La Emily di Beatrice M.

Tredici parole per Emily Dickinson

Beatrice Masini: La cena del cuore (rueBallu Ed., Palermo 2015, pp.112)

 

Fiori schiacciati tra le pagine di un libro, senza luce, senz’acqua, prigionieri e chiusi nelle bare di carta accolti e premuti sotto vuoto in grandi libri scelti a caso. Ci piace immaginarla così, Emily Dickinson, poetessa americana vissuta a metà dell’Ottocento, come un fiore incolto, vestita di bianco, sposa senza segno, senz’anello, che in una delle sue lettere si racconta: «Sono un vestito di stoffa e legno e chiodi e cose, cose, cose. Le cose necessarie, poche. Vestiti semplici. Un gatto e un dizionario. Carta e inchiostro. Pane e fiori. Silenzio e solitudine. Rifugio e prigione. Ecco quello che sono». In fondo di che cosa ha bisogno un poeta, se non di un foglio, una penna e di se stesso? Beatrice Masini, nel suo ultimo lavoro letterario La cena del cuore edito per i tipi rueBallu, racconta in forma di narrazione poetica la vita minuta della solitaria Emily, poetessa sospesa tra poesia e vita, attraverso 13 parole chiave come Casa, Ritratto, Pietre, Cani, Gatti e il resto, Fiori, Scrivere, Famiglia, Amore, Successo, Bianco, Morte, Cena. A cornice del testo le illustrazioni di Pia Valentinis che lo confeziona come un erbario, dove a rimanere pressati e custoditi tra i fogli sono l’incanto dei fiori del pensiero della Dickinson, dei suoi momenti, delle sue scelte. Emily, la poetessa che resta, che non si muove di casa, che sta lì chiusa per tanto tempo, per tutto il tempo del mondo a scrivere, scrivere forte anche di notte, quando tutti dormono e si risveglia «un dolce lupo dentro di noi che richiede il suo cibo», ma aperta a quello che succede fuori e nel cuore. Emily, un fiume carsico sotto le rime pietrose, concrete «un silenzioso vulcano» che ama troppo le parole ma non andare nel mondo: «Non c’è nave come un libro/Che ci porti in terre lontane/Né destrieri come una pagina/Di scalpitante poesia». Eppure ci sono anime che non mettono radici da nessuna parte, ma per chi resta nel proprio giardino come una mela intatta, non colta, gli unici legami con le persone lontane sono le lettere «frecce che scagli intorno cercando di mirare dritto al cuore del destinatario» che la poetessa schiva e solitaria, mai sicura di niente scrive ai giornalisti, ai letterati e ai critici importanti come Ben, Samuel, Charles chiedendo se le sue poesie meritano di essere lette, pubblicate e le scrive come «una ragazza che scrive a un corteggiatore, o che sta corteggiando qualcuno con carta e penna» di un amore che sappiamo essere fuoco, dinamitardo, incendiario e pronto a saltare in aria come un schioppo stipato che aspetta qualcuno che lo faccia esplodere, tanto da farle scrivere: «La mia vita era un fucile carico/Messo in un angolo fino al giorno che/Il Padrone passò, mi riconobbe/E mi portò con sé». Molti hanno cercato di capire chi fosse quel “Padrone” e chi Emily abbia davvero amato a distanza dal suo piccolo involucro di carta, magari immaginandolo con gli occhi della mente diverso da ciò che non fosse in realtà: «Amore, tu sei alto,/Io non posso scalarti/Ma se fossimo due…» sarebbe tutto possibile? O forse tutto troppo ingiusto e tutto troppo grande: «Non posso vivere con te/Sarebbe vita/E la vita è lassù/Dietro lo scaffale». Quel “lassù” alto e lontano di un’altra materia, di pezzetti di carta muti e angoli sfrangiati, di questo è fatta l’esistenza della poetessa che si concretizza in quella lontananza fondamento di dolcezza infinita. Anche questo è amore: sapere che non possiamo averlo, amarlo lo stesso soltanto perché c’è: «Che l’Amore è tutto ciò che c’è/È tutto ciò che sappiamo dell’Amore». Questa è la ragione del suo scrivere selvaggio, diverso, più libero, irregolare, di essere borderline e di alimentare a cena il suo cuore di tutti i respiri, i movimenti e i sussulti impressi nel suo mondo di carta affollato di felicità, di delusioni, di lontananze, di sofferenze, di addii. Bere e mangiare non altro che questo. Alla cena del cuore- come scrive la Masini-  invitiamo le persone più care a condividere il pane e il vino, non importa che ci siano sempre o siano andate via lontane, basta solo pensarle ed è come invitarle a restare a cena con noi perché: «La cena del cuore è pronta quando l’ospite se n’è andato».

 

 

Anita Piscazzi

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