La luce da trattenere

La luce da trattenere: la poesia di Davide Ferrari

Nella forza risolutiva di un «amore», che compare con insistenza nelle liriche di La cenere dei bordi,Subway edizioni, 2013) prima raccolta compiuta pubblicata nella collana Subway Poesia, sembra radicarsi la scommessa della poesia di Davide Ferrari, sempre in bilico tra assenza e distanza: «Scendo./E dov’è questo Amore/che riprendo ogni giorno/da un amore interrotto? […] Ora chi rimane da cercare/nelle vecchie stanze vuote?». I segni evidenti di una perdita incolmabile, di una ferita mai rimarginata attraversano queste liriche, in cui il soggetto è quasi voce di un monologo interiore in lotta con i vuoti e le apparenti contraddizioni della propria esistenza, in un sentimento quasi ungarettiano del tempo: «proseguire nonostante/come il tempo che corrode le figure/come polvere». Come accade anche in un’altra lirica centrale della raccolta, in cui assistiamo ad un’emblematica descrizione in terza persona: «Toglieva dal camino i mozziconi/lapidi appassite/nella cenere dei bordi/- testimoni le crepe nei mattoni/[…] Gli orologi a prima vista/marcavano i contorni già offuscati/dal narcotico dei nomi/sulle cose/come croci rosicchiate dalla storia». Una luce minima pervade la ‘scenografia’ dei testi di La cenere dei bordi («Nella luce del ricordo/si è confuso un altro/inverno/come deve,/incapace di frugare il silenzio/della neve»; «La resa degli spifferi/la luce nell’inerzia delle mani») nella domanda ostinata che essa possa essere conservata intatta dalle ferite della storia: «Trattieni questa luce,/tienila negli occhi/fino al giorno/del giudizio». Così, la cifra della poesia di Ferrari pare consistere appunto nella coscienza minima ma indissolubile del proprio essere ‘nonnulla’, prendendo in prestito il termine dalleVariazioni su nulla di Ungaretti: «Quel nonnulla di sabbia che trascorre/dalla clessidra muto e va posandosi […] E, di sabbia, il nonnulla che trascorre/ Silente, è unica cosa che ormai s’oda /E, essendo udita, in buio non scompaia». Al fondo dell’esplorazione ‘umana’ compiuta in La cenere dei bordi permane cioè la coscienza della propria consistenza, di essere in definitiva un ‘niente’, ma allo stesso tempo un ‘io’, in una forma unica ed irripetibile: «Di me niente rimane,/il bambino,/un figlio di Dio,/il clown del teatro./Niente./Io».

Trattieni questa luce,
tienila negli occhi
fino al giorno
del giudizio
quando in pochi ancora
la riconosceremo.
Tienila vicino,
negli sguardi
rintanati nella notte
intravista in lontananza
dietro il finestrino.
Non lasciarla andare,
per un incontro ancora,
e, vista l’ora,
non dormire,
perché nella distanza,
in quella luce,
ancora possa amare.

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