La memoria edenica dei baci

di Sofia Fiorini

Eva Laudace, Sua altezza di baci, Capire Edizioni, Forlì 2018

Per tanto tempo, anche dopo la sua pubblicazione, sono rimasta senza capire il titolo di questo libro. Addirittura, quando Eva mi chiese consiglio a riguardo, a questo titolo io ne preferii un altro, “Il pane due volte” – verso di una poesia che mi è cara delle sue.

Ma, come sempre, il poeta ha un sesto senso – quello della voce che segue i dettami intercettati con un orecchio invisibile – che prende al posto suo le scelte giuste, anche quando nessun altro ha ancora gli organi di senso adatti per orientarsi nel sistema di segni di un libro neonato. Solo adesso che ho riletto a distanza di qualche anno il libro per intero, tutto d’un fiato e a voce alta, nel sorprendermi di nuovo a riscoprire l’intensità eccezionale di questa voce, solo adesso ho riconosciuto la figura che questo titolo disegna. Controprova non solo del fatto che il tempo di un libro vero è indefinito e non scade, ma anche di come le verità ci si svelano solo quando siamo maturi abbastanza da accoglierle.

Sua altezza di baci è un titolo a due livelli: il nome proprio della cosa-libro e, al contempo, una qualifica di merito, una sorta di titolo, appunto, nobiliare di cui l’autrice si fregia. In nota al libro, Davide Rondoni osserva giustamente che chi scrive queste poesie cerca e registra segni che possano attestare “sempre nuove formazioni dell’amore”, nel contesto di un “abbandono radicale” a cui non si rassegna.

In questo orizzonte di distopia affettiva, chi elargisce doni gratuiti d’amore in modo inedito raggira il sistema, sovverte le sue logiche creando nuove regole. È così che diventa depositaria, l’autrice, di una quota di ricchezza da spendere, da dispensare con prodigalità, com’è proprio dei sovrani magnanimi, sicuri della fonte inesauribile di bene che hanno visto e di cui perciò non dubitano. Una quota che è una dote residuale di verità, che si riscopre fertile dentro di sé come un seme, una ricchezza di tutti – ma che diventa patrimonio solo di quelli che la spendono, sperimentano l’amore, col coraggio di rimettere in circolo quel bene, sempre senza garanzie, ma obbedendo a un dovere superiore.

Nel sistema principe degli abbandoni che, dice Rondoni, è simile a uno “sperdimento nell’universo”, in una condizione profondamente desolante, il bacio inteso in tutta la semplicità materiale del gesto – di baci questa raccolta è costellata regolarmente – diventa un pegno, ereditato da un’altra dimensione dell’essere, quella di una pienezza edenica, dell’armonia della corresponsione, di una realtà senza ferite come forse fu quella dei primi uomini. Questo piccolo bene, di cui Eva si fa dispensatrice, è scaraventato nel nostro mondo come acqua a cui finalmente abbeverarsi: un0 di quei beni semplici ma indispensabili, che non restituiscono la pienezza persa con l’età dell’oro, ma che molto più pragmaticamente, qui e ora, ci permettono di rimanere in vita, come una regalia sufficiente e necessaria.

 

Così avviene nella prima poesia di Case invisibili, terza sezione del libro, dove le parole hanno un peso di monito e di sortilegio. “Non voglio essere amata”, inizia così questa poesia, come a dire che una ricomposizione dei pezzi, un ritorno all’unità, è impossibile, ma che dalla ferita che ha provocato la rottura emana un compito: quello di addestrare a rimanere vivi, sorvegliare, anche nella più esigua fugacità dell’amore, che lungi dall’essere un punto fermo, costringe alla corsa continua[1]. Una corsa che è sì una fatica sfiancante, ma è pur sempre una magia per vincere la morte: “lacrime di Montepulciano/ sono rossi rubini/ con a fuoco la freccia/ che insegue la vita”[2].

