La lucente fedeltà di Luigia

di Davide Rondoni

La poesia di Luigia Sorrentino ha una lucente fedeltà a una idea del fare poetico come alto artigianato dell’anima. Nel senso che la poesia non è per lei mai abile costruzione letteraria, ma esercizio supremo dell’anima. Esercizio di conoscenza, di acquisizione, di perlustrazione.  Lo mostra anche in questa plaquette, “Inizio e fine”, pubblicata per la cura di Maurizio Cucchi ne “I quaderni de la Collana” meritoria e raffinata iniziativa che allinea molti dei migliori poeti italiani in una serie di eleganti plaquette. Ma ben al di là delle dimensioni ridotte, la scelta della Sorrentino arriva comunicando verticalità e vastità di vita. Non è solo la cronaca poetica di un accompagnamento alla fine di una figura cara, è il rivelarsi del mondo dentro lo “spazio” della fine.

Intendo dire che la tessitura di questa enigmatica poesia è composta della materia stessa del vivente, che diviene lingua più per assimilazione quasi di femminile corporeità che per intellettuale elaborazione. Ma una femminile corporeità che non diviene come in troppe potesse dialetto privato, se non privatistico, o peggio ancora cliché, bensì densità di linguaggio, fisicità dei nomi, e, se così si potesse dire, femminilità delle metafore. Una femminilità senza esibita eleganza, netta, potente.

 

“per tutta l’estate gli alberi piansero/ sangue vischioso”

“Di notte provava ad alzarsi dalla sedia/ c’era soltanto la mente/ a tenerlo attaccato al tavolo della cucina”

“Ci tenemmo per mano/ sotto altissime montagne d’acqua/ il vuoto ci difese senza fine”

 

È difficile, è difficile dire in altre parole di che si tratta. Di certo come diceva Luzi il canto qui è parificato alla vita, e anche alla morte.

Cosa è un “lago inespresso”? È proprio la presenza di qualcosa che occorre dire così nel contesto di una poesia che dice così:

 

 

La luce opaca preparava

un lago inespresso

 

raccolta negli occhi

la terra che nessuno possiede

attendeva

 

pretendeva, dall’inizio alla fine

ogni cosa che vive , il suo nome.

 

 

Questo lago inespresso, la luce opaca…il territorio di ciò che la morte ridisegna, dall’inizio alla fine e anche il nome, delle cose viventi. Una specie di non-essere.  O di pre-essere a cui, senza nemmeno la pena della negazione sembra destinato il tutto dopo la parentesi che sta tra “inizio e fine”. Eppure, come ripeto sempre da anni, proprio la presenza dlela poesia, la voce che a tale vicenda si accosta e aumenta, e testimonia, certifica che non si tratta di un percorso di resa. La poesia certifica che “l’amore è forte come la morte” secondo le parole dell’antichissimo ignoto cantico dei cantici d’amore. La dizione – specie quella non enfatica, quella intimamente guerriera, come è nella Sorrentino- dimostra che l’amore non si sottrae alla contesa, la volge a suo favore prendendo l’ultima parola, strappandola al pre-essere, chiamando amorosamente e violentemente il si dell’esistenza. Anche in questa plaquette che da mesi mi osservava. Poeticamente pronunciando quel sì, tu sei.

 

 

Luigia Sorrentino, “Inizio e fine”, I quaderni de La collana.

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