La materia come ossessione in Santagosistini

Una lettura di “Felicità senza soggetto” di Mario Santagostini (Lorenzo Babini)

 

Ambientate nei quartieri industriali dell’hinterland milanese (Cinisello, Sesto, Nova), le poesie dell’ultima raccolta di Mario Santagostini, Felicità senza soggetto, sono l’espressione lucida e assorta di chi, disilluso dalle grandi utopie del ‘900 e della giovinezza (prime fra tutte quella del comunismo), si chiede ora «se c’è qualcosa / di meglio che essere vivo».

Protagonista del libro è la materia, ossessione centrale e ricorrente, che il poeta elenca nelle sue varie forme e con cui sembra dialogare; si tratta soprattutto di rottami industriali, ma anche di reliquie del passato: bandiere, megafoni, idrofori, radar, tram abbandonati, sassi e pietre, abiti logori, fantocci di cartone e gesso, teste impagliate, un pianoforte, un aliante, flessibili frantumati, ossa di capre, carcasse di topi e conigli. Lungo questa galleria di relitti si muove l’io poetico, assorto in interrogativi rimasti senza risposta («Ancora adesso, non mi è chiaro / quale disegno stava / dietro all’occupazione delle case / nei primi anni Settanta») e intento a percepire la tensione della materia abbandonata che emette grida e invoca un significato sconosciuto, un respiro, una vita: «Intorno, la passione per quanto / è dismesso ha toccato / l’apice. Si sente che nemmeno / la materia ama finire». Neanche le poche presenze di uomini e animali sono immuni dal divenire scarti inanimati: i corpi, abbandonato il loro progetto nel mondo, regrediscono inevitabilmente a materia. Destinati alla rottamazione, sotto lo sguardo disilluso del poeta un gregge di capre si trasforma in un ammasso di «animali-rottame», come anche la luce è solo materia, i gigli diventano oggetti, «fiori-imitazione», i cardi «piante-spazzino ammazzaerba», e gli operai rimpiangono «di non essere / fatti di ferro, o roba / derottamata». Di contro, l’aspirazione e la silenziosa ambizione di tutta la materia tende a farsi corpo, a vivere, come per esempio, in una delle poesie meglio riuscite della raccolta, Ancora sulla strada per Nova, dei panni logori che odorano di benzina, abbandonati sulla strada, appaiono come «segni / per venire qui, fino a noi. / Per chi conosce dove arrivare, / mai da dove partire».

La raccolta è piena di citazioni, autocitazioni e rimandi interni tra le poesie anche se la memoria poetica a cui Santagostini fa più spesso ricorso è evidentemente quella di Vittorio Sereni, il poeta dei «poveri / strumenti umani avvinti alla catena / della necessità». Ma il dialogo è fitto anche con altri grandi uomini del passato: Manzoni («pazzo lucido» cronista della peste milanese del 1630), Pascoli (a cui è dedicata un’intera sezione, poeta fedele ai morti e portavoce dell’illusione e del «miracolo della glossolalia»), Petrarca (ossessionato dall’abisso della morte) e poi Van Gogh, Hopper, Nikola Tesla ma soprattutto Sironi, grande interprete della materia e che, divenuto personaggio, nel libro confessa: «Forse, la materia / non sa ancora dare / il meglio di se stessa: l’infinito».

Reduce di una «felicità senza soggetto», quella degli anni ’60 in cui volavano «sassi, molotov, sampietrini», Santagostini si aggira ora tra creature inanimate, presentimenti e interrogativi con la flebile e vacillante speranza di una comune resurrezione, il tempo delle «post-creature», e, come sospeso in un limbo, conclude icasticamente: «Certo, qui una volta si creava, / poi si è passati al vivere./ Adesso, aspettiamo».

 

 

Lorenzo Babini

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