La Malaspina stupefatta di Maurizio Cucchi

È bambino, è vecchio, è realista e stupefatto. È un materialista inquieto. È un chirurgo delle parole e delle visioni. Il nuovo libro di Maurizio Cucchi è un pugno di terra di scavo, di lavori stradali, un segno di follia trattenuta, anzi di più, accettata, ammansita negli occhi. È un libro coraggioso in mezzo a troppa poesia ombelicale e vecchissima. Ci chiama “animali”, ha una religio della natura e una considerazione rovinosa degli uomini – pochi come lui danno il senso di rovina della vita attuale in certi quadri memorabili. Tocca la sconcezza con la delicatezza di parole che la irradiano dalla pagina alla mente. La sua religio della natura e della materia è nutritissima di letteratura e di filosofia, ma più di tutto inchiavata in un’infanzia qui messa in scena con timida voluttà e mestizia. Messa in scena infine di sé totale, se pur come sempre dentro maschere rintracciate nella storia (perché per M. C. esiste solo la storia, immenso bacile e cloaca e pozzo), il libro cerca di cartolina in cartolina, di lampo di memoria in lampo, e di intrusione di presente nel passato un segno memorabile (in corpi di uomini e di alberi, in strade e muri e lavori – e sì mi accomuna a M. C. questa passione e pure disperazione edile della vita e della poesia, ma cosa edifica, o segna come possesso, l’uomo se il Signore non edifica con lui? Canta il salmo).

 

Facevo di corsa il ballatoio

innamorato dell’esplorazione

già minima, eppure inesauribile.

Davo un’occhiata alle finestre estive,

alla vaschetta dell’acqua contro il muro,

sbirciavo il poggiolo dei Mainardi,

e lei, che rimagliava le scorlère,

fino al sordido buco della vecchia,

povera diavola nei suoi pidocchi,

povera Angiolina sdraiata sui lastroni.

 

Un libro pastoso e raggelante, costruito con sensibilità musaica sui ritmi oggi più attuali dello sconcerto senza emozione esibita, e del disincanto, “Malaspina” nel suo titolo e in certe pieghe cela una dolcezza stremata e sul punto di rinascere, a cui il poeta pare voler gettare (come nella ultima furente visionaria e potente poesia) un sigillo bestiale e oscuro. In questo senso, proprio l’immagine finale m’ha convocato davanti D’Annunzio e la poesia per i suoi cani, dove paragona l’uomo che fa guardia alla sua vita come a un cane del nulla. E a costo di mille incomprensioni – ma non credo da parte di M. C., ironico e acuto come pochi altri letterati circolanti – trattengo qui per la manica il fantasma del vate prezioso e tragico per dire che il borghese e tragico Cucchi adempie per la generazione sua e successiva quella stessa funzione di com­pimento ed esaurimento. Ci sono poeti infatti a cui è dato in sorte di soffrire un’epoca, e lo fanno spesso da posizioni laterali. Altri invece, come D’Annunzio e Cucchi non stanno nel riparo, ma nel vivo corpo dell’epoca e ne sentono il polso e i battiti segreti del cuore. Come apparve scandaloso al perbenismo salottiero e “produttivo” lo show tragico dannunziano, ora può destare scandalo – ma sordo, a denti stretti – in questa nostra epoca “sentimentaloide” e astratta, come capì Pasolini, questo filare di Cucchi radente i muri, gli scavi, le umanità dimesse e degne, o le tragedie senza clamore, la sua consegna a un’impura animalità cosciente. E capita a lui di compiere e forse esaurire – nonostante non manchino emuli ed epigoni – le potenzialità di tale poetica oggi. La poetica del tragico contemporaneo. Raggiungendo quel che in video, in opera d’arte, in istallazioni e persino in disegni e fumetti sotto le luminarie esiste e pulsa e latra. Interamente tragico e interamente affabile, lontano dalle scontrosità di superficie, contro gli imbronciati professionisti e i lievissimi impostori. La sua pietà intera e misurata per la “povera Angiolina sdraiata sui lastroni” vale mille dei patetici proclami in versi e in prosa “per un mondo più giusto” che ammorbano la cosiddetta letteratura etica – il più delle volte brutta.  E poche poesie in giro arrivano alla totale e radiale immaginazione tragica di questa che chiude la raccolta.

 

Ormai precipitava nel vulcano

della sua terra e aveva nelle orecchie

quel rumore di lava che trabocca

orribile in eruzione, o forse

era il mondo stesso in esplosione

definitiva. E lui cadeva, dentro

una foresta, cadeva… Urlò,

a un tratto, come se gli alberi

si avvicinassero a stringerlo,

chinati su di lui, pietosi.

 

E a questo punto qualcuno,

con un’enorme risata oscena,

gli tirò dietro, in fondo al burrone,

un cane morto.

 

Una poesia che ha il coraggio di svelare i pensieri di molti cuori, i quali sentono il disfarsi e il venir meno, dove l’unica resistenza è “l’affabilità” nel cui segno si apre il libro come spazio in cui essere tremendamente sinceri. In un’epoca che fa dell’astrazione, della mancanza di fisicità reale il suo stigma e violentissimo vanto, M. C. canta l’attrito della materia, le cartelle ruvide di cuoio, i compressori, i mestieri, le irriducibilità a pensiero di oggetti e azioni. E le stesse ironie misurate, le aperture di stupori, le citazioni presenti in momenti chiave del libro, nascoste (e poi dichiarate con onestà), la politura dei termini sono gli elementi di una composizione misuratissima e aperta che fanno dire a Bertoni, in nota, l’esser questo libro una voce “profonda e originale”. Ma se di profondità e originalità si tratta, è appunto per l’aver percorso le possibilità intere d’una attuale poetica del tragico materiale, dell’affabilità letteraria e dell’onore della lingua considerata tra gli altri lavori umani, che si aprivano dietro alle figure di alcuni maestri (da Sereni a Giudici, da Raboni a Neri). In anni – non va dimenticato – in cui quei sentieri venivano giudicati da molti occlusi o terminali. M. C. invece prese a percorrerli con il gesto forte del suo primo libro e poi indagando, aprendo laterali, senza temere oscurità ed empasse. E ora ha compiuto il passo per il quale chi scriverà come lui – non importa se più o meno bravo – sarà un epigono. Di certo, tutti i lettori e i poeti che non hanno paura del reale, che non lo censurano dietro ideologie o spiritualismi, che non hanno vergogna della carne e della passeggiata, del mutare e degli scontri, e che non temono la sospensione pensosa e il tatto curioso, possono trovare incanti, sfregi in petto, e nutrimenti nel libro di M.C., come uno strano plancton offerto con gesto brusco, milanese. Con gli occhi già via, senza nemmeno attendere i ringraziamenti.

 Davide Rondoni

 

(Maurizio Cucchi, Malaspina, Mondadori.)

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