’eterno entra nella storia. E la poesia (quella buona, dura e bella come questa) ne coglie il movimento drammatico. Che è al tempo stessa ferita per il cuore e luce oscura e lampante per la conoscenza.

Fa bene leggere queste pagine, attuali e necessarie davanti a una realtà oscura, imprecisa, ovunque si posi lo sguardo. Ne nasce un’originale “Spoon River” densa di immagini e volti che ci collegano al passato, offrono una chiave con cui capire il presente e permettono di cogliere la vita non solo com’è, ma anche come potrebbe o dovrebbe essere. Appare, per esempio, il cimitero americano inghiottito da un mega parcheggio. Lì sono raccolti i resti di “soldati inciampati nel buio”. E c’è ancora il momento vissuto nel tepore d’una soffitta dove si muovono “una bambina vecchia e un padre muto, poeta di listelli e vinavil”. C’è la tendopoli del dopo terremoto in Friuli quando “tra le nubi e negli occhi vicini si cercava una ragione che non c’era”. E c’è la Caporetto delle donne per narrare di Cornelia, “ragazzina col ventre teso in grembo alla sottana”. Vicenda che porta a Irene, ultima figurina a chiusura della raccolta. Irene nata il 20 gennaio “in piazza San Pietro, Roma, Europa. L’anno è il 2016. Il presente. Alla preistoria dell’umanità”.

Paesaggi di terra e sentimenti per riflettere, in silenzio, perché qui (disse Camus) “si parla in nome di coloro che non hanno potuto farlo”. E perché i poeti come Antonella scrivono per sentire più che per dimostrare.

Lascia un commento