“La gioia fa parecchio rumore” di Sandro Bonvissuto

di Roberto Di Pietro

Il 2020 segna il ritorno in libreria di Sandro Bonvissuto con La gioia fa parecchio rumore, Einaudi. Bonvissuto è uno dei più importanti scrittori italiani, amatissimo dai suoi, non pochi, lettori. La capacità di Bonvissuto di muoversi tra opposte polarità, senza mai piantare bandierine, gli permette di tenere insieme, e sempre in energetica tensione, l’alto e il basso, il sacro e il profano, il sentimento e l’amore, l’individuo e la comunità, la casa e la strada, la gioia e il dolore, l’educazione e la saggezza. Secondo il machiavelliano metodo della «lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antique», Bonvissuto ha studiato e continua a studiare i grandi autori e la strada. La scrittura e lo studio non si esauriscono con la pubblicazione dei libri ma proseguono nella quotidianità di una Roma (quella di Pasolini ma anche quella di Remo Remotti) sperduta e malmessa. Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che si tratti di una questione casalinga e/o casereccia; per Bonvissuto, Roma è sineddoche di mondo, la parte per il tutto, poiché ciò che conta davvero è saper abitare i cuori delle persone, parlare la loro lingua universale, dare corpo ai loro pensieri più urgenti. Disperazione ed esaltazione. L’alto e il basso, appunto. Così, quando leggi le pagine di Bonvissuto, non pensi che ti riguardino, ne sei sicuro, al punto che avresti potuto scriverle tu (solo non così bene). Nel gioco (che magistralmente non si fa mai giogo) degli opposti, allora, il tu e l’Io, il mio e il tuo (torna il Machiavelli della Mandragora) si con-fondono e autore e lettore (non importa se romanista o no) diventano la stessa persona. Perché quella che dovrebbe essere la storia di una sconfitta si sublima in una vittoria (non a caso il libro si interrompe prima della finale di Coppa dei Campioni): un ragazzo diventa un uomo. Il bambino, che ha visto e raccontato con i suoi occhi incantati e incontaminati un èthos trascorso, quasi edenico (pur senza mai scadere nella nostalgia), imparando dalla sua famiglia (quasi un imprinting) cosa volesse dire essere una “persona grande” (e quindi una grande persona), scegliere, rispettare l’altro e le gerarchie, prendere posizione (metaforicamente: il divano), avere il proprio posto o essere sempre fuori posto (Barabba), provando sulla propria pelle quanto l’amore non sia mai giusto. E questa, mi sembra, oltre a quella del rito di passaggio, una delle tensioni più vive e incombenti del libro. L’amore, l’assoluto smarrimento di sé stessi dentro qualcuno o qualcosa, non dipende dalla propria volontà, per quanto ci si possa impegnare. Non la famiglia, non la squadra di calcio, non la donna o l’amico della nostra vita. L’amore possiede, non è mai posseduto. Ci sono momenti in cui pensiamo di poterlo afferrare, di averlo fatto nostro e siamo sopraffatti dalla gioia. Per questo fa parecchio rumore, perché la gioia è collettiva, si prova solo condividendo, abbracciandosi per un goal, per un evento, per una festa. Il dolore, invece, no. Il dolore è individuale, si sconta da soli e ognuno secondo un differente grado di intensità. Lo sanno Barabba e Giobbe, il cui lieve e veloce accostamento al tifoso della Roma accende l’ennesima polarità: amore-martirio. A breve, lo saprà anche il protagonista e noi con lui. Non subito però, ché vogliamo fare ancora un po’ di rumore.

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