 

Una magia che a tratti può anche diventare magia nera:

“una specie di bocca veleno
[…]
Se tu mi chiedi un bacio
io ti seppellisco.”[3]

 

Un potere che può diventare mortifero, ma solo come faccia oscura della stessa medaglia, che è la fedeltà a un ideale di bene, consapevolezza di una sacralità inviolabile per la propria legge interiore. Lo scarto paradossale tra il gesto piccolo, quasi scherzoso e fiabesco (un gusto di fiaba è proprio di tutto il libro, come un codice sottostante a tutte le cose, e ravvivabile con formule magiche, “scaldando il sesso di ogni posto”[4]) e la punizione definita e inappellabile della morte sta a dire che è in queste minuscole cose che si avverano le ultime magie ancora possibili, ancora concesse all’estremo delle loro forme di sopravvivenza, in questo universo tradito in cui se c’è un dio non ci salva – come nella citazione dell’Achmatova[5].

 

In questo libro l’amore su cui l’autrice sorveglia è sempre in movimento, non riesce a diventare un punto fermo. “Certe invenzioni vanno tenute chiuse dietro agli occhi”: si chiude così, con questo lungo verso finale, Luogoamore, dalla prima sezione Casa della madre[6]. “L’invenzione” che non si deve avere l’hybris di avverare nel mondo è proprio il luogo dell’amore: la casa, ossessione strutturale di questo libro – ricorrente in tutti i titoli delle sezioni – sogno finale di compimento di ogni amore, sua ipostatizzazione.

Quello che ci spinge a costruire i templi domestici dell’amore non è però solo un’ansia di conferme, un voler avere prova materiale di quello che non si può toccare. Si tratta anche di altro: è sfiancante portare continuamente addosso l’amore, controllare ogni volta che sia vivo, ricalcolarlo. C’è bisogno a un certo punto come di scaricarlo sulle cose, designare in esse degli eredi. Col fallimento del luogoamore, non si decreta soltanto uno stato dei fatti, un bene che non si realizza, ma anche l’esistenza di un potere che rimane “dietro agli occhi”, come un fucile in mano, che rimandando il colpo, non compiendolo, diventa ancora più carico. Il fallimento del luogoamore è uno snodo centrale del libro, per l’individuazione del ruolo di sua altezza di baci. Il miracolo mancato, il compimento d’amore che non si è realizzato, non fa altro che rinviare la stessa magia a un compito superiore, come a vegliare sugli ideali dell’amore più alto, quello ispirato dalle cose grandi, del novero della natura, come il mare – primo ispiratore di questa poesia. “Il mare è un posto pericoloso/ per l’immaginazione”, si legge in una poesia di Case invisibili:

 

“[…]
Se solo anche tu fossi
un pilastro del trabocco
o un corpo celeste una ballerina
non soddisferesti comunque
ogni aspettativa romantica della mia vita
[…]”[7]

 

Quando la creazione di un luogo stabile dell’amore nella vita fallisce, questo finisce per trovare riparo in rifugi temporanei – una vigna può assumere tutta la dignità di una casa, come un nido. Questi rifugi, come di sfollati, rivelando la propria vocazione possibile di soste per le case mobili, svelano accidentalmente una verità: l’amore può sopravvivere anche in movimento, come un “atto migratorio”[8]. E anzi, è necessaria una profonda sapienza per mantenerlo in vita anche così, fuori dagli schemi prestabiliti. Un sapere che è un talento e che, come tutti i talenti, chiede un prezzo, quello dell’esclusione: “mentre il paese si riveste a festa/ tu mare mi togli tutto”[9].

 

Sacrificare le piccole felicità normali che tutti agognano per rispondere alla chiamata di un dovere superiore, di quei beni assoluti a cui non si può venire meno. Sembra quasi che il pegno da pagare per restare vivi coincida con la solitudine: una solitudine assoluta, simile a quella degli elementi, del mare appunto. Uno spazio di vuoto assoluto, ma che si riempie della tensione del desiderio: qualcosa di simile allo spazio di vicinanza dei santi a Dio, incomprensibile a chiunque non possieda una certa fantasia per l’invisibile. Ma c’è anche una ricompensa, ed è diventare sua altezza di baci, una sorta di guardiana del fuoco sacro, ma più terrigna delle vestali: una guardiana che non contempla soltanto ma vuole agire[10].

Il passo di Eva è quello onesto di chi non scende a compromessi, ha il coraggio di reggere l’amore quando non si manifesta, con la fede che esiste anche se non si vede, di chiudere le strade che non portano a niente, non accontentarsi di quello che sia meno dell’assoluto. Dice Pasternak:

 

“[…]
E non devi recedere d’un solo
briciolo dalla tua persona umana,
ma essere vivo, nient’altro che vivo,
vivo e nient’altro sino alla fine”[11]

 

Sua altezza di baci direbbe invece: “ma amare/ nient’altro che amare, ama e nient’altro sino alla fine”.

 

A questa morale laica vengono in aiuto come guide le anime ataviche delle donne, quelle che a loro volta hanno vegliato sulla stessa luce, guardiane dello stesso fuoco. Dalle nonne alle mamme, fino a Cleopatra, Ermione, le icone della Madonna, le dee delle costellazioni, passando per il nucleo assoluto di speranza che c’è in tutte le bambine, massime depositarie degli ideali cui non si deve recedere. A riguardo di questa genealogia di donne e degli equilibri che la reggono, dice qualcosa di importante la poesia proemiale:

 

“Tutti se ne andavano giù
uno dopo l’altro
stesi dalla stessa vertigine.

Quando anche lei se ne andò
smisi di pregare.”[12]

 

Una poesia che, per quanto sia chiara in apparenza, resta oscura fino alla fine, quando poi si rivela leggibile in chiave. Eppure è posizionata all’inizio, per avvertire che quanto accadrà dopo quella soglia si innesta entro i confini di una orfanità.

La vertigine che stende non può essere altro che l’esperienza d’amore – ritorna con la stessa immagine nel finale di una poesia di poco successiva:

 

“[…]
Che possa amarti sempre
tu mia
luce soffusa
come abbiamo fatto
al netto della verità
e dei picchi di vertigine.”[13]

 

Mentre il tu della poesia proemiale non può essere che l’ombra di una madre, nel cui segno crescono sempre le bambine.

Bisogna saper resistere al colpo di quella vertigine – dice il codice morale di questo libro: questa voce testimonia che chi scrive è sopravvissuto, ma ora si trova da solo a guardare in faccia le cose, e a usare coraggio. In questo compito di tenere vive le fiamme ancestrali si trova ad avanzare senza un cammino prestabilito, senza istruzioni. Letteralmente senza Dio, se è vero che smette a un certo punto di pregare. È così che finisce l’infanzia, senza garanzie di successo per il futuro, senza tutori, costretti per sopravvivere a diventare noi le buone stelle di noi stessi. E allora è così che diventiamo grandi, quando ancora bisognosi d’aiuto, siamo noi che ci ritroviamo a darlo, di fronte all’incapacità degli altri di farlo.

Così Eva, all’inizio di questo libro, scopre il fallimento dei suoi idoli, prende il coraggio di crearsi i suoi dèi – com’è nella fiaba o nell’esperienza degli animali selvaggi in cui non c’è spazio per il fasullo, ma tutto è sempre definitivo, e in qualche modo letale – di tenere vivo da sola l’amore.
 

 

[1] Eva Laudace, Sua altezza di baci, Capire Edizioni, Forlì 2018, p. 57.

[2] Ibidem.

[3] Ivi, p. 62.

[4] Ivi, p. 71: “che idea romantica l’impossibile/ sarebbe/ meglio se scaldasse il sesso di ogni posto”.

[5] “Ad un Dio che non ci ha salvato” è l’epigrafe in apertura di Case invisibili, ivi, p. 53.

[6] Ivi, p. 18.

[7] Ivi, p. 83.

[8] Ivi, p. 45: “da sempre l’amore per me/ è un atto migratorio/ gentile si alza e se ne va”.

[9] Ivi, p. 66.

[10] Il titolo del libro è anche verso di una poesia, ivi, p. 85: “siamo sconosciuti umani/ siamo rami/ toccati ovunque/ inverni siamo/ quello che siamo/ foglie raccolte/ quasi miseri a volte/ verità amarezza/ sua altezza di baci”.

[11] Boris Pasternak, Poesie, Torino, Einaudi, p. 439.

[12] Eva Laudace, op. cit., p. 7.

[13] Ivi, p. 21.

